FEGATO SOTTO ATTACCO

Fegato danneggiato

Sonnolenza dopo i pasti? Bocca amara al mattino? Cattiva digestione? Come prevenire i disturbi epatici 

Con il suo chilo e mezzo di peso, il fegato è la ghiandola più voluminosa del nostro organismo nonché uno degli organi più importanti: depura, smaltisce le tossine, produce la bile per digerire i grassi.

Ma anche un organo così complesso e forte, se trascurato, può ammalarsi.

COME CAPIRE SE IL FEGATO FUNZIONA MALE?

Anche se questo organo ha una buona capacità di sopportazione e dà segnali solo quando è davvero in crisi, le spie di malfunzionamento più frequenti sono:

  • sonnolenza dopo i pasti
  • bocca amara al mattino
  • cattiva digestione
  • perdita di appetito
  • affaticamento
  • dolorini al fianco destro, sotto le costole

LE PATOLOGIE PRINCIPALI DEL FEGATO

CALCOLI BILIARI

Sono piccoli sassi solidi che si formano nella colecisti (detta anche cistifellea, il sacchetto collegato al fegato in cui si raccoglie la bile secreta per digerire i grassi), nelle vie biliari o in entrambe le strutture anatomiche, a causa di una maggiore concentrazione di colesterolo nella bile.

Tra i fattori di rischio accertati, una dieta con troppi grassi e povera di fibre, sovrappeso e obesità, gravidanza, diabete, farmaci anticolesterolo o terapie ormonali a base di estrogeni.

I calcoli biliari possono dar luogo a sintomi specifici, come la classica colica biliare che provoca intenso dolore alla parte destra superiore dell’addome e che può essere accompagnata da senso di peso, nausea e vomito, diarrea, ittero (colorito giallognolo della cute e delle sclere).

Se i calcoli non causano sintomi e problemi non necessitano di alcun trattamento.

Negli altri casi è possibile tentare una terapia farmacologica che ha come obiettivo lo scioglimento dei calcoli stessi.

Si tratta, però, di una cura molto lunga, con risultati spesso parziali o insoddisfacenti.

Se questa non funziona e le coliche persistono, la soluzione consiste essenzialmente nella colecistectomia, un’operazione che prevede la rimozione della colecisti e il congiungimento del fegato all’intestino tenue.

STEATOSI (O FEGATO GRASSO)

È dovuta all’accumulo di trigliceridi nelle cellule epatiche, in primo luogo per colpa degli eccessi alimentari (soprattutto da cibi ricchi di grassi e additivi) e l’abuso di alcol.

Altre cause vanno dal sovrappeso/obesità alla malnutrizione, dal diabete alle malattie virali (in particolare l’epatite C) fino a determinati farmaci (per es. estrogeni e corticosteroidi).

La steatosi epatica non presenta sintomi specifici, tutt’al più un senso di indolenzimento o pesantezza alla parte alta dell’addome destro.

Allo stesso modo, non esiste una terapia specifica: il trattamento si concentra sul controllo o l’eliminazione delle cause primarie che provocano il problema, come smettere di bere e seguire una dieta appropriata (non incentrata solo su grassi e carboidrati ma ricca di frutta e verdura).

EPATITE

È una malattia che provoca l’infiammazione del fegato e la distruzione delle sue cellule, per cui l’organo non è più in grado di eliminare la bilirubina che accumulandosi nel sangue provoca ittero.

Il termine epatite virale indica una serie di patologie epatiche provocate da virus differenti, dotati di strutture diverse.

Epatite A

È la meno pericolosa, anche perché nella maggior parte dei casi guarisce da sola nel giro di qualche settimana (può comunque essere fastidiosa perché si possono accusare disturbi quali nausea, vomito, diarrea, dolori addominali, febbre).

Si contrae per via oro-fecale attraverso l’ingestione di alimenti e bevande contaminate o tramite il contatto diretto con una persona infetta.

Gli alimenti a maggior rischio sono frutti di mare (se mangiati crudi), frutta e verdura mal lavate, ma anche l’acqua.

Attenzione anche all’igiene delle mani, a maggior ragione dopo aver usato la toilette e prima di preparare il cibo e di mangiare.

Il pericolo di contagio è maggiore se si viaggia in un paese ad elevata circolazione del virus, per cui vale la pena proteggersi con l’apposito vac cino.

Per essere attivo va effettuato almeno due settimane prima della partenza e protegge per 10-20 anni se viene effettuato un richiamo dopo sei mesi-un anno.

Epatite B

È trasmissibile attraverso l’esposizione a sangue infetto e ai fluidi corporei (come sperma e liquidi vaginali).

Attenzione quindi a spazzolini da denti, rasoi, aghi, forbicine e altri oggetti appuntiti usati in comune, ma anche a tatuaggi e piercing effettuati senza l’utilizzo di strumenti monouso, oltre che ai rapporti sessuali occasionali non protetti.

La malattia provoca un’infezione acuta del fegato che in circa il 90 per cento dei casi si risolve con la completa guarigione del soggetto.

Nel 5-10 per cento dei casi, invece, l’infezione cronicizza e può compromettere la funzionalità epatica con l’eventuale insorgenza, nel giro di 10-30 anni, di cirrosi o di una neoplasia del fegato.

Durante la fase acuta l’epatite B può decorrere in maniera asintomatica, ma può anche manifestarsi con la comparsa di inappetenza, malessere generale, stanchezza, dolore muscolare, febbre e nausea, ittero, urine scure.


I farmaci disponibili per il trattamento dell’epatite cronica B sono dotati di attività antivirale più o meno associata a un’azione immunomodulante.

Obbligatoria dal 1991 la vaccinazione per tutti i neonati, mentre negli adulti è consigliata soprattutto a chi non ha un partner fisso, ai conviventi di portatori cronici del virus B, a chi viaggia in zone in cui la malattia è endemica e agli operatori sanitari.

Sono necessarie tre dosi (la seconda dopo un mese e la terza dopo sei mesi dalla prima).

Epatite C

È l’infezione più temibile anche perché, nell’80- 85 per cento dei casi diventa cronica e nell’arco di uno o due decenni circa può evolvere in cirrosi.

Viene trasmessa quasi esclusivamente con il sangue (quindi le regole di prevenzione sono le stesse dell’epatite B) e spesso non dà sintomi (ma quando presenti sono simili a quelli del tipo A e B).

A oggi non esiste un vaccino antiepatite C, per cui la terapia è basata, anche in questo caso, su farmaci antivirali specifici.

CIRROSI

È una malattia cronica del fegato caratterizzata dalla cicatrizzazione del tessuto epatico che determina una trasformazione della microcircolazione epatica e una conseguente riduzione della buona funzionalità del fegato.

Le principali cause della cirrosi sono l’alcol e le infezioni virali (virus dell’epatite B e C in primis).

Spesso i sintomi non si manifestano fino a quando il danno all’organo non è molto esteso e includono affaticamento, debolezza, inappetenza, perdita di peso, nausea, ittero, ascite (accumulo di liquido nell’addome) ed edema agli arti inferiori.

Fermo restando che i soggetti colpiti da cirrosi alcolica devono smettere di bere alcol, attualmente non esistono farmaci in grado di bloccare la progressione della malattia.

Quelli utilizzati in terapia possono solamente rallentarne l’evoluzione a partire dalla causa che ne sta alla base (ad es. farmaci per la cura dell’epatite).

Nel suo stadio più avanzato, quando la patologia è considerata irreversibile, la sola possibilità di cura risulta essere il trapianto di fegato.

COME PREVENIRE O COMBATTERE I DANNI EMPATICI

La prima arma per prevenire o combattere i danni epatici è cambiare radicalmente lo stile di vita, a cominciare dall’alimentazione.

Oltre ad alleggerire la quantità di cibo che si assume quotidianamente (gli eccessi di lipidi favoriscono l’accumulo di trigliceridi e colesterolo che rallentano il metabolismo dell’organo) e a eliminare o quantomeno limitare il più possibile gli alcolici, è importante puntare su una dieta leggera e ricca di frutta (in particolare agrumi, mele, mirtilli) e verdura (soprattutto quella amara, come carciofi, radicchio, cardo, rafano, scarola, cicoria) in cui abbondano sostanze epatoprotettive, oltre che disintossicanti e stimolanti, come vitamina C, antiossidanti e polifenoli.

Consigliata anche la pratica di un’attività sportiva che aiuti a mantenere il peso forma e a attenuare gli stress emotivi che finiscono con l’avvelenare il fegato.

di Claudio Buono

PELLE IN INVERNO

Pelle in inverno

Difendiamo la nostra cute dalle insidie del freddo

L’inverno mette a dura prova la nostra pelle, sottoponendola all’attacco di agenti esterni come freddo, vento e umidità che possono scatenare infiammazioni cutanee.

Questo perché le basse temperature riducono la naturale quota di film idrolipidico (il sottile strato protettivo naturale che ricopre la superficie cutanea proteggendola dalle aggressioni esterne) causando secchezza cutanea.

Con i rimedi giusti, però, è possibile ridurre gli effetti negativi dell’inverno sulla pelle.

Ecco come intervenire.

DERMATITE DA FREDDO

È un’irritazione cutanea scatenata dall’esposizione al freddo.

Risultato: mani secche, ruvide al tatto e arrossate, a cui si aggiungono spesso delle ragadi, piccole e dolorose fissurazioni che compaiono principalmente dove l’epidermide è meno elastica e più sottoposta a sollecitazioni continue.

La dermatite da freddo può essere inoltre associata a desquamazione e prurito intenso.

Come intervenire

Ai primi sintomi, per favorire il ripristino del film idrolipidico, usare unguenti autoidratanti a base di poligliceroli o polietilenglicoli, sostanze capaci di attirare l’acqua nello strato corneo, restituendo alla cute la morbidezza persa.

Inoltre, per salvaguardare il film idrolipidico e non comprometterne ulteriormente le funzionalità, nei mesi invernali è consigliabile rinunciare ai normali saponi o detergenti troppo schiumogeni, evitando anche i prodotti particolarmente aggressivi.

Meglio puntare invece su alternative oleose che lubrificano la pelle, e preferire lavaggi con acqua tiepida (quella troppo calda tende, infatti, a seccare ancora di più la cute).

GELONI

Sono lesioni della pelle a carico di mani e piedi e possono essere innescati dalle basse temperature, specie se combinate con l’umidità.

Le piccole vene che irrorano questi organi si dilatano eccessivamente, facilitando la liberazione di liquidi e sostanze infiammatorie che gonfiano e arrossano punte e nocche delle dita, rendendole pulsanti e doloranti.

Inoltre è facile avvertire prurito alle estremità di mani e piedi.

Come intervenire

Immergere mani e piedi per una decina di minuti in una bacinella di acqua tiepida, dopodiché applicare un gel lenitivo a base di ossido di zinco.

In alternativa, si può precedentemente far bollire l’acqua aggiungendo cinque foglie di salvia per litro: questa pianta aromatica ha anche un’azione lenitiva capace di ridurre prurito e infiammazione.

Se non si hanno segnali evidenti di miglioramento dopo qualche trattamento, consultare il proprio medico (o il dermatologo di fiducia) che potrebbe prescrivere specifiche pomate antinfiammatorie (o antibiotiche, se sono presenti screpolature o lesioni a rischio di infezione).

Come alternativa green, ai primi accenni di geloni si possono anche usare, previo consulto medico o del farmacista, creme a base di arnica, calendula o olio di iperico, dall’azione antinfiammatoria e lenitiva.

Per prevenire il disturbo (così come la dermatite) quando si esce all’aperto è bene tenere le estremità al caldo e all’asciutto, indossando guanti idrorepellenti e solette termiche.

XEROSI CUTANEA

Si manifesta con sottili rughe e fessure della pelle che le conferiscono un aspetto simile a un vetro rotto.

Complici freddo e riscaldamento domestico, la cute, già tendenzialmente secca, finisce con il disidratarsi ulteriormente, diventando più spessa e ruvida; inoltre può desquamarsi (soprattutto sugli arti inferiori, ma anche su mani e avambracci) e prudere.

Come intervenire

Per proteggersi sono utili le norme suggerite per la dermatite da freddo.

Possono essere utilizzate anche creme emollienti che contengono sostanze come acido lattico, acido acetilsalicilico e urea, da applicare quando la pelle è ancora umida.

O pomate e unguenti naturali a base di achillea, alloro e arancio amaro: ricche di oli essenziali e flavoni, migliorano la permeabilità della pelle e stimolano il microcircolo cutaneo.


COUPEROSE E ROSACEA

L’inverno è un periodo a rischio per chi è soggetto a couperose e rosacea, due problemi cutanei che tendono ad accentuarsi durante la brutta stagione per via dei rapidi passaggi dagli ambienti caldi al freddo esterno che fanno apparire un arrossamento diffuso nelle zone centrali del volto, accompagnato da bruciore e sensazione di calore (flushing).

A causarlo è una vasodilatazione (teleangectasia) provocata da un’alterazione del microcircolo superficiale del viso.

Anche i capillari (i più piccoli vasi sanguigni dell’apparato circolatorio), già fragili per natura, vengono messi sotto stress: si dilatano, perdono elasticità per poi rompersi e, con il tempo, degenerare in couperose, un reticolo sempre più evidente di sottili linee rosse, soprattutto su guance, mento e punta del naso.

Spesso la couperose è la prima fase della rosacea, un’alterazione patologica della cute che oltre a eritema e teleangectasie, può essere accompagnata da papule e pustole simili a quelle dell’acne.

Come intervenire

Per ridurre i sintomi della couperose, si può ricorrere a creme lenitive e antinfiammatorie a base di estratti vegetali che stimolano la circolazione sanguigna e riducono la flogosi (come mirtillo, rusco, ippocastano, calendula, centella asiatica, malva).

Le chiazze rosse caratteristiche della couperose possono essere trattate efficacemente anche con metodiche come il laser vascolare, che è in grado di fotocoagulare i vasi dilatati.

Riguardo alla rosacea, invece, per il controllo della sintomatologia il medico può prescrivere creme antinfiammatorie come quelle a base di acido azelaico, mentre nei casi più seri potrebbe ricorrere ad antibiotici per via orale (tetracicline, ad es.).

A scopo preventivo, all’aperto è importante proteggere la pelle del viso con una sciarpa, mentre prima di entrare in un ambiente caldo si può evitare lo sbalzo di temperatura semplicemente appoggiando le mani, coperte da guanti di pile o morbida lana, sopra le guance per scaldarle.

Inoltre, anche d’inverno è consigliabile proteggere la pelle del viso applicando un filtro solare con fattore di protezione superiore a 30.

PRENDERSI CURA DELLA PELLE A TAVOLA

Ecco alcuni alimenti che possono essere d’aiuto durante la stagione più rigida dell’anno.

Pesce azzurro:

grazie all’elevato contenuto di acidi grassi Omega 3, contribuisce alla produzione di collagene, svolgendo una preziosa azione idratante e rigenerante delle cellule cutanee.

Zucca:

ricca di betacarotene, vitamine del gruppo A e acqua, è tra le migliori cure naturali per idratare e lasciare la pelle morbida e vellutata.

Bacche di ginepro:

indicate per prevenire geloni e dermatite da freddo, hanno un’azione vasoattiva che tonifica la pelle migliorando il microcircolo.

Frutta secca:

è ricca di acidi grassi essenziali, costituiti da sostanze simili ai lipidi che rivestono la cute.
Questi grassi aiutano a mantenere l’equilibrio della barriera idrolipidica.
Garantendo una funzione protettiva.
In più contengono vitamina E, utile per reidratare la pelle e limitare i danni causati dai radicali liberi.

di Aldo Luca Albertoni

Bambino con la febbre?

Bambina con febbre

Come misuro la temperatura? Come mi devo comportare? I consigli utili e pratici.

La febbre è definita come un incremento della temperatura corporea al di sopra dei limiti di normalità.

Secondo le indicazioni pratiche fornite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la temperatura è normale se compresa fra 36.5 e 37.5°C (WHO, 1996) e sopra i 37.5°C (38°C se la misurazione è rettale) si ha la febbre.

Mentre viene definita iperpiressia l’aumento della temperatura corporea oltre i 39°C.

La comparsa della febbre nei bambini, soprattutto quelli più piccoli, è fonte di ansia per i genitori: ecco i consigli utili per affrontarla.

UN SINTOMO, NON UNA MALATTIA

I pediatri spiegano che la febbre è anzitutto il sintomo di una patologia e non una malattia.

Nonostante sia molto temuta, gioca un ruolo importante nella fisiologica risposta di difesa dell’organismo agli agenti infettivi.

Nella maggior parte dei casi è associata ad una malattia infettiva: l’organismo attua nei confronti di virus e batteri meccanismi di difesa tra cui la febbre.

Quando il sistema di difesa attiva una risposta immunitaria, il cervello va a modificare la temperatura media del corpo e si ha una variazione della termoregolazione corporea, proprio per aiutare tale risposta.
Sintomi associati alla febbre sono brividi causati dall’alterazione del sistema di regolazione interno della temperatura, sudorazione, dolori muscolari, sensazione di stanchezza.

COME SI MISURA?

Per tutti i bambini, la misurazione a domicilio della febbre viene raccomandata con termometro digitale in sede ascellare.

Il termometro digitale registra la temperatura corporea utilizzando dei sensori.

La misurazione della temperatura è rapida e il risultato è semplice da leggere, spesso è accompagnato da un segnale sonoro.

Ormai è sconsigliato dai pediatri misurare la febbre per via rettale, a causa della sua invasività e del disagio che comporta.

Un altro tipo di termometro è quello a raggi infrarossi auricolare, con il quale viene rilevata la temperatura nell’orecchio.

Misurare la febbre a livello auricolare richiede solo pochi secondi, ma è bene adottare alcuni accorgimenti per avere una temperatura precisa: pulire l’orecchio affinché sia privo di ostruzioni (cerume in eccesso e secrezioni); rilevare la temperatura sempre nello stesso orecchio in quanto può variare da un orecchio all’altro; non utilizzare l’orecchio in cui sono state instillate gocce o altri medicamenti; non utilizzare la misurazione auricolare se è presente un’infezione auricolare esterna (otite esterna) perché potrebbe provocare dolore.

Infine, il termometro a infrarossi frontale misura il calore emesso dalle superfici corporee, la misurazione è rapida e confortevole, per esempio permette di controllare la febbre senza svegliare il bambino, però viene considerata meno precisa.

Mentre il termometro a mercurio non è più in commercio, ma è sostituito da quello a gallio o galinstano: contiene una lega ed è considerato un’alternativa valida al tradizionale termometro a mercurio.

Chiedi al tuo farmacista un consiglio, saprà indicarti il misuratore più adatto.

ABBASSARE LA FEBBRE? SOLO SE ALTA

Non è sempre necessario abbassare la febbre, infatti se è leggera e il bambino non mostra segni di sofferenza si può aspettare e ricontrollare dopo qualche ora.

Prima di consultare il pediatra è bene porsi alcune domande, osservando il bambino:

  • È pallido?
  • È vivace?
  • Ha voglia di mangiare?
  • Gioca?
  • Piange sempre?
  • Oltre alla febbre presenta altri sintomi, come tosse, raffreddore, mal d’orecchie, mal di pancia, vomito, diarrea?
  • Ha macchie sulla pelle?

Per abbassare la febbre, oltre i 38-38.5°C solitamente il pediatra consiglia l’utilizzo di antipiretici: il paracetamolo e l’ibuprofene.

Possono essere usati entrambi, rispettando il dosaggio opportuno, in base all’età e al peso del bambino, secondo le indicazioni del pediatra.

È invece sconsigliato l’uso alternato o combinato dei due farmaci.

Oltre al farmaco ci sono alcuni accorgimenti che possono aiutare in caso di febbre:
è bene vestire il bambino con abiti leggeri e se è a letto non utilizzare coperte: in questo modo l’organismo potrà disperdere calore.

A letto i bambini piccoli possono essere tenuti con il solo body, i più grandi con un pigiama leggero.

Non si deve costringere il bambino a mangiare se non ha fame, ma è bene farlo bere a sufficienza, acqua o camomilla.

Sono da evitare anche le spugnature sia con acqua, sia con alcol, perché possono portare vasocostrizione, al posto della necessaria vasodilatazione utile alla dispersione di calore, e disagio al bambino; nessun beneficio neppure dalla classica borsa del ghiaccio sulla testa.

Ricordarsi, infine, che è indispensabile consultare il pediatra, se:

  • il bambino con la febbre ha meno di 6 mesi;
  • ha un aspetto sofferente, con un pianto flebile e segni di disidratazione;
  • presenta cefalea intensa e rigidità della nuca;
  • ha difficoltà respiratoria;
  • presenta convulsioni;
  • la febbre persiste da oltre 48 ore.

PARLIAMO DI DISBIOSI

Dolori intestinali - Disbiosi

Prendiamoci cura del nostro intestino

La disbiosi intestinale è un disturbo comune ma talvolta poco considerato.

È figlio dei nostri tempi: è una “eredità contemporanea”.

È il risultato di stili di vita poco sani dove l’alimentazione diventa fattore scatenante di disequilibri dell’organismo.

La sua diffusione è cresciuta in modo esponenziale negli ultimi anni, riportando al centro dell’attenzione le funzioni dell’intestino, chiamato anche “secondo cervello”, a sottolinearne il ruolo strategico che esercita nel mantenimento della salute e del benessere.

È infatti il principale organo immunitario (contiene il 60% delle cellule immunitarie).

COME SI MANIFESTA

La flora intestinale è costituita da popolazioni batteriche – miliardi di microrganismi, fondamentali per la salute – che influenzano numerose funzioni del nostro corpo: dalla regolazione del sistema immunitario all’assorbimento degli zuccheri.

L’alterazione di queste colonie produce un mutamento della qualità o quantità dei microrganismi presenti nell’intestino.

La disbiosi indica dunque un’alterazione della flora batterica (o alterazione del microbiota intestinale).

Quando l’equilibrio dell’ecosistema batterico intestinale si rompe, si innescano reazioni che possono portare a infiammazioni della mucosa (fino a diventare croniche) e scatenano patologie in altri organi del corpo.

Ecco perché si dice che la disbiosi può essere causa di malattia.

È una modificazione che interessa sia il colon sia il tratto del tenue e muta la funzionalità dell’intestino.

Al contrario, quando il sistema dei batteri intestinali funziona bene, è sano, si parla di eubiosi.

In questo caso, la quantità dei batteri cattivi non è predominante rispetto a quelli buoni.

Le cause scatenanti vanno ricercate innanzitutto nelle abitudini alimentari e nell’ambiente che ci circonda.

Diete con un ridotto apporto di fibre, frutta e verdura hanno una responsabilità diretta nell’insorgere di questo disturbo perché quello che mangiamo ha conseguenze immediate sulla composizione batterica dell’intestino.

Per esempio, la quantità crescente di zuccheri e grassi e gli alimenti raffinati presenti sulle nostre tavole influenzano la permeabilità dell’organo, provocando infiammazioni anche croniche.

Così come una dieta monotematica rappresenta un “fattore” di rischio insieme all’abuso di antibiotici, lassativi, sulfamidici, corticosteroidi, infezioni intestinali, parassitosi e stress.

SINTOMI

Arrivare a formulare la diagnosi di disbiosi intestinale non è sempre un processo intuitivo.

Lo scompenso della flora batterica produce infatti disturbi molto vari che possono essere attribuiti ad altre patologie in atto.

I sintomi possono comunque essere così riassunti:

  • gonfiore e dolore addominale
  • irregolarità del tratto intestinale
  • meteorismo
  • reflusso gastroesofageo
  • alitosi
  • disturbi della digestione
  • diarrea o stipsi
  • stanchezza
  • infezioni genitali ricorrenti (candidosi vaginale)
  • insonnia
  • cefalea
  • disturbi dell’umore
  • nervosismo

RIMEDI – I PROBIOTICI

La parola probiotici deriva dal greco e significa “a favore della vita”, pro bios.

Oms e Fao li hanno definiti “microorganismi vivi che, somministrati in quantità adeguate, apportano benefici alla salute dell’ospite”.

E gli studi scientifici che evidenziano validità e importanza del probiotico sono ormai numerosissimi: oltre 20 mila pubblicazioni scientifiche si sono focalizzate sul probiotico e 15 mila sul microbiota.

Inoltre, studi condotti in Paesi europei dimostrano come le persone siano sempre più alla ricerca di probiotici, associati a una dieta sana, capace di apportare benefici al sistema immunitario, al sistema digestivo e al microbiota.

I probiotici sono di facile reperibilità in farmacia come integratori o farmaci da banco e non è necessaria la prescrizione.

L’assunzione è molto utile perché permette di inserire nella funzionalità del corpo batteri buoni in grado di colonizzare la mucosa intestinale.

Per ottenere questo risultato, la quantità e la qualità del probiotico è fondamentale.

L’indicazione arriva proprio dal ministero della Salute che ha individuato in almeno 1 miliardo di cellule vive per ceppo (al giorno) la quantità minima per consentire l’insediamento di un ceppo di fermento lattico nell’intestino.

Tra i più utilizzati, il Lactobacillus acidophilus, resistente agli acidi gastrici, ai sali biliari e al calore.

In grado di arrivare vivo nel colon.

E poi, Bifidumbacterium bifidum, Bifidumbacterium infantis, Bifidumbacterium longum, Lactobacillus sporogenes, vanno assunti con costanza e continuità nel tempo e possono portare a risultati visibili con la riduzione o eliminazione dei sintomi.

FERMENTI LATTICI E PROBIOTICI: LA DIFFERENZA

Spesso fermenti lattici e probiotici vengono usati come sinonimi.

Invece la differenza tra i due termini è sostanziale.

I probiotici sono fermenti lattici, ma non tutti i fermenti lattici hanno proprietà probiotiche.

Entrambi sono costituiti da microorganismi batterici ma svolgono attività differenti.

I fermenti lattici non probiotici, infatti, non interferiscono sulla flora batterica intestinale.

Al contrario, i probiotici giungono vivi all’intestino, vanno a mutare le colonie presenti, arginando la proliferazione di batteri nocivi e apportano benefici che vanno a ristabilire la condizione di equilibrio originario.