IL BUON SONNO

L’importanza di dormire bene

Basta osservare la quantità di annunci pubblicitari riguardanti prodotti e farmaci da banco per aiutare a dormire, o a dormire meglio, per rendersi conto di quanto i disturbi del sonno siano diffusi.

I ritmi della società moderna, soprattutto per chi vive nelle grandi città, lo stress, la scarsa attività fisica e la permanenza in luoghi chiusi per molte ore al giorno sono elementi che vanno a incidere sul sonno.

Eppure dormire è un bisogno primario, fisiologico, naturale, fondamentale per il cervello, ma non solo, e al quale non è possibile rinunciare.

L’organismo umano può resistere più facilmente, e più a lungo, alla privazione di cibo che a quella di sonno.

RECUPERARE LE ENERGIE

Il sonno è amico della salute e serve per recuperare l’energia psicofisica, preservare la memoria e il sistema nervoso.

Oltre che per uno stato di benessere durante la giornata, il sonno è importante per il funzionamento di sistemi ed apparati.

La carenza di sonno e le alterazioni del ritmo sonno-veglia protratti nel tempo aumentano invece il rischio obesità, diabete, ipertensione, depressione.

Chi dorme meno di cinque ore per notte, almeno tre volte alla settimana e per un periodo anche solo di sei o sette mesi, è a forte rischio di sviluppare ipertensione e malattie cardiovascolari.

I RISVEGLI RIPETUTI

Si stima che una persona su dieci soffra di insonnia, intesa sia come difficoltà ad addormentarsi, sia a mantenere il sonno per tutta la notte.

Risvegli ripetuti, sonno a singhiozzo, risvegli precoci dopo pochissime ore sono segnali di insonnia.

Quando le difficoltà si protraggono per oltre tre mesi, e si verificano ripetutamente durante la settimana, si parla di insonnia cronica.

Ma quante sono le ore di sonno necessarie?

Nell’età adulta questa soglia è soggettiva, in genere il numero considerato ottimale varia tra le sette e le nove ore.

Ma ci sono persone che pur dormendo meno sono in grado di restare efficienti.

Secondo i pediatri, i bambini tra 3 e 5 anni dovrebbero dormire almeno 10-13 ore, quelli di età compresa tra 6 e 10 anni 9-11 ore, e i ragazzi tra gli 11 e i 13 anni almeno 8-9 ore.

Perdere ore di sonno è particolarmente grave per gli adolescenti; il loro cervello, infatti, ha bisogno del sonno notturno per completare il proprio sviluppo.

Un sonno di 8-10 ore assicura anche in questa fascia di età la presenza della fase di sonno profondo, quando avviene il consolidamento della memoria e le informazioni apprese durante la giornata vengono immagazzinate.

Dormire bene la notte è essenziale per stare bene di giorno.

Quando si dorme troppo poco, oppure ci si sveglia con la sensazione di non avere riposato, la qualità dello stato di veglia viene intaccata, e compaiono sonnolenza continua, difficoltà di concentrazione e magari qualche problema di memoria.

Non contano solo le ore di sonno ma anche la sua qualità, e le sensazioni al risveglio: un buon sonno ci fa sentire riposati.

Diversamente, ecco la stanchezza fin dal primo mattino, gli occhi stanchi, la difficoltà di concentrazione, l’irritabilità e il cattivo umore.

A COSA SERVE DORMIRE?

Il sonno influisce su numerosi aspetti.

Vediamone alcuni in dettaglio:

  • Abbassamento della pressione arteriosa, della temperatura e della frequenza cardiaca.
    Durante la notte, grazie a un riposo regolare i livelli della pressione arteriosa si abbassano per consentire all’apparato circolatorio di riposarsi.
    I micro-risvegli, legati per esempio alle apnee notturne, aumentano il rischio cardiovascolare e di ipertensione.

  • Inibizione della secrezione di cortisolo, noto anche come ormone dello stress.
    Un sonno insufficiente si associa a una sua eccessiva secrezione.

  • Azione sul sistema immunitario.
    Durante il sonno profondo l’organismo libera le citochine, modulatori della risposta immunitaria nei confronti delle malattie.
    Un sonno insufficiente quindi comporta una riduzione delle difese immunitarie.

  • Azione sul metabolismo.
    Durante il sonno l’organismo secerne, tra gli altri, anche l’ormone della crescita che negli adulti favorisce la mobilizzazione dei grassi.
    La carenza di sonno modifica la secrezione di insulina, aumentando il rischio di sviluppare il diabete.

  • Effetti sulle funzioni cognitive.
    La cronica mancanza di sonno è correlata a un maggior rischio di sviluppare malattie neurodegenerative, come la malattia di Alzheimer.
    È stato infatti verificato che nelle persone che dormono troppo poco i depositi della proteina beta amiloide nelle cellule nervose, coinvolta nella genesi di questa malattia, sono superiori.

DORMO POCO E MALE, CHE FARE?

Tra le possibilità di automedicazione vi è quella di ricorrere a integratori di melatonina, chiedendo consiglio al farmacista.

Sul fronte dei rimedi a base di erbe possono invece essere di aiuto prodotti o infusi specifici a base di camomilla, melissa, tiglio, biancospino, passiflora, valeriana, spesso associati tra loro.

Ma se la difficoltà nel prendere sonno o dormire per tutta la notte perdura, è bene rivolgersi al proprio medico.

In ogni regione inoltre esistono, presso alcuni ospedali pubblici, i Centri di medicina del sonno, con specialisti dedicati alla diagnosi e al trattamento dei disturbi del sonno.

Se vuoi saperne di più su alcuni rimedi naturali potrebbe interessarti il nostro articolo “IL RECUPERO DELLE ENERGIE”

CINQUE CONSIGLI PER DORMIRE BENE

Alcune buone abitudini possono aiutare a migliorare il proprio sonno:

  1. Ambiente: la stanza in cui si dorme dovrebbe essere utilizzata solo per dormire, e non anche per lavorare al computer o guardare la TV.
    Importanti anche temperatura e umidità.

  2. Stile di vita: cercare di coricarsi sempre alla stessa ora, possibilmente anche nei giorni di riposo o durante il fine settimana.
    In caso di difficoltà nel prendere sonno, non restare a letto rigirandosi continuamente e guardando la sveglia.

    Se il sonno non arriva dopo una decina di minuti, meglio alzarsi e svolgere attività rilassanti fino a quando non si avverte una maggiore sonnolenza.
    Evitare di addormentarsi sul divano, la sera.

    Un pisolino pomeridiano può essere invece utile a recuperare energie.
    Nelle ore che precedono il sonno le attività impegnative come studio o lavoro al computer dovrebbero essere evitate perché inducono uno stato di eccitazione, così come l’attività fisica intensa.

  3. Attenzione all’uso di dispositivi tecnologici: smartphone, videogiochi, computer, tablet emettono una luce blu che ha una azione sul ritmo circadiano che regola processi fisiologici come il rilascio di ormoni e la temperatura interferisce con la secrezione di melatonina, ormone che regola il ciclo sonno-veglia, ritardandone il rilascio e quindi portando ad addormentarsi con più difficoltà.

    Questo vale per tutti, e in particolare per i ragazzi.

  4. Alimentazione: chi ha difficoltà nel dormire dovrebbe fare attenzione ad assumere la sera, ma anche fin dalle ore del tardo pomeriggio, bevande stimolanti come caffè, tè, bevande energetiche o contenenti caffeina, cioccolato.

    La sera i pasti abbondanti e molto calorici dovrebbero essere evitati, perché anche lo stato della digestione influisce sul riposo.

    Alimenti come latte, latticini e alcuni vegetali sono ricchi di triptofano.
    Questa sostanza favorisce il riposo in quanto regola la sintesi della serotonina, un neurotrasmettitore precursore della melatonina.
    L’assorbimento di questo aminoacido è facilitata da alimenti come riso e pasta, mentre un pasto proteico tende renderla più difficile.

  5. Ricordare che alcol e fumo sono nemici del sonno.
    La nicotina, come la caffeina, produce effetti eccitanti sul sistema nervoso centrale.

    L’alcol ha un effetto sedativo immediato, ma viene eliminato rapidamente dall’organismo.
    Il sistema nervoso centrale entra quindi in uno stato di “ipereccitabilità” che rende più difficile l’addormentamento e facilita i risvegli nel corso della notte.

di Stefania Cifani

CAPELLI AL MASSIMO

Mantenere i capelli belli e in salute non è difficile, anche a casa.

I capelli, una parte importante per definire la personalità e lo stile di una persona.

Corti, lunghi, colorati, o sale e pepe: sono tutti fattori che concorrono a mostrare l’immagine che si ha di sé e quella che si vuole presentare.

Durante l’emergenza da coronavirus, ci si è resi conto di quanta attenzione hanno bisogno i nostri capelli: l’impossibilità di andare nei saloni dei parrucchieri ha dato modo di prendersi cura da sé di tutti gli aspetti, dalla cura, alla tintura e in qualche caso anche del taglio.

SCEGLIERE I PRODOTTI GIUSTI PER I NOSTRI CAPELLI

Per la pulizia è bene scegliere il prodotto più adatto al tipo di capelli, ma soprattutto che sia in grado di rispettare la cute del cuoio capelluto.

Esistono prodotti specifici per capelli secchi, che contengono oli naturali, o con sostanze purificanti per quelli più grassi.

Non è difficile, infatti, che, utilizzando prodotti troppo aggressivi, si vada incontro a dermatiti o secchezza della pelle.

Un cuoio capelluto sensibile si riconosce da sensazioni come bruciore, punzecchio, dolore, prurito e rossore.

Sia nei casi lievi che in quelli estremi, è importante considerare quali fattori causano la sensibilità del cuoio capelluto.

Chi ha la cute particolarmente sensibile è bene che scelga prodotti formulati per rispettare l’equilibrio cutaneo.

Chiedi al tuo farmacista che saprà fornirti le corrette indicazioni.

LA GIUSTA DIETA PER DEI CAPELLI SANI


La crescita e la condizione del fusto dei capelli è condizionata anche dall’alimentazione e dallo stile di vita.

Il fumo di sigaretta, lo stress, una dieta troppo restrittiva o carente di alcuni nutrienti essenziali, creano delle condizioni sfavorevoli alla formazione della cheratina, la proteina che costruisce la fibra capillare.

I capelli infatti, sono costituiti da proteine, lipidi, pigmenti e oligoelementi.

La carenza di proteine, causa fragilità dello stelo del capello, secchezza e diminuzione del diametro.

Una dieta utile anche alla crescita sana dei capelli deve dunque comprendere una quantità adeguata di proteine, importanti per il diametro e la resistenza del fusto; le vitamine del gruppo B, che stimolano l’attività del follicolo pilifero dove il capello si forma; la vitamina E, che ha funzione antiossidante; i minerali come ferro, zinco, rame e selenio.

Gli antiossidanti, infine, proteggono l’organismo dallo stress ossidativo ed hanno un ruolo anche nel contrastare la comparsa di capelli bianchi.

LE COLORAZIONI DEI CAPELLI FAI-DA-TE

Una bella tinta è importante nella cura dei capelli, che sia per coprire il bianco oppure per cambiare look è bene sceglierla con attenzione.

Una soluzione rapida e comoda in ogni occasione è quella di farla in casa.

Per chi vuole provare esistono diversi kit faidate, pensati per essere utilizzati con facilità, anche da soli.

La scelta ormai è vasta: dalle colorazioni con ingredienti vegetali a quelle su base oleosa che rispettano e nutrono il capello mentre lo colorano.

I nuovi prodotti, inoltre, offrono una palette colori che va incontro alle esigenze di tutte.

SE I CAPELLI TENDONO A CADERE

Grazie a 100mila follicoli piliferi, produciamo circa 30 metri di capelli il cui normale ciclo di vita va dai due ai sei anni.

La caduta perciò è naturale e fisiologica: mediamente si cambiano circa cento capelli al giorno.

Alcuni fattori, però, possono accelerare ed aumentare la caduta e l’eccessiva perdita dei capelli diventa un problema che, in misura diversa e in differenti momenti della vita, può riguardare tutti e varie sono le cause che possono scatenarla: stress, alimentazione sbagliata, fattori ormonali o anche il cambio di stagione come in autunno.

Per contrastare la caduta dei capelli esistono molti prodotti, sia da applicare direttamente alla radice dei capelli, sia integratori nutrizionali.

Questi contengono diverse sostanze in grado di migliorare le condizioni delle radici:

  • la taurina, che svolge una funzione di protezione del bulbo;
  • le catechine, polifenoli estratti da tè verde, o da semi d’uva che con la loro azione antiossidante migliorano la circolazione a livello del cuoio capelluto;
  • lo zinco, necessario alla crescita del capello, perché entra nella sintesi della cheratina.

PICCOLI TRUCCHI PER DEI CAPELLI SANI E BELLI

Ci sono alcuni accorgimenti che possono essere utilizzati da tutti, con molta facilità, per avere una chioma sana e bella.

Prima di tutto è bene trovare lo shampoo e i prodotti più adatti al proprio tipo di capello: in questo il consiglio del farmacista è prezioso.

Se i capelli sono particolarmente secchi si può mettere qualche goccia dell’apposito olio sulle punte prima di lavarli, come protezione.

Una volta lavati ricordarsi di non strizzarli o torcerli quando sono bagnati, perché questo gesto può rovinarli aprendo le squame.

Per asciugarli, si devono tamponare prima utilizzando delicatamente un asciugamano pulito, e poi procedere con il phon a bassa temperatura.

Per evitare che si formino nodi e che si spezzino, è bene pettinare prima le punte, che sono la parte che più si arriccia e solo dopo la parte più vicina alle radici.

Infine per farli crescere evitando le doppie punte, che rovinano il capello oltre a non essere belle, vanno spuntati ogni 23 mesi.

di Francesca Laganà

UNA BOCCA SANA

Consigli per gestire al meglio Afte, Gengiviti e Mughetto; che spesso affliggono le mucose della bocca.

Un’afta che spunta quando meno ce lo aspettiamo, gengive che sanguinano, un fungo che prolifera su lingua e palato: sono tra i problemi più frequenti che colpiscono la nostra bocca o più specificatamente le mucose orali.

Ecco alcuni consigli per liberarsene in modo efficace e ritrovare quanto prima il benessere.

AFTE

Si tratta di ulcerazioni molto dolorose delle mucose della bocca, di color biancastro e circondate da un alone rosso.

Hanno forma variabile (da piccole a più ampie e profonde) e possono interessare il palato, le pareti interne delle guance, la lingua e/o la base delle gengive.

Anche se il meccanismo che innesca la loro formazione è ancora poco chiaro, l’ipotesi più accreditata è che si manifestino nei periodi di forte stress psicofisico.

Ma vengono chiamati in causa anche altri fattori scatenanti, tra cui squilibri ormonali o intestinali, calo delle difese immunitarie, carenze vitaminiche o minerali, infezioni virali o malattie intestinali (come la celiachia).

Come rimediare alle Afte che affliggono la nostra bocca?

Anche se le afte tendono a guarire spontaneamente nel giro di una o più settimane, per alleviare il dolore sono disponibili in farmacia gel e spray a base di acido ialuronico (eventualmente associati a un blando anestetico) che, una volta applicati sulla parte interessata, aderiscono alla mucosa, creando un film protettivo a effetto barriera che la isola dal contatto con gli agenti esterni irritanti.

In alternativa, il disturbo può essere affrontato con un rimedio naturale come l’aloe vera.

Anche questa pianta è disponibile sotto forma di gel puro che crea sopra la lesione una sorta di pellicola trasparente in grado di proteggerla, riducendo nel contempo dolore e infiammazione.

Per tutta la durata del disturbo è bene tenersi alla larga da alimenti caldi, acidi o piccanti che possono irritare le mucose, ritardando la guarigione.

GENGIVITE

È l’infiammazione del tessuto che riveste il colletto dei denti e forma le arcate dentarie.

La causa principale è l’accumulo di placca (un biofilm batterico) nel bordo gengivale, dovuto soprattutto a una cattiva igiene orale: se la placca non viene rimossa a dovere, a partire dalla regolare pulizia dei denti, alla lunga finisce con l’infiammare le gengive che a seguito di ciò si gonfiano, diventano color rosso acceso (a volte violaceo), doloranti e tendono a sanguinare alla minima pressione.

Ma gengive sempre infiammate possono dipendere anche dalla gravidanza: colpa degli elevati livelli di estrogeni nell’organismo, che rendono le gengive più esposte agli attacchi della placca batterica.

E anche lo stress non è esente da responsabilità: quando è cronico restano alti i livelli di cortisolo, la saliva diventa più acida e si abbassano le difese locali, lasciando campo libero ai batteri che infiammano le gengive.

Attenzione dunque a non trascurare questo problema: il consiglio è di fissare quanto prima una visita dal dentista perché un’infiammazione delle gengive, se non viene curata a dovere, rischia di essere l’anticamera della parodontite (o piorrea), un disturbo che può portare alla perdita di stabilità dei denti fino, nei casi estremi, alla loro caduta.

Come rimediare alla gengivite?

Oltre a sottoporsi a sedute periodiche di igiene dentale per rimuovere i depositi di placca, anche l’uso di collutori ad azione specifica contro la proliferazione dei batteri può essere d’aiuto per ridurre l’infiammazione e facilitare la guarigione.

Da preferire quelli privi di alcol, che non irritano le gengive ed evitano spiacevoli sensazioni di bruciore.

Se ne trovano pure a base di piante antisettiche come menta, timo e finocchio.

Esistono poi dentifrici specifici, come quelli a base di estratti naturali (ad esempio di aloe, echinacea, malva, camomilla) che non solo svolgono un’efficace azione antibatterica e antinfiammatoria, ma hanno altresì un benefico effetto lenitivo in grado di alleviare la sensibilità gengivale.

Anche se in caso di disturbi gengivali c’è la tendenza a ricorrere meno allo spazzolino per il fastidio che può procurare, ciò non significa che bisogna rinunciare all’igiene orale quotidiana.

Lo spazzolino giusto: Un modello con setole morbide e particolarmente sottili consente un’accurata rimozione della placca anche quando le gengive sono infiammate e doloranti.

Per non peggiorare la situazione, è poi importante usarlo nel modo giusto: il movimento corretto parte dal bordo delle gengive verso la sommità del dente e mai al contrario.

Anche il filo interdentale deve essere su misura: il modello ideale è quello a fettuccia espansibile e molto morbida, che scorre meglio senza sfilacciarsi.

Durante la manovra, per pulire alla perfezione anche l’area del dente prossima al margine gengivale senza per questo traumatizzare ulteriormente la parte, è bene curvare il filo, così da fargli disegnare una “c”.


MUGHETTO

Detto anche candidosi orale, è un’infezione che colpisce le mucose della bocca ed è causata da un fungo, la Candida albicans, normalmente presente nel cavo orale ma che può diventare patogeno quando si crea uno squilibrio della flora batterica (per esempio dopo un lungo periodo di terapia antibiotica o un abbassamento improvviso o significativo delle difese immunitarie).

Si riconosce per la comparsa di placche biancastre dalla consistenza simile a latte cagliato sulla lingua, all’interno delle guance e in altre parti del cavo orale che, se rimosse con una garza, rivelano tessuti sottostanti fortemente arrossati e possono essere associate ad altri sintomi fra cui sensazione di bruciore e alterazioni del senso del gusto.

Molto comune in neonati e bambini piccoli, il mughetto può colpire anche gli adulti, in particolare gli anziani o coloro che, per varie ragioni, hanno un sistema immunitario compromesso.

Come porre rimedio al Mughetto?

Nei casi non complicati bastano sciacqui con appositi collutori o con soluzioni alcaline (bicarbonato di sodio, borato di sodio) o acqua ossigenata al 3 per cento.

È possibile utilizzare anche farmaci antimicotici che agiscono direttamente sulle lesioni.

Una soluzione green indicata per il mughetto è il tea tree oil, liquido estratto da una pianta, la melaleuca, e dotato di proprietà antibatteriche, antivirali e antimicotiche.

Diluito in acqua, può essere usato per fare sciacqui della bocca.

Per evitare la proliferazione del fungo, è meglio non mangiare eccessive quantità di alimenti troppo ricchi di zucchero.

Qualora l’infezione dovesse insorgere dopo l’utilizzo di antibiotici, il medico o il farmacista potrebbero consigliare l’assunzione di probiotici per il ripristino della flora batterica alterata.

di Aldo Luca Albertoni

CHE COS’È L’ANEMIA

Un disturbo da tenere sotto controllo per evitare danni all’organismo

Si parla di anemia quando si verifica una diminuzione della quantità di emoglobina totale presente nell’organismo, quando cioè i livelli di questa proteina scendono a 12 g/dL nella donna, 13 g/dL nell’uomo e 11 g/dL nella donna in gravidanza.

La conseguenza è una diminuita capacità del sangue di trasportare l’ossigeno ai vari tessuti dell’organismo.

Il sintomo più evidente di anemia è il pallore della cute e delle mucose.

Altri segnali d’allarme sono un persistente senso di debolezza, tachicardia, mal di testa costante, respiro accelerato, senso di stordimento.

L’anemia può essere un disturbo temporaneo oppure un problema cronico: molte forme di anemia lieve sono facilmente curabili, mentre altre possono essere più gravi, durare a lungo e aggravarsi se non vengono diagnosticate e curate.

Spetta al medico indicare gli esami diagnostici, stabilire il problema che causa un’anemia e prescrivere la terapia corretta per ogni caso.

Analizziamo di seguito i vari tipi di anemia per conoscere cause, sintomi e, quando possibile, prevenirla.

ANEMIA FERROPRIVA

Quella da mancanza di ferro, o anemia sideropenica, è il tipo più comune di anemia.

È caratterizzata dalla carenza di ferro nei globuli rossi.

Il ferro è fondamentale per lo svolgimento di alcune funzioni biologiche, tra cui la formazione dell’emoglobina.

Quando i livelli sono bassi – dovuti ad uno scarso apporto con l’alimentazione, da problemi nell’assorbimento, da perdite ematiche – la produzione di emoglobina è insufficiente e questo determina una scarsa circolazione di ossigeno nell’organismo.

Sintomi dell’anemia ferropriva

Si manifesta con: debolezza generale, inappetenza, bruciori di stomaco, nevralgie, formicolii alle mani e ai piedi.

Cause dell’anemia ferropriva

La quantità insufficiente di ferro può essere provocata dall’aumentato fabbisogno di questo elemento in determinati momenti.

Ad esempio, nella donna con mestruazioni abbondanti o durante la gravidanza.

Un’anemia ferropriva può insorgere anche durante e dopo una malattia infettiva, oppure a causa di una emorragia esterna o interna.

In altri casi si tratta invece di cattivo assorbimento del ferro contenuto negli alimenti consumati.

Prevenzione dell’anemia ferropriva

L’anemia ferropriva si può prevenire, ad esempio, con la somministrazione di ferro alla donna in caso di cicli abbondanti o durante l’attesa di un bambino.

Anche l’alimentazione gioca un ruolo importante.

Bisogna seguire una dieta varia, che includa alimenti ricchi di ferro come carne rossa, verdure a foglia verde, frutta secca, pollo, frutti di mare, legumi come fagioli e lenticchie.

A questi alimenti si possono affiancare cibi con alto contenuto di vitamina C che migliorano l’assorbimento di ferro.

ANEMIA DA CARENZA DI VITAMINE

I sintomi sono quelli generali dell’anemia.

È caratterizzata da una ridotta produzione di globuli rossi a causa di una deficienza vitaminica.

Le vitamine coinvolte sono la vitamina B12, l’acido folico (folati) e la vitamina C, acido ascorbico.

Cause dell’anemia da carenza di vitamine

Le cause dell’anemia da carenza di vitamina B12 sono il mancato assorbimento di questi nutrienti fondamentali per la produzione di globuli rossi sani.

Ciò accade per la concomitanza di più problemi: uno scarso apporto di vitamine nell’alimentazione (ad esempio dieta povera di latticini o carne) accompagnato da un difetto nella produzione di globuli rossi con base genetica.

La carenza di acido folico, presente principalmente nella frutta e nelle verdure a foglia verde, è causata soprattutto da un’alimentazione poco ricca di questa vitamina.

Le donne in gravidanza o che allattano hanno un aumento della domanda di folati.

L’abuso di alcolici e l’uso di alcuni farmaci possono interferire con l’assorbimento di acido folico.

Prevenzione dell’anemia da carenza di vitamine

In assenza di patologie che richiedano trattamenti specifici (ad esempio difetti del metabolismo) come prevenire l’anemia da carenza di vitamine?

Si deve rispettare una dieta varia che comprenda alimenti ricchi di vitamine, frutta, verdura e cereali integrali.

Contengono folati soprattutto le verdure a foglia verde e la frutta secca.

La vitamina B12 è presente in maggiori quantità in latte, latticini e yogurt, carni rosse e bianche, crostacei.

La vitamina C in broccoli, agrumi, fragole, peperoni e pomodori.

ANEMIA CRONICA SEMPLICE

I sintomi sono quelli generali dell’anemia.

Questa forma è causata da malattie infettive o infiammatorie, o da diverse malattie croniche.

A provocare un’anemia possono essere quindi patologie come tubercolosi, reumatismi articolari, insufficienza renale cronica, leucemie.

La terapia dell’anemia cronica semplice dipende dalla malattia che l’ha causata e quindi bisogna rivolgersi al medico che individuerà quale disturbo sia alla sua origine.

ANEMIE EMOLITICHE

Nelle anemie emolitiche si verifica la distruzione dei globuli rossi.

Nelle forme acute i sintomi più comuni sono brividi, febbre, dolori articolari e addominali, colorazione gialla di pelle e mucose.

Mentre nelle forme croniche si verifica l’ingrossamento della milza o del fegato.

Tra le malattie responsabili delle anemie emolitiche ci sono patologie infettive come polmonite da virus, setticemia da streptococco, malaria.

Tra le forme acute, tipica è l’anemia emolitica di LedererBrill che colpisce soprattutto i bambini e gli adolescenti: inizia con febbre elevata, emorragie come epistassi, cioè sangue dal naso, ematuria, ossia sangue nelle urine.

ANEMIA MEDITERRANEA

L’anemia mediterranea, anche detta betatalassemia, è una malattia del sangue ereditaria causata da un difetto genetico, quindi si trasmette di padre in figlio.

Il nome “anemia mediterranea” deriva dalla sua diffusione soprattutto nelle aree che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, tra cui i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente.

In Italia la maggior incidenza si riscontra in Sardegna.

Questa forma provoca la distruzione dei globuli rossi, una minore presenza di emoglobina e quindi una scarsa ossigenazione di tessuti, organi e muscoli.

Una situazione che porta debilitazione e impedisce una corretta crescita.

Chi ne soffre deve sottoporsi a frequenti trasfusioni di sangue.

Nella forma meno grave i sintomi sono lievi o poco evidenti.

Nella forma più grave, l’anemia mediterranea sviluppa i suoi sintomi dopo i primi due anni di vita del bambino.

Con la crescita chi ne soffre può andare incontro a diverse complicazioni anche importanti.

Se entrambi i genitori sono portatori sani di anemia mediterranea, il figlio potrebbe ereditare il gene “difettoso”.

Per questo è importante sottoporsi a esami ematologici specifici per stabilire se si è portatori sani di anemia mediterranea.

In tal modo è possibile valutare il rischio di avere figli affetti da questa patologia.

ANEMIA FALCIFORME

L’anemia falciforme è una malattia genetica ed ereditaria del sangue.

Il nome si deve alla caratteristica forma a falce o mezzaluna assunta dai globuli rossi.

La forma irregolare ne ostacola il movimento attraverso i vasi sanguigni, rallentando o bloccando il flusso del sangue.

I sintomi si manifestano in genere dopo i quattro mesi di vita.

Compaiono manifestazioni quali: anemia, affaticamento, debolezza, mancanza di fiato, pallore, gonfiori alle mani e ai piedi, pelle fredda, ritardo nella crescita, ittero.

Non esistono al momento terapie per l’anemia falciforme, quindi i bambini che ne sono affetti dovranno seguire una nutrizione adeguata, e una vita sana per evitare l’aggravamento della malattia.

QUALI ESAMI PER RILEVARE L’ANEMIA?

  • Emocromo, quantifica il numero di globuli rossi, globuli bianchi e piastrine.
  • Ematocrito, documenta la quantità di emoglobina totale.
  • Sideremia, misura il dosaggio del ferro e la ferritina.
  • Sangue occulto nelle feci per capire se ci sono emorragie nel tratto gastrointestinale.

di Alessandra Margreth

NASINI CHE COLANO; IL RAFFREDDORE DEI BAMBINI

Influenza e raffreddore bambini

Come affrontare raffreddore e infezioni respiratorie

Come tutti gli anni, questa per i bambini e i ragazzi è la stagione di raffreddore, tosse e altri disturbi delle vie respiratorie.

Se da una parte queste infezioni colpiscono le alte vie respiratorie e di solito si risolvono in pochi giorni, dall’altra diventano più preoccupanti se interessano i polmoni e quando sono infezioni ricorrenti.

Vediamo come si affrontano in tranquillità.

VIRUS E BATTERI

La maggior parte delle infezioni respiratorie sono di origine virale, sono cioè causate da rinovirus, virus parainfluenzali o dal virus respiratorio sinciziale.

Meno frequenti sono quelle di natura batterica come pneumococco o Haemophilus influenzae.

L’attecchimento di virus respiratori è favorito da una predisposizione genetica o dall’esposizione a fattori ambientali, ad esempio il riscaldamento delle case, che facilitano una situazione di infiammazione locale; questo stato, a sua volta, aiuta l’attecchimento di altri virus, determinando l’infezione delle vie aeree.

Per i bambini più piccoli è normale avere fino a sei episodi di infezione respiratoria l’anno, quando, invece, sono di più vengono considerate infezioni ricorrenti e necessitano di approfondimenti da parte del pediatra.

IL LAVAGGIO NASALE

Il raffreddore guarisce da solo nel giro di 57 giorni, però alcuni accorgimenti possono essere utili per alleviare il fastidio.

Il rimedio principale per affrontare le infezioni respiratorie delle alte vie aeree è costituito da una buona pulizia del naso.

Il lavaggio nasale è uno strumento utile a tutte le età, ma in particolar modo per i bambini sotto i tre anni, che ancora non sono capaci di soffiare sufficientemente bene il naso.

È utile effettuarlo più volte al giorno, quando il bambino è raffreddato, sempre prima di dormire, così che la rimozione di muco dalle narici permetta di respirare meglio durante il sonno, e di avere una nottata più tranquilla.

È poi utile fare il lavaggio nasale prima di eseguire l’aerosol, per favorire la terapia.

Come spiegano i medici dell’ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, le soluzioni normalmente utilizzate per il lavaggio nasale sono isotoniche (detta soluzione fisiologica) o ipertoniche.

Le soluzioni isotoniche hanno una concentrazione di sale dello 0,9%.

Le soluzioni ipertoniche invece hanno una concentrazione di cloruro di sodio più elevata e quella di uso più frequente è la soluzione al 3% e sono consigliate quando il bambino ha un muco più denso.

Le soluzioni possono essere sterili, a base di acqua di mare o con acqua di sorgenti termali arricchite di manganese, rame, ferro o zolfo.

Nei bambini sotto i due anni di età è consigliato l’utilizzo di una siringa dopo aver tolto l’ago da 2,5 ml o 5 ml, con acqua fisiologica isotonica, che viene inserita nelle narici con una discreta pressione, utile a liberare le prime vie aeree.

I flaconcini monouso (da 2,5 o 5 ml) sono utili con i bambini molto piccoli, le prime volte che si esegue il lavaggio o anche fuori casa.

Nei più grandicelli si possono utilizzare sia la siringa con soluzione isotonica, o gli spray predosati anche con soluzione ipertonica.

Per eseguire il lavaggio si riempie la siringa con la soluzione da utilizzare; si mette il bambino sdraiato sul fianco; si inserisce il beccuccio della siringa o il flaconcino nella narice; si inietta la soluzione con un movimento continuo e deciso.

La soluzione uscirà dall’altra narice; si fa sdraiare il bambino sul fianco opposto e si ripete la procedura con la seconda narice.

Poi si asciuga il naso.

LA BRONCHIOLITE

Una delle condizioni che più spaventano i genitori è la bronchiolite.

Secondo la Società italiana di pediatria, è una malattia che colpisce i bimbi più piccoli, soprattutto quelli di pochi mesi, causata da alcuni virus molto diffusi e poco pericolosi per i grandi.

L’agente infettivo più coinvolto (nel 75% circa dei casi) è il virus respiratorio sinciziale (Vrs).

I sintomi della bronchiolite sono: tosse, febbre e difficoltà a respirare.

Di fatto non ci sono cure specifiche ma terapie di supporto a partire dal lavaggio nasale e aerosol con soluzione ipertonica al 3%; la malattia provoca inappetenza, per questo viene consigliato di dare piccoli pasti ma più frequenti durante la giornata.

Bisogna fare attenzione a come il bambino respira: se lo fa in modo molto veloce e se sono presenti dei “rientramenti” sotto il torace è meglio contattare al più presto il pediatra.

LA POLMONITE DEI BAMBINI

La polmonite è un processo infiammatorio che può interessare uno o entrambi i polmoni.

Nei bambini dopo i 3 anni è causata da infezioni batteriche, in particolare, le forme da Streptococcus pneumoniae o pneumococco.

I bambini con polmonite possono presentare: febbre, aumento della frequenza respiratoria, difficoltà respiratoria, tosse, respiro sibilante, dolore toracico.

Al comparire di questi sintomi è bene interpellare il pediatra che saprà fornire le indicazioni terapeutiche più indicate per il bambino.

L’AEROSOL: UN UTILE STRUMENTO PER I PICCOLI

L’aerosolterapia, vale a dire la somministrazione di farmaci attraverso particelle di piccolissime dimensioni in grado di raggiungere le mucose dell’albero respiratorio, è indicata per la cura di numerose patologie delle alte e basse vie aeree, sia croniche, sia stagionali: rinite (allergica e non), sinusite, faringite, otite, tosse, raffreddore, asma bronchiale, bronchite, bronchiolite.

All’efficacia dimostrata in numerosi studi internazionali, l’aerosol unisce la facilità d’uso e un’azione mirata del medicinale a livello locale.

Se per i più piccoli, è difficile rimanere fermi per il tempo necessario alla nebulizzazione completa, li si può tenere occupati con un cartone animato o leggendo loro un libro.

di Chiara Romeo

IGIENE INTIMA FEMMINILE

Indicazioni di benessere per tutte le età

Una corretta igiene intima permette di mantenere in salute una parte importante della femminilità, e prevenire molte infezioni come vaginiti e cistiti.

Imparare fin da piccole, per affrontare adeguatamente l’età adulta fino alla menopausa, ad avere una corretta igiene intima permette di evitare malattie, di avere una buona vita sessuale, mantenendo alto il livello di benessere generale.

UN VERO E PROPRIO ECOSISTEMA

Una corretta igiene intima deve prima di tutto rispettare le difese naturali della mucosa degli organi genitali, soprattutto della vagina, che costituisce il tramite tra l’esterno e l’interno, e funge da barriera contro eventuali agenti aggressivi.

Nell’ambiente vaginale e vulvare convivono numerosi microrganismi, che costituiscono la flora vaginale: un insieme di batteri e funghi che vivono in equilibrio, la cui composizione varia con l’età e con le abitudini.

Il primo fattore a cambiare durante le diverse fasi della vita della donna è il pH, o acidità, condizionato dagli ormoni.

Il pH favorisce la crescita e l’adesione alla mucosa vaginale dei lattobacilli che proteggono dalle infezioni e impediscono la crescita dei microrganismi patogeni.

Prima della pubertà il pH vaginale è basico, mentre in età adulta, il pH vaginale acidifica.

In ambiente acido nel microambiente vaginale prevalgono i lattobacilli, destinati a ridursi progressivamente in menopausa quando, a causa della carenza di estrogeni, la mucosa va incontro ad un processo di atrofia.

L’equilibrio dei diversi ceppi batterici può alterarsi a causa dell’assunzione di antibiotici, dell’uso di altri farmaci, della presenza di malattie croniche.

Se ne deduce che:

«età diverse richiedono attenzioni differenti, anche nell’igiene intima, proprio per proteggere al massimo l’integrità sia dei nostri tessuti, sia dei microrganismi che vi abitano, e che costituiscono i cosiddetti “ecosistemi”»

spiega Alessandra Graziottin, ginecologa, direttrice del Centro di ginecologia del San RaffaeleResnati

«Ossia quei diversi piccoli mondi di microrganismi, preziosi alleati della salute, che abitano le regioni del nostro corpo a contatto con l’esterno».

IGIENE INTIMA DA 0 A 12 ANNI

Anche le bambine appena nate hanno bisogno di una corretta detersione.

«Alla nascita la bambina ha cute e mucose delicate, che vengono rapidamente colonizzate dai normali microrganismi “amici».

«La sua cute richiede una detersione delicata, meglio se con latte o olio detergenti, e in ogni caso prodotti specifici, anche per evitare di provocare irritazioni dermatologiche o allergie»

spiega Graziottin

«Nell’infanzia, le bambine non hanno estrogeni, gli ormoni femminili della maturità, e questo rende le mucose genitali vulnerabili alle infezioni da parte di batteri, provenienti per lo più dall’intestino attraverso le feci: i più comuni sono Escherichia coli o l’Enterococcus faecalis».

Una buona abitudine insegnare alle bambine è quello di pulirsi e lavarsi correttamente: dal davanti verso dietro, cioè dalla vulva verso l’ano, per evitare di contaminare i genitali con quantità anche piccolissime di feci che possono tuttavia contenere milioni di germi.

Questi possono causare vaginiti e cistiti recidivanti.

VITA FERTILE E MENOPAUSA

Alla comparsa delle mestruazioni e con l’adolescenza, va mantenuta un’adeguata igiene intima, soprattutto durante il flusso mestruale.

La detersione, in doccia o con un bidè, dovrebbe essere eseguita due volte al giorno.

Durante le mestruazioni, infatti, il ristagno dei liquidi sull’assorbente e l’uso continuato dell’assorbente stesso possono favorire la comparsa di bruciori e infiammazioni.

Nel caso di pelle particolarmente sensibile sono da preferire i tamponi interni o gli assorbenti in puro cotone.

Per la detersione, in assenza di problemi particolari, sono utili detergenti a pH acido, per esempio a base di salvia, o timo.

Esistono poi prodotti a base di probiotici, utili a contribuire al mantenimento dell’ambiente più adatto alla crescita di batteri buoni.

In caso di irritazioni o infiammazioni ricorrenti, che si presentano anche con una adeguata igiene intima, è utile l’utilizzo di biancheria in cotone, che faciliti la traspirazione.

Evitare anche l’utilizzo frequente di pantaloni molto stretti.

In menopausa, quando il pH diventa quasi neutro, la formulazione del detergente intimo dovrebbe essere delicata, rispettare il pH, essere povera di tensioattivi, e con sostanze lenitive, oltre a contenere attivi idratanti, per favorire l’integrità delle mucose.

INTESTINO E SALUTE INTIMA

La salute dell’intestino è strettamente legata a quella della mucosa vaginale.

Diarrea e stitichezza possono infatti causare vaginiti ricorrenti da germi intestinali, come l’Escherichia coli, normale abitante dell’ecosistema intestinale, ma patogeno, ossia causa di infezione, se arriva in vagina o nella vescica.

La modalità di trasmissione può essere esterna, per la contiguità tra ano e vagina, o quella interna, meno conosciuta, che avviene quando l’intestino è irritato e dunque permeabile.

Per evitare questa condizione è bene tenere regolare l’intestino con una dieta adeguata ed eventualmente l’uso di probiotici.

DAL GINECOLOGO OGNI ANNO

Anche in assenza di sintomi è importante fare una visita ginecologica di controllo una volta l’anno.

Il medico, potrà controllare che non ci siano in atto infezioni silenti, senza sintomi evidenti, eseguirà, dopo i 25 anni, il Pap Test per la diagnosi precoce del tumore del collo dell’utero, e potrà fornire consigli sulla igiene intima e sulla corretta contraccezione e protezione sessuale.

Indispensabile la consulenza dello specialista in caso di disturbi e sintomi: una diagnosi precisa e una cura mirata evitano aggravarsi dei sintomi e le recidive.

MANGIARE INTEGRALE

Mangiare-integrale

Benefici e controindicazioni di una dieta ricca di fibre

Cereali e tutti i loro derivati: pasta, pane, prodotti da forno, pizza.

Orzo, farro, avena, riso rosso e nero.

Ma pure avena, amaranto, quinoa e tutti i cereali in chicco non perlati o decorticati.

L’integrale sta conquistando i pasti di molti italiani.

Che privilegiano il concetto di qualità della materia prima e di migliore, e maggiore, apporto di nutrienti importanti per la salute del nostro organismo.

Integrale significa infatti nutrirsi con un alimento che ha mantenuto la sua “integrità”, è rimasto dunque intero, non ha perso elementi nutrizionali nel processo di trasformazione industriale.

LE FIBRE NEL PIATTO

È ormai confermato da studi scientifici che mangiare integrale contribuisce a limitare l’insorgenza di alcune malattie del nostro secolo e i nutrizionisti lo consigliano in quasi tutte le diete alimentari.

Il merito di questo successo va attribuito alla grande quantità di fibre che il cibo integrale contiene e che aiutano il transito intestinale, alimentando anche i batteri cosiddetti “buoni”.

Se è vero che l’intestino è stato recentemente definito il “secondo cervello” del nostro corpo per l’influenza che esercita sulla salute, risulta evidente quanto sia importante l’assunzione “naturale”, attraverso i pasti, di questa quantità di fibre.

Va subito detto che il cereale non raffinato non produce un apporto inferiore di calorie poiché la quantità di carboidrati è uguale, così come l’energia che riesce a generare.

Tuttavia il cibo non raffinato provoca un livello di sazietà maggiore e di più lunga durata e combatte il sovrappeso, introducendo nell’organismo fibre, vitamine, sali minerali e acidi grassi essenziali.

Consumare cereali integralila dose consigliata è di 3 porzioni al giorno – aumenta la qualità della nostra alimentazione: permette un maggiore equilibrio e controllo del peso, rafforza il sistema immunitario ed esercita proprietà antinfiammatorie.

ALCUNE CONTROINDICAZIONI

I cereali non raffinati compaiono anche tra le indicazioni principali per una alimentazione e uno stile di vita corretti.

Il World Cancer Research International ha inserito la loro assunzione quotidiana tra le 10 regole consigliate per vivere più sani.

Ci sono tuttavia casi specifici in cui l’alimentazione integrale non è consigliata e va dunque discussa e decisa insieme al proprio medico.

In particolare, in presenza di malattie infiammatorie croniche dell’intestino (sindrome del colon irritabile, morbo di Crohn, colite ulcerosa, diverticolosi, meteorismo) oppure in presenza di gastriti e reflusso gastroesofageo.

In tutti questi casi, un apporto consistente di fibre potrebbe essere controindicato e l’assunzione dovrà essere più contenuta.

COME LEGGERE L’ETICHETTA

La lettura corretta dell’etichetta alimentare rappresenta il primo strumento per riconoscere un cibo realmente integrale.

Innanzitutto fate attenzione all’indicazione della quantità: deve essere riportato che almeno il 51% è composto da farina integrale.

Dovrebbe essere riportata anche la dicitura “farina integrale macinata”.

Inoltre, deve essere chiaro il riferimento specifico alla farina integrale e non alla farina 00 con aggiunta di crusca.

Talvolta, infatti, l’aggiunta di crusca o cruschello a un prodotto raffinato rappresenta la scorciatoia più veloce per definirlo integrale, anche quando non lo è.

Infine, non fatevi fuorviare dalla colorazione del cereale: essere scuro non è automaticamente sinonimo di integrale.

Quando poi il colore è chiaro con una puntinatura scura, in particolare nel pane, ci potremmo trovare in presenza di un cereale raffinato al quale è stata aggiunta la crusca.

La colorazione deve essere sempre omogenea.

FIBRE: UNA FONTE DI BENEFICI

Come abbiamo visto, i cereali integrali contengono una quantità importante di fibre che apportano numerosi benefici all’organismo.

Innanzitutto, migliorano la funzionalità intestinale con una peristalsi più frequente e contribuiscono a ridurre la stipsi, eliminando le tossine e le scorie e favorendo lo sviluppo di una flora batterica intestinale “buona”.

Ma quali sono i cibi fatta eccezione per gli alimenti integrali che contengono la maggior quantità di fibre?

Nella frutta: mele, pere, frutta secca, banane.

Nelle verdure e nei legumi: melanzane, carciofi, cavoli, carote, lenticchie, ceci, fagioli, fave, piselli.

Un elevato consumo di cereali integrali e dunque una dieta ricca di fibre, da associare sempre a quantità adeguate di frutta, verdura cotta/cruda, legumi, pesce viene associato a una minore incidenza di malattie cronichedegenerative come:

  • malattie tumorali (soprattutto al colonretto);
  • malattie metaboliche (ipertensione, diabete tipo 2, obesità);
  • patologie cardiovascolari (ictus, insufficienza cardiaca).

PROPRIETÀ DELLE FIBRE

  • Rallentano l’assorbimento degli zuccheri e tengono basso il livello glicemico.
  • Tengono sotto controllo gli aumenti di colesterolo e dei grassi in generale.
  • Nutrono la flora batterica “buona”.
  • Producono senso di sazietà molto prima – e più a lungo – rispetto a un cibo raffinato.
  • Abbassano lo stato infiammatorio cronico.
  • Apportano vitamina E e alcune vitamine del gruppo B.

COSA SI PERDE NELLA RAFFINAZIONE

Perché i cereali vengono raffinati?

La risposta è semplice: perché la raffinazione consente una produzione industriale più veloce.

Sono infatti più facili da trasformare, cuociono più velocemente, hanno una durata di conservazione più lunga.

Tutto questo però a discapito di alcuni elementi che si perdono durante il processo di trasformazione e che invece un cereale integrale mantiene.

Il cereale all’origine è infatti composto da:

  • crusca (rivestimento esterno): contiene fibre, antiossidanti;
  • germe: contiene grassi polinsaturi, vitamine;
  • endosperma: contiene carboidrati, è la parte più ricca di amido.

Mentre un cereale integrale mantiene la presenza di tutti questi elementi, il cereale che ha subito la raffinazione industriale conserva solo l’endosperma e perde germe e crusca.

In termini concreti significa che quest’ultimo contiene quasi solo zucchero e provoca veloci impennate di glicemia.

Dunque, di insulina.

Contribuendo nel tempo a sovrappeso, accumulo di grassi nella zona addominale fino all’obesità.

POCHE REGOLE PER CUCINARE INTEGRALE

Lo abbiamo detto.

La durata di conservazione del cereale integrale è minore.

L’industria, poi, ricorre alla raffinazione anche perché permette una cottura più veloce.

Cucinare un cereale integrale richiede in cucina un tempo di cottura più lungo.

È importante non saltare mai la fase di ammollo e di lavaggio sotto l’acqua corrente che serve ad eliminare alcune sostanze.

Per la cottura, la regola è 1 porzione di cereale e 2 di acqua.

di Francesca Consoli

IL RECUPERO DELLE ENERGIE

Quando le giornate sembrano in “salita” e ci si sente affaticati

Durante l’anno, specie nei cambi di stagione, dopo un’influenza o un prolungato stress psico-fisico, può accadere che ci aggredisca la stanchezza.

Allora spesso la mattina si fa fatica ad alzarsi e, anche se la giornata ci è sembrata interminabile, la sera a letto il sonno non arriva.

Ma il lavoro in casa o in ufficio e gli esami all’università sono comunque appuntamenti che non si possono rimandare.

In questo caso per recuperare le energie è importante seguire una sana alimentazione e cercare di dormire un adeguato numero di ore, ma può risultare utile anche affidarsi ai rimedi naturali, che favoriscono l’adattamento ai cambiamenti e agli impegni quotidiani.

ELEUTEROCOCCO

La parola chiave per recuperare le energie è “adattarsi” alle condizioni ambientali sfavorevoli e a situazioni di stress psico-fisico, così come tonico-adattogene sono definite le piante che possono aiutarci a recuperare forza, memoria e difese immunitarie efficienti.

L’eleuterococco è una delle piante d’elezione dotate di attività adattogena, migliorando in particolar modo la resistenza fisica e mentale di adulti e adolescenti, impegnati in attività sportive o ad alto impatto cerebrale, come per esempio lo studio.

Originario del Nordest asiatico l’eleuterococco (Eleutherococcus senticosus Maxim.) è un arbusto spinoso con foglie palmate di cui in fitoterapia si utilizzano le radici e il rizoma.

In commercio è disponibile la tintura madre da assumere alla dose di 30-40 gocce diluite in acqua, al giorno, al risveglio.

Se, invece, si preferiscono preparati diversi si può ricorrere all’estratto secco o fluido, da assumere sotto forma di fiale da bere, compresse da deglutire o bustine solubili, solitamente formulate in associazione con altri ingredienti naturali, vitamine e minerali.

SPIRULINA

In Ciad le donne vendono nei mercati il Dihé, una piccola torta di spirulina essiccata al sole che, una volta sbriciolata e mescolata a salsa di pomodoro e peperoncino, viene utilizzata come condimento di pollo, pesce e fagioli.

La spirulina è una microalga diffusa nei laghi dell’Africa centrale e del Messico, a forma di piccola spirale visibile solo al microscopio, che si raccoglie in colonie costituite da miliardi di individui.

La sua peculiarità consiste nel saper concentrare il maggior numero di nutrienti, come proteine (circa il 62 per cento del suo peso), vitamine (specie B12 e betacarotene) e minerali, quali ferro, calcio, magnesio e zinco.

Apprezzata dai vegetariani, come sostitutivo di carne e pesce, la spirulina assunta quotidianamente rappresenta un efficace rimedio energizzante nei casi di inappetenza e per gli sportivi, ma anche un ottimale disintossicante renale e stimolante le fisiologiche difese immunitarie.

La posologia suggerita è di 10 grammi al giorno.

PAPPA REALE

Prodotta dalle giovani api operaie, per nutrire l’ape regina e le larve nei primi giorni di vita, la pappa reale è il rimedio d’eccellenza dell’astenia, intesa come debolezza generale, riconducibile alla perdita di forza muscolare, e dell’inappetenza.

Inoltre, assunta regolarmente tutte le mattine per un certo periodo, questo prezioso ingrediente è in grado di regolarizzare l’umore, e di aumentare la vitalità e lo stato di benessere psicofisico generale dell’organismo.

Indicato come tonico per tutte le età, la pappa reale è presente in commercio come preparato fresco, da conservare in frigorifero e da assumere alla dose di 500 milligrammi per adulti e 250 milligrammi per bambini, al giorno, oppure come liofilizzato che risulta resistente anche alla temperatura ambiente.

La pappa reale, dalla consistenza gelatinosa, odore pungente e sapore acidulo, contiene proteine, aminoacidi essenziali, acidi grassi saturi e insaturi, zuccheri e una buona fonte di vitamine del gruppo B, in particolare di acido pantotenico (vitamina B5), implicata nella produzione di energia, nel metabolismo dei nutrienti e nel corretto funzionamento del sistema immunitario.

COME E QUANDO ASSUMERLI

I ricostituenti disponibili in commercio sono formulati con nutrienti volti a stimolare le funzioni metaboliche dell’organismo, quali vitamine, minerali, oligoelementi e sostanze toniche come la caffeina.

Dopo poco tempo dalla loro assunzione si genera un benefico effetto energizzante che va poi scemando durante l’arco della giornata, per esaurirsi definitivamente quando si va a letto e sopraggiunge il sonno.

Questi rimedi vanno, pertanto, preferibilmente consumati la mattina a colazione o al più tardi a pranzo, ma mai il pomeriggio o la sera, poiché altrimenti possono causare difficoltà nell’addormentamento.

Meglio, inoltre, assumerli a stomaco pieno, poiché sostanze, come per esempio le vitamine liposolubili (vitamina A, D ed E), necessitano di grassi per essere assorbite.

In genere gli integratori ricostituenti, per svolgere al meglio la loro funzione, devono essere utilizzati per almeno due settimane consecutive.

FIBRILLAZIONE ATRIALE

Quando il cuore batte fuori tempo

Per un anziano su 12 il cuore non batte al giusto ritmo.

L’aritmia cardiaca consiste in una alterazione della regolarità del battito cardiaco, considerato anormale non solo quando la frequenza è irregolare, ma anche quando è eccessivamente rapida (tachicardia) o lenta (bradicardia).

La fibrillazione atriale è la forma di aritmia più comune e rappresenta una importante condizione di aumento del rischio di ictus e malattie cardiovascolari.

Nella fibrillazione atriale accade che gli atri cardiaci, ossia le camere superiori del cuore, non si contraggono in maniera sincrona, ma in modo molto rapido e irregolare.

Il sangue, quindi, non viene pompato in modo sufficiente e viene trasferito al resto del corpo in maniera inefficiente; da qui il senso di debolezza o stanchezza, oppure la comparsa di battito cardiaco accelerato.

Le contrazioni irregolari possono causare inoltre il ristagno di sangue all’interno dell’atrio e la formazione di coaguli, che dal cuore possono entrare in circolo e raggiungere il cervello causando l’ictus.

È POSSIBILE INDIVIDUARLA?

Piccoli malesseri occasionali come palpitazioni, tachicardia, astenia, difficoltà di respiro, sono tra i possibili sintomi della fibrillazione atriale ma non sempre vengono individuati come segnali della presenza di malattia.

In molti casi, inoltre, la fibrillazione atriale è del tutto asintomatica, e viene diagnosticata casualmente, in occasione di visite o esami indotti da altre motivazioni.

Le cause più frequenti sono l’ipertensione arteriosa, che si riscontra in più della metà dei pazienti affetti da questa patologia, il diabete mellito e l’ipertiroidismo.

Ma anche le persone senza problemi cardiaci possono sviluppare una fibrillazione atriale.

Un recente studio ha dimostrato l’esistenza di una relazione tra i valori della pressione arteriosa sistolica (la pressione massima) e il rischio di fibrillazione atriale: un aumento di 20 mmHg di pressione arteriosa sistolica è risultato associato a un aumento medio del 21% del rischio di manifestare questo tipo di aritmia nel corso del tempo.

Questa relazione è risultata ancora più forte nelle donne, per cui a ogni aumento di pressione arteriosa sistolica di 20 mmHg corrisponde un aumento del rischio di fibrillazione atriale del 26%, contro il 16% riscontrato negli uomini.

Tenere monitorata la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca, con controlli abituali, a casa o in farmacia, è quindi molto importante.

Se non trattata, infatti, la fibrillazione atriale comporta un aumento del rischio di cardiopatia ischemica, scompenso cardiaco, ictus ischemico ed emorragico, malattia renale cronica, arteriopatia periferica e demenza vascolare.

E a un generale aumento del rischio di eventi fatali.

Si stima che circa un quarto dei casi di ictus tromboembolico sia dovuta alla fibrillazione atriale.

LE TRE FORME DI FIBRILLAZIONE ATRIALE

  • Parossistica: in questo caso il battito cardiaco torna spontaneamente alla normalità.
    Gli episodi possono avere una durata variabile da pochi minuti a ore, ma si risolvono senza interventi terapeutici.
  • Persistente: gli episodi terminano con un intervento di cardioversione elettrica o con terapia farmacologica.
  • Permanente: in questo caso le terapie non sono efficaci.

TERAPIA ANTICOAGULANTE

Individuare la presenza di fibrillazione atriale è importante per impostare una terapia anticoagulante, con l’obiettivo non di guarire la malattia, ma di prevenirne le conseguenze.

In alcuni casi possono essere associati degli antiaritmici.

Per la diagnosi di fibrillazione atriale oltre all’elettrocardiogramma vengono in genere prescritti Holter pressorio, ecocardiografia, esami del sangue.

La terapia anticoagulante si basa, in parte ancora oggi, sul farmaco tradizionalmente utilizzato a questo scopo appartenente alla categoria dei dicumarolici; il trattamento richiede però un frequente monitoraggio dei tempi di coagulazione e conseguente aggiustamento del dosaggio.

Il paziente deve inoltre attenersi a una serie di regole riguardanti l’alimentazione e il consumo di alcuni cibi, in particolare quelli ad alto contenuto di vitamina K, poiché possono interagire con il farmaco alterandone l’effetto.

Tra i cibi da evitare le verdure a foglia verde come cicoria, lattuga, spinaci, broccoli, cime di rapa, cavoletti di Bruxelles, rucola, verza, oltre a olio di soia, tè verde, tè nero.

Non tutti i pazienti possono, però, essere sottoposti a terapia anticoagulante , per esempio chi ha già avuto emorragie in precedenza o chi soffre di ulcera in quanto aumenta il rischio di emorragia.

In anni recenti sono stati introdotti altri farmaci anticoagulanti, dotati di un diverso meccanismo di azione.

Si tratta dei nuovi anticoagulanti orali che sono a dose fissa e hanno una azione indipendente dalla vitamina K, e in molti casi sono prescritti come terapia di prima scelta.

CARDIOVERSIONE ELETTRICA

Tra le possibili terapie per la fibrillazione atriale esistono anche interventi mirati alla risoluzione del problema: la cardioversione elettrica, una procedura messa in atto con un defibrillatore che riporta il ritmo del battito cardiaco alla normalità, e l’ablazione transcatetere.

Quest’ultima consiste in un intervento chirurgico per rimuovere l’area di tessuto cardiaco responsabile dell’alterazione del battito cardiaco, e viene utilizzata solo in casi selezionati, per cui terapia farmacologica e cardioversione elettrica non abbiano dato risultati.

STILE DI VITA

Per prevenire l’insorgenza della fibrillazione atriale, le regole sono quelle che caratterizzano uno stile di vita sano: seguire una alimentazione equilibrata senza eccessi di alcol e sale, non fumare, fare attività fisica regolare, tenere il peso nella norma.


di Marina Franceschi

LA PIRAMIDE ALIMENTARE

Piramide alimentare

Un modello da seguire nell’alimentazione quotidiana

La piramide alimentare è esattamente quello che il suo nome anticipa: una piramide di alimenti.

È così proposta da anni, in tutto il mondo: nei libri di alimentazione, di medicina, nelle campagne di sensibilizzazione a una sana alimentazione.

È un’immagine molto efficace, di forte impatto comunicativo che offre agli addetti ai lavori  e non  la sintesi di un metodo, un modello da seguire nell’alimentazione quotidiana.

Individua, infatti, in base alla posizione occupata da ciascun alimento lungo la piramide, le qualità nutrizionali, la frequenza e la quantità di assunzione nella settimana.

Ma è bene chiarirlo subito: la piramide indica un regime alimentare corretto per il mantenimento di uno stile di vita sano.

Si tratta di linee guida che si basano su studi ed evidenze scientifiche.

È dunque un’indicazione universale, trasversale a tutti.

Non è collegata esclusivamente a schemi alimentari dimagranti.

UNO SCHEMA PER TUTTI

La lettura e l’interpretazione di questo modello è semplice e immediata.

Nella rappresentazione grafica, alla base della piramide  più larga  sono collocati tutti gli alimenti che si possono assumere in quantità e frequenza maggiori con porzioni giornaliere.

Mano a mano che si sale verso il vertice, fino alla punta della piramide, tutto si restringe e vengono indicati i cibi considerati qualitativamente meno strategici e da assumere con moderazione.

Alla base troviamo verdura, cereali, frutta e acqua che possono e devono essere assunti giornalmente.

Frequenza settimanale più contenuta invece per carni, legumi, pesce, latticini, uova, condimenti.

Al vertice, in punta, alimenti da limitare al minimo, o comunque, da assumere in quantità ridotte: dolci e vino.

Sempre costante, lungo tutta la piramide, il consiglio a condurre una regolare attività fisica.

In sintesi:

  • Cereali integrali e grassi vegetali a ogni pasto
  • Verdura in abbondanza
  • Frutta da 2 a 3 porzioni al giorno
  • Legumi e frutta secca da 1 a 3 porzioni al giorno
  • Pesce, uova, pollo da 0 a 2 porzioni al giorno
  • Alimenti ricchi di calcio (formaggi) da 1 a 2 porzioni al giorno
  • Cereali raffinati (riso, pane, pasta), patate e dolci, carni rosse, burro con moderazione

In una delle versioni più recenti della piramide è stata inserita anche l’acqua, considerata un vero e proprio alimento.

Accanto a quella che assumiamo regolarmente (si consiglia una media di 2 litri al giorno), va aggiunta l’acqua contenuta nella verdura e nella frutta consigliata in abbondanza e che contiene sali minerali e vitamine.

Importanti anche latte e yogurt per l’apporto di calcio, fermenti lattici e proteine.

LA VERSIONE ITALIANA

La piramide settimanale italiana è stata introdotta nel 2005.

Si basa sulla definizione di Quantità Benessere (QB) riferita al cibo e all’attività fisica.

In un lavoro di promozione e divulgazione realizzato dalla sezione di Scienza dell’Alimentazione del Dipartimento di Fisiopatologia Medica dell’Università Sapienza di Roma, Carlo Cannella, ordinario di Scienza dell’Alimentazione “Sapienza”, ha affermato:


«Un eccessivo consumo di un solo alimento o un’alimentazione basata sull’uso di pochi alimenti comporta quasi sempre squilibri nutrizionali che portano alla malnutrizione per difetto o per eccesso.

Una porzione è compatibile con il benessere se contiene una “giusta” quantità di cibo; l’insieme delle porzioni consumate in un giorno deve avere un contenuto energetico di circa 2000 kcal per sostenere le attività vitali e l’esercizio fisico di una persona che conduca uno stile di vita “normale” secondo l’età.

Per un adolescente, la normalità significa studiare e fare sport, per un adulto lavorare ed essere attivo, per un anziano mantenersi attivo anche senza l’impegno lavorativo.

Non esistono cibi buoni e/o cattivi: il loro effetto dipende dalla quantità consumata giornalmente.

La scelta di un adeguato numero di porzioni di cibo deve riguardare tutti i gruppi di alimenti presenti nella piramide giornaliera per essere sicuri di assumere tutti i nutrienti».

1992: NASCE LA PIRAMIDE ALIMENTARE

La prima piramide alimentare vede la luce negli Stati Uniti nel 1992 (rivista nel 2005 con importanti modifiche come lo spostamento della carne rossa nel gruppo di cibi da assumere con moderazione).

A promuoverla il Dipartimento dell’Agricoltura per sensibilizzare i cittadini a un regime alimentare più sano per quantità e tipologia di cibo.

Ogni Paese nel tempo ha personalizzato la piramide, adattandola al proprio stile di vita, al clima, ai fabbisogni, alle produzioni locali.

Nel 2005 nasce la versione italiana, realizzata da un team di esperti su richiesta del ministero della Salute.

Il modello americano venne adattato alle produzioni del territorio e, soprattutto, alla dieta mediterranea considerata un modello di riferimento mondiale.

Tanto che nel 2010 l’Unesco l’ha dichiarata Patrimonio intangibile dell’Umanità.

La piramide italiana si basa sulla definizione di Quantità Benessere (QB) ed è costruita su 6 livelli.

Indica le porzioni ideali per una alimentazione equilibrata che rispetti il raggiungimento del benessere psicofisico della persona.

La piramide, dunque, non è un modello statico come si potrebbe pensare.

Nel tempo, in base a nuove scoperte scientifiche e a nuovi studi, viene aggiornata e viene modificata la collocazione o l’introduzione di alcuni cibi.

La versione più recente risale al 2016 quando venne presentata a Milano dall’International Foundation of Mediterranean Diet durante la prima Conferenza mondiale sulla dieta mediterranea.

PIRAMIDE DELL’ATTIVITÀ FISICA

È stata realizzata anche una Piramide dell’attività fisica.

Questi i consigli, partendo dalla base della piramide:

  • per combattere la sedentarietà: ogni giorno (almeno 6 volte la settimana) 30 minuti di camminata;
  • per uno stile di vita più attivo: da 2 a 4 volte a settimana (un’ora per volta), ginnastica, nuoto, pallavolo, calcetto, ballo, jogging, biciletta;
  • per uno stile di vita sportivo: da 1 a 2 volte a settimana, attività più impegnativa e intensa (tennis, calcio, corsa, ginnastica aerobica).

Fonte @ Sezione di Scienza dell’Alimentazione del Dipartimento di Fisiopatologia medica dell’Università Sapienza di Roma

Di Francesca Consoli