FEGATO SOTTO ATTACCO

Fegato danneggiato

Sonnolenza dopo i pasti? Bocca amara al mattino? Cattiva digestione? Come prevenire i disturbi epatici 

Con il suo chilo e mezzo di peso, il fegato è la ghiandola più voluminosa del nostro organismo nonché uno degli organi più importanti: depura, smaltisce le tossine, produce la bile per digerire i grassi.

Ma anche un organo così complesso e forte, se trascurato, può ammalarsi.

COME CAPIRE SE IL FEGATO FUNZIONA MALE?

Anche se questo organo ha una buona capacità di sopportazione e dà segnali solo quando è davvero in crisi, le spie di malfunzionamento più frequenti sono:

  • sonnolenza dopo i pasti
  • bocca amara al mattino
  • cattiva digestione
  • perdita di appetito
  • affaticamento
  • dolorini al fianco destro, sotto le costole

LE PATOLOGIE PRINCIPALI DEL FEGATO

CALCOLI BILIARI

Sono piccoli sassi solidi che si formano nella colecisti (detta anche cistifellea, il sacchetto collegato al fegato in cui si raccoglie la bile secreta per digerire i grassi), nelle vie biliari o in entrambe le strutture anatomiche, a causa di una maggiore concentrazione di colesterolo nella bile.

Tra i fattori di rischio accertati, una dieta con troppi grassi e povera di fibre, sovrappeso e obesità, gravidanza, diabete, farmaci anticolesterolo o terapie ormonali a base di estrogeni.

I calcoli biliari possono dar luogo a sintomi specifici, come la classica colica biliare che provoca intenso dolore alla parte destra superiore dell’addome e che può essere accompagnata da senso di peso, nausea e vomito, diarrea, ittero (colorito giallognolo della cute e delle sclere).

Se i calcoli non causano sintomi e problemi non necessitano di alcun trattamento.

Negli altri casi è possibile tentare una terapia farmacologica che ha come obiettivo lo scioglimento dei calcoli stessi.

Si tratta, però, di una cura molto lunga, con risultati spesso parziali o insoddisfacenti.

Se questa non funziona e le coliche persistono, la soluzione consiste essenzialmente nella colecistectomia, un’operazione che prevede la rimozione della colecisti e il congiungimento del fegato all’intestino tenue.

STEATOSI (O FEGATO GRASSO)

È dovuta all’accumulo di trigliceridi nelle cellule epatiche, in primo luogo per colpa degli eccessi alimentari (soprattutto da cibi ricchi di grassi e additivi) e l’abuso di alcol.

Altre cause vanno dal sovrappeso/obesità alla malnutrizione, dal diabete alle malattie virali (in particolare l’epatite C) fino a determinati farmaci (per es. estrogeni e corticosteroidi).

La steatosi epatica non presenta sintomi specifici, tutt’al più un senso di indolenzimento o pesantezza alla parte alta dell’addome destro.

Allo stesso modo, non esiste una terapia specifica: il trattamento si concentra sul controllo o l’eliminazione delle cause primarie che provocano il problema, come smettere di bere e seguire una dieta appropriata (non incentrata solo su grassi e carboidrati ma ricca di frutta e verdura).

EPATITE

È una malattia che provoca l’infiammazione del fegato e la distruzione delle sue cellule, per cui l’organo non è più in grado di eliminare la bilirubina che accumulandosi nel sangue provoca ittero.

Il termine epatite virale indica una serie di patologie epatiche provocate da virus differenti, dotati di strutture diverse.

Epatite A

È la meno pericolosa, anche perché nella maggior parte dei casi guarisce da sola nel giro di qualche settimana (può comunque essere fastidiosa perché si possono accusare disturbi quali nausea, vomito, diarrea, dolori addominali, febbre).

Si contrae per via oro-fecale attraverso l’ingestione di alimenti e bevande contaminate o tramite il contatto diretto con una persona infetta.

Gli alimenti a maggior rischio sono frutti di mare (se mangiati crudi), frutta e verdura mal lavate, ma anche l’acqua.

Attenzione anche all’igiene delle mani, a maggior ragione dopo aver usato la toilette e prima di preparare il cibo e di mangiare.

Il pericolo di contagio è maggiore se si viaggia in un paese ad elevata circolazione del virus, per cui vale la pena proteggersi con l’apposito vac cino.

Per essere attivo va effettuato almeno due settimane prima della partenza e protegge per 10-20 anni se viene effettuato un richiamo dopo sei mesi-un anno.

Epatite B

È trasmissibile attraverso l’esposizione a sangue infetto e ai fluidi corporei (come sperma e liquidi vaginali).

Attenzione quindi a spazzolini da denti, rasoi, aghi, forbicine e altri oggetti appuntiti usati in comune, ma anche a tatuaggi e piercing effettuati senza l’utilizzo di strumenti monouso, oltre che ai rapporti sessuali occasionali non protetti.

La malattia provoca un’infezione acuta del fegato che in circa il 90 per cento dei casi si risolve con la completa guarigione del soggetto.

Nel 5-10 per cento dei casi, invece, l’infezione cronicizza e può compromettere la funzionalità epatica con l’eventuale insorgenza, nel giro di 10-30 anni, di cirrosi o di una neoplasia del fegato.

Durante la fase acuta l’epatite B può decorrere in maniera asintomatica, ma può anche manifestarsi con la comparsa di inappetenza, malessere generale, stanchezza, dolore muscolare, febbre e nausea, ittero, urine scure.


I farmaci disponibili per il trattamento dell’epatite cronica B sono dotati di attività antivirale più o meno associata a un’azione immunomodulante.

Obbligatoria dal 1991 la vaccinazione per tutti i neonati, mentre negli adulti è consigliata soprattutto a chi non ha un partner fisso, ai conviventi di portatori cronici del virus B, a chi viaggia in zone in cui la malattia è endemica e agli operatori sanitari.

Sono necessarie tre dosi (la seconda dopo un mese e la terza dopo sei mesi dalla prima).

Epatite C

È l’infezione più temibile anche perché, nell’80- 85 per cento dei casi diventa cronica e nell’arco di uno o due decenni circa può evolvere in cirrosi.

Viene trasmessa quasi esclusivamente con il sangue (quindi le regole di prevenzione sono le stesse dell’epatite B) e spesso non dà sintomi (ma quando presenti sono simili a quelli del tipo A e B).

A oggi non esiste un vaccino antiepatite C, per cui la terapia è basata, anche in questo caso, su farmaci antivirali specifici.

CIRROSI

È una malattia cronica del fegato caratterizzata dalla cicatrizzazione del tessuto epatico che determina una trasformazione della microcircolazione epatica e una conseguente riduzione della buona funzionalità del fegato.

Le principali cause della cirrosi sono l’alcol e le infezioni virali (virus dell’epatite B e C in primis).

Spesso i sintomi non si manifestano fino a quando il danno all’organo non è molto esteso e includono affaticamento, debolezza, inappetenza, perdita di peso, nausea, ittero, ascite (accumulo di liquido nell’addome) ed edema agli arti inferiori.

Fermo restando che i soggetti colpiti da cirrosi alcolica devono smettere di bere alcol, attualmente non esistono farmaci in grado di bloccare la progressione della malattia.

Quelli utilizzati in terapia possono solamente rallentarne l’evoluzione a partire dalla causa che ne sta alla base (ad es. farmaci per la cura dell’epatite).

Nel suo stadio più avanzato, quando la patologia è considerata irreversibile, la sola possibilità di cura risulta essere il trapianto di fegato.

COME PREVENIRE O COMBATTERE I DANNI EMPATICI

La prima arma per prevenire o combattere i danni epatici è cambiare radicalmente lo stile di vita, a cominciare dall’alimentazione.

Oltre ad alleggerire la quantità di cibo che si assume quotidianamente (gli eccessi di lipidi favoriscono l’accumulo di trigliceridi e colesterolo che rallentano il metabolismo dell’organo) e a eliminare o quantomeno limitare il più possibile gli alcolici, è importante puntare su una dieta leggera e ricca di frutta (in particolare agrumi, mele, mirtilli) e verdura (soprattutto quella amara, come carciofi, radicchio, cardo, rafano, scarola, cicoria) in cui abbondano sostanze epatoprotettive, oltre che disintossicanti e stimolanti, come vitamina C, antiossidanti e polifenoli.

Consigliata anche la pratica di un’attività sportiva che aiuti a mantenere il peso forma e a attenuare gli stress emotivi che finiscono con l’avvelenare il fegato.

di Claudio Buono

PELLE IN INVERNO

Pelle in inverno

Difendiamo la nostra cute dalle insidie del freddo

L’inverno mette a dura prova la nostra pelle, sottoponendola all’attacco di agenti esterni come freddo, vento e umidità che possono scatenare infiammazioni cutanee.

Questo perché le basse temperature riducono la naturale quota di film idrolipidico (il sottile strato protettivo naturale che ricopre la superficie cutanea proteggendola dalle aggressioni esterne) causando secchezza cutanea.

Con i rimedi giusti, però, è possibile ridurre gli effetti negativi dell’inverno sulla pelle.

Ecco come intervenire.

DERMATITE DA FREDDO

È un’irritazione cutanea scatenata dall’esposizione al freddo.

Risultato: mani secche, ruvide al tatto e arrossate, a cui si aggiungono spesso delle ragadi, piccole e dolorose fissurazioni che compaiono principalmente dove l’epidermide è meno elastica e più sottoposta a sollecitazioni continue.

La dermatite da freddo può essere inoltre associata a desquamazione e prurito intenso.

Come intervenire

Ai primi sintomi, per favorire il ripristino del film idrolipidico, usare unguenti autoidratanti a base di poligliceroli o polietilenglicoli, sostanze capaci di attirare l’acqua nello strato corneo, restituendo alla cute la morbidezza persa.

Inoltre, per salvaguardare il film idrolipidico e non comprometterne ulteriormente le funzionalità, nei mesi invernali è consigliabile rinunciare ai normali saponi o detergenti troppo schiumogeni, evitando anche i prodotti particolarmente aggressivi.

Meglio puntare invece su alternative oleose che lubrificano la pelle, e preferire lavaggi con acqua tiepida (quella troppo calda tende, infatti, a seccare ancora di più la cute).

GELONI

Sono lesioni della pelle a carico di mani e piedi e possono essere innescati dalle basse temperature, specie se combinate con l’umidità.

Le piccole vene che irrorano questi organi si dilatano eccessivamente, facilitando la liberazione di liquidi e sostanze infiammatorie che gonfiano e arrossano punte e nocche delle dita, rendendole pulsanti e doloranti.

Inoltre è facile avvertire prurito alle estremità di mani e piedi.

Come intervenire

Immergere mani e piedi per una decina di minuti in una bacinella di acqua tiepida, dopodiché applicare un gel lenitivo a base di ossido di zinco.

In alternativa, si può precedentemente far bollire l’acqua aggiungendo cinque foglie di salvia per litro: questa pianta aromatica ha anche un’azione lenitiva capace di ridurre prurito e infiammazione.

Se non si hanno segnali evidenti di miglioramento dopo qualche trattamento, consultare il proprio medico (o il dermatologo di fiducia) che potrebbe prescrivere specifiche pomate antinfiammatorie (o antibiotiche, se sono presenti screpolature o lesioni a rischio di infezione).

Come alternativa green, ai primi accenni di geloni si possono anche usare, previo consulto medico o del farmacista, creme a base di arnica, calendula o olio di iperico, dall’azione antinfiammatoria e lenitiva.

Per prevenire il disturbo (così come la dermatite) quando si esce all’aperto è bene tenere le estremità al caldo e all’asciutto, indossando guanti idrorepellenti e solette termiche.

XEROSI CUTANEA

Si manifesta con sottili rughe e fessure della pelle che le conferiscono un aspetto simile a un vetro rotto.

Complici freddo e riscaldamento domestico, la cute, già tendenzialmente secca, finisce con il disidratarsi ulteriormente, diventando più spessa e ruvida; inoltre può desquamarsi (soprattutto sugli arti inferiori, ma anche su mani e avambracci) e prudere.

Come intervenire

Per proteggersi sono utili le norme suggerite per la dermatite da freddo.

Possono essere utilizzate anche creme emollienti che contengono sostanze come acido lattico, acido acetilsalicilico e urea, da applicare quando la pelle è ancora umida.

O pomate e unguenti naturali a base di achillea, alloro e arancio amaro: ricche di oli essenziali e flavoni, migliorano la permeabilità della pelle e stimolano il microcircolo cutaneo.


COUPEROSE E ROSACEA

L’inverno è un periodo a rischio per chi è soggetto a couperose e rosacea, due problemi cutanei che tendono ad accentuarsi durante la brutta stagione per via dei rapidi passaggi dagli ambienti caldi al freddo esterno che fanno apparire un arrossamento diffuso nelle zone centrali del volto, accompagnato da bruciore e sensazione di calore (flushing).

A causarlo è una vasodilatazione (teleangectasia) provocata da un’alterazione del microcircolo superficiale del viso.

Anche i capillari (i più piccoli vasi sanguigni dell’apparato circolatorio), già fragili per natura, vengono messi sotto stress: si dilatano, perdono elasticità per poi rompersi e, con il tempo, degenerare in couperose, un reticolo sempre più evidente di sottili linee rosse, soprattutto su guance, mento e punta del naso.

Spesso la couperose è la prima fase della rosacea, un’alterazione patologica della cute che oltre a eritema e teleangectasie, può essere accompagnata da papule e pustole simili a quelle dell’acne.

Come intervenire

Per ridurre i sintomi della couperose, si può ricorrere a creme lenitive e antinfiammatorie a base di estratti vegetali che stimolano la circolazione sanguigna e riducono la flogosi (come mirtillo, rusco, ippocastano, calendula, centella asiatica, malva).

Le chiazze rosse caratteristiche della couperose possono essere trattate efficacemente anche con metodiche come il laser vascolare, che è in grado di fotocoagulare i vasi dilatati.

Riguardo alla rosacea, invece, per il controllo della sintomatologia il medico può prescrivere creme antinfiammatorie come quelle a base di acido azelaico, mentre nei casi più seri potrebbe ricorrere ad antibiotici per via orale (tetracicline, ad es.).

A scopo preventivo, all’aperto è importante proteggere la pelle del viso con una sciarpa, mentre prima di entrare in un ambiente caldo si può evitare lo sbalzo di temperatura semplicemente appoggiando le mani, coperte da guanti di pile o morbida lana, sopra le guance per scaldarle.

Inoltre, anche d’inverno è consigliabile proteggere la pelle del viso applicando un filtro solare con fattore di protezione superiore a 30.

PRENDERSI CURA DELLA PELLE A TAVOLA

Ecco alcuni alimenti che possono essere d’aiuto durante la stagione più rigida dell’anno.

Pesce azzurro:

grazie all’elevato contenuto di acidi grassi Omega 3, contribuisce alla produzione di collagene, svolgendo una preziosa azione idratante e rigenerante delle cellule cutanee.

Zucca:

ricca di betacarotene, vitamine del gruppo A e acqua, è tra le migliori cure naturali per idratare e lasciare la pelle morbida e vellutata.

Bacche di ginepro:

indicate per prevenire geloni e dermatite da freddo, hanno un’azione vasoattiva che tonifica la pelle migliorando il microcircolo.

Frutta secca:

è ricca di acidi grassi essenziali, costituiti da sostanze simili ai lipidi che rivestono la cute.
Questi grassi aiutano a mantenere l’equilibrio della barriera idrolipidica.
Garantendo una funzione protettiva.
In più contengono vitamina E, utile per reidratare la pelle e limitare i danni causati dai radicali liberi.

di Aldo Luca Albertoni

Bambino con la febbre?

Bambina con febbre

Come misuro la temperatura? Come mi devo comportare? I consigli utili e pratici.

La febbre è definita come un incremento della temperatura corporea al di sopra dei limiti di normalità.

Secondo le indicazioni pratiche fornite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la temperatura è normale se compresa fra 36.5 e 37.5°C (WHO, 1996) e sopra i 37.5°C (38°C se la misurazione è rettale) si ha la febbre.

Mentre viene definita iperpiressia l’aumento della temperatura corporea oltre i 39°C.

La comparsa della febbre nei bambini, soprattutto quelli più piccoli, è fonte di ansia per i genitori: ecco i consigli utili per affrontarla.

UN SINTOMO, NON UNA MALATTIA

I pediatri spiegano che la febbre è anzitutto il sintomo di una patologia e non una malattia.

Nonostante sia molto temuta, gioca un ruolo importante nella fisiologica risposta di difesa dell’organismo agli agenti infettivi.

Nella maggior parte dei casi è associata ad una malattia infettiva: l’organismo attua nei confronti di virus e batteri meccanismi di difesa tra cui la febbre.

Quando il sistema di difesa attiva una risposta immunitaria, il cervello va a modificare la temperatura media del corpo e si ha una variazione della termoregolazione corporea, proprio per aiutare tale risposta.
Sintomi associati alla febbre sono brividi causati dall’alterazione del sistema di regolazione interno della temperatura, sudorazione, dolori muscolari, sensazione di stanchezza.

COME SI MISURA?

Per tutti i bambini, la misurazione a domicilio della febbre viene raccomandata con termometro digitale in sede ascellare.

Il termometro digitale registra la temperatura corporea utilizzando dei sensori.

La misurazione della temperatura è rapida e il risultato è semplice da leggere, spesso è accompagnato da un segnale sonoro.

Ormai è sconsigliato dai pediatri misurare la febbre per via rettale, a causa della sua invasività e del disagio che comporta.

Un altro tipo di termometro è quello a raggi infrarossi auricolare, con il quale viene rilevata la temperatura nell’orecchio.

Misurare la febbre a livello auricolare richiede solo pochi secondi, ma è bene adottare alcuni accorgimenti per avere una temperatura precisa: pulire l’orecchio affinché sia privo di ostruzioni (cerume in eccesso e secrezioni); rilevare la temperatura sempre nello stesso orecchio in quanto può variare da un orecchio all’altro; non utilizzare l’orecchio in cui sono state instillate gocce o altri medicamenti; non utilizzare la misurazione auricolare se è presente un’infezione auricolare esterna (otite esterna) perché potrebbe provocare dolore.

Infine, il termometro a infrarossi frontale misura il calore emesso dalle superfici corporee, la misurazione è rapida e confortevole, per esempio permette di controllare la febbre senza svegliare il bambino, però viene considerata meno precisa.

Mentre il termometro a mercurio non è più in commercio, ma è sostituito da quello a gallio o galinstano: contiene una lega ed è considerato un’alternativa valida al tradizionale termometro a mercurio.

Chiedi al tuo farmacista un consiglio, saprà indicarti il misuratore più adatto.

ABBASSARE LA FEBBRE? SOLO SE ALTA

Non è sempre necessario abbassare la febbre, infatti se è leggera e il bambino non mostra segni di sofferenza si può aspettare e ricontrollare dopo qualche ora.

Prima di consultare il pediatra è bene porsi alcune domande, osservando il bambino:

  • È pallido?
  • È vivace?
  • Ha voglia di mangiare?
  • Gioca?
  • Piange sempre?
  • Oltre alla febbre presenta altri sintomi, come tosse, raffreddore, mal d’orecchie, mal di pancia, vomito, diarrea?
  • Ha macchie sulla pelle?

Per abbassare la febbre, oltre i 38-38.5°C solitamente il pediatra consiglia l’utilizzo di antipiretici: il paracetamolo e l’ibuprofene.

Possono essere usati entrambi, rispettando il dosaggio opportuno, in base all’età e al peso del bambino, secondo le indicazioni del pediatra.

È invece sconsigliato l’uso alternato o combinato dei due farmaci.

Oltre al farmaco ci sono alcuni accorgimenti che possono aiutare in caso di febbre:
è bene vestire il bambino con abiti leggeri e se è a letto non utilizzare coperte: in questo modo l’organismo potrà disperdere calore.

A letto i bambini piccoli possono essere tenuti con il solo body, i più grandi con un pigiama leggero.

Non si deve costringere il bambino a mangiare se non ha fame, ma è bene farlo bere a sufficienza, acqua o camomilla.

Sono da evitare anche le spugnature sia con acqua, sia con alcol, perché possono portare vasocostrizione, al posto della necessaria vasodilatazione utile alla dispersione di calore, e disagio al bambino; nessun beneficio neppure dalla classica borsa del ghiaccio sulla testa.

Ricordarsi, infine, che è indispensabile consultare il pediatra, se:

  • il bambino con la febbre ha meno di 6 mesi;
  • ha un aspetto sofferente, con un pianto flebile e segni di disidratazione;
  • presenta cefalea intensa e rigidità della nuca;
  • ha difficoltà respiratoria;
  • presenta convulsioni;
  • la febbre persiste da oltre 48 ore.

PARLIAMO DI DISBIOSI

Dolori intestinali - Disbiosi

Prendiamoci cura del nostro intestino

La disbiosi intestinale è un disturbo comune ma talvolta poco considerato.

È figlio dei nostri tempi: è una “eredità contemporanea”.

È il risultato di stili di vita poco sani dove l’alimentazione diventa fattore scatenante di disequilibri dell’organismo.

La sua diffusione è cresciuta in modo esponenziale negli ultimi anni, riportando al centro dell’attenzione le funzioni dell’intestino, chiamato anche “secondo cervello”, a sottolinearne il ruolo strategico che esercita nel mantenimento della salute e del benessere.

È infatti il principale organo immunitario (contiene il 60% delle cellule immunitarie).

COME SI MANIFESTA

La flora intestinale è costituita da popolazioni batteriche – miliardi di microrganismi, fondamentali per la salute – che influenzano numerose funzioni del nostro corpo: dalla regolazione del sistema immunitario all’assorbimento degli zuccheri.

L’alterazione di queste colonie produce un mutamento della qualità o quantità dei microrganismi presenti nell’intestino.

La disbiosi indica dunque un’alterazione della flora batterica (o alterazione del microbiota intestinale).

Quando l’equilibrio dell’ecosistema batterico intestinale si rompe, si innescano reazioni che possono portare a infiammazioni della mucosa (fino a diventare croniche) e scatenano patologie in altri organi del corpo.

Ecco perché si dice che la disbiosi può essere causa di malattia.

È una modificazione che interessa sia il colon sia il tratto del tenue e muta la funzionalità dell’intestino.

Al contrario, quando il sistema dei batteri intestinali funziona bene, è sano, si parla di eubiosi.

In questo caso, la quantità dei batteri cattivi non è predominante rispetto a quelli buoni.

Le cause scatenanti vanno ricercate innanzitutto nelle abitudini alimentari e nell’ambiente che ci circonda.

Diete con un ridotto apporto di fibre, frutta e verdura hanno una responsabilità diretta nell’insorgere di questo disturbo perché quello che mangiamo ha conseguenze immediate sulla composizione batterica dell’intestino.

Per esempio, la quantità crescente di zuccheri e grassi e gli alimenti raffinati presenti sulle nostre tavole influenzano la permeabilità dell’organo, provocando infiammazioni anche croniche.

Così come una dieta monotematica rappresenta un “fattore” di rischio insieme all’abuso di antibiotici, lassativi, sulfamidici, corticosteroidi, infezioni intestinali, parassitosi e stress.

SINTOMI

Arrivare a formulare la diagnosi di disbiosi intestinale non è sempre un processo intuitivo.

Lo scompenso della flora batterica produce infatti disturbi molto vari che possono essere attribuiti ad altre patologie in atto.

I sintomi possono comunque essere così riassunti:

  • gonfiore e dolore addominale
  • irregolarità del tratto intestinale
  • meteorismo
  • reflusso gastroesofageo
  • alitosi
  • disturbi della digestione
  • diarrea o stipsi
  • stanchezza
  • infezioni genitali ricorrenti (candidosi vaginale)
  • insonnia
  • cefalea
  • disturbi dell’umore
  • nervosismo

RIMEDI – I PROBIOTICI

La parola probiotici deriva dal greco e significa “a favore della vita”, pro bios.

Oms e Fao li hanno definiti “microorganismi vivi che, somministrati in quantità adeguate, apportano benefici alla salute dell’ospite”.

E gli studi scientifici che evidenziano validità e importanza del probiotico sono ormai numerosissimi: oltre 20 mila pubblicazioni scientifiche si sono focalizzate sul probiotico e 15 mila sul microbiota.

Inoltre, studi condotti in Paesi europei dimostrano come le persone siano sempre più alla ricerca di probiotici, associati a una dieta sana, capace di apportare benefici al sistema immunitario, al sistema digestivo e al microbiota.

I probiotici sono di facile reperibilità in farmacia come integratori o farmaci da banco e non è necessaria la prescrizione.

L’assunzione è molto utile perché permette di inserire nella funzionalità del corpo batteri buoni in grado di colonizzare la mucosa intestinale.

Per ottenere questo risultato, la quantità e la qualità del probiotico è fondamentale.

L’indicazione arriva proprio dal ministero della Salute che ha individuato in almeno 1 miliardo di cellule vive per ceppo (al giorno) la quantità minima per consentire l’insediamento di un ceppo di fermento lattico nell’intestino.

Tra i più utilizzati, il Lactobacillus acidophilus, resistente agli acidi gastrici, ai sali biliari e al calore.

In grado di arrivare vivo nel colon.

E poi, Bifidumbacterium bifidum, Bifidumbacterium infantis, Bifidumbacterium longum, Lactobacillus sporogenes, vanno assunti con costanza e continuità nel tempo e possono portare a risultati visibili con la riduzione o eliminazione dei sintomi.

FERMENTI LATTICI E PROBIOTICI: LA DIFFERENZA

Spesso fermenti lattici e probiotici vengono usati come sinonimi.

Invece la differenza tra i due termini è sostanziale.

I probiotici sono fermenti lattici, ma non tutti i fermenti lattici hanno proprietà probiotiche.

Entrambi sono costituiti da microorganismi batterici ma svolgono attività differenti.

I fermenti lattici non probiotici, infatti, non interferiscono sulla flora batterica intestinale.

Al contrario, i probiotici giungono vivi all’intestino, vanno a mutare le colonie presenti, arginando la proliferazione di batteri nocivi e apportano benefici che vanno a ristabilire la condizione di equilibrio originario.

UN SORRISO RUBACUORI

Insegnare ai bambini la corretta igiene orale è importante fin dal primo dentino

Un corretto atteggiamento verso l’igiene orale e un precoce approccio ai controlli odontoiatrici sono la chiave giusta perché i bambini imparino a prendersi cura della propria bocca.
La carie è ancora una delle malattie croniche più diffuse in tutto il mondo.
In Italia, secondo i dati del Ministero della Salute, a 4 anni di età, ne soffre il 21,6% dei bambini; mentre a 12 anni il 43,1% dei ragazzini.
Impostare fin dai primi anni una corretta routine per la cura dei denti, permette di arrivare alla dentizione definitiva e all’età adulta con una dentatura sana.

IGIENE? FIN DAL PRIMO DENTINO!

Per quanto riguarda l’igiene orale deve cominciare presto… appena si vede spuntare il primo dentino! All’inizio sarà il genitore ad aiutare nella pulizia: i dentini appena spuntati vanno puliti con una garzina bagnata, arrotolata sul dito. Quando le capacità manuali del bambino lo consentiranno, sarà lui a spazzolare efficacemente i denti da solo, due volte al giorno. Nella maggior parte dei casi il primo dentino spunta tra i sei e i dieci mesi e
la dentizione detta “da latte” si completa intorno ai due anni, due anni e mezzo. Generalmente i primi denti a spuntare sono gli incisivi inferiori, poi tra gli otto e i dodici mesi spuntano gli incisivi superiori. La dentatura da latte completa comprende venti denti, dieci inferiori e dieci superiori.

DOLORE E FASTIDIO DA CRESCITA

L’eruzione di un dentino è sempre un piccolo evento traumatico che può avvenire senza particolari disturbi per il bambino ma che talvolta può causare infiammazione, arrossamento, dolore. Nel periodo della prima dentizione è possibile che si presentino alcuni disturbi: pianto, agitazione, irrequietezza, risvegli notturni causati dal dolore e dal fastidio generati dai dentini che spingono per uscire. Nel corso della dentizione è normale che il piccolo sbavi, voglia mordere o rosicchiare, in questo caso gli va dato qualcosa di duro da masticare, meglio se si tratta di prodotti specifici, costruiti in materiale atossico, facilmente reperibili in farmacia. Poi, appena possibile, si deve cominciare a far familiarizzare il bambino con lo spazzolino e il dentifricio.

PRIMA VISITA DAL DENTISTA

Secondo la Società Italiana di Odontoiatria Infantile (SIOI) l’ideale sarebbe fare una prima visita dal pedodontista, il medico dei denti specializzato nella cura dei più piccoli, già ad un anno di età e comunque prima dei tre. In questa occasione verrà fatta una semplice ispezione della bocca del bambino, ma è un momento utile per conoscersi e per i primi consigli ai genitori. Infatti, verranno fornite le indicazioni sulle misure di igiene orale più adatte all’età del piccolo, ed eventualmente correggere abitudini che possono danneggiare il cavo orale, come una forma del ciuccio non anatomica o il consumo di sostanze zuccherate.

QUELLI DEFINITIVI HANNO BISOGNO DI PIÙ FLUORO

La seconda dentizione inizia dopo la caduta dei rispettivi denti da latte: di solito i primi a cadere sono gli incisivi inferiori, intorno ai sei anni. A questa età il bambino avrà già effettuato dei controlli odontoiatrici e il medico saprà dare i giusti consigli su eventuali problematiche legate alla crescita dei denti definitivi. È bene programmare dei controlli una volta l’anno sia per intercettare precocemente eventuali problemi, sia per instaurare un rapporto di fiducia tra il medico e il bambino. Questo risulterà utile nel caso si debbano poi effettuare dei piccoli interventi, come la rimozione di una carie, un trauma oppure l’ortodonzia. È, infatti, sempre traumatico fare la conoscenza del dentista quando c’è un’emergenza in corso, come un mal di denti o un dente rotto. La paura del dentista non è innata: è qualcosa che è indotto da una scarsa familiarità e anche dall’atteggiamento ansioso dei genitori. 

AD OGNUNO IL SUO DENTIFRICIO E SPAZZOLINO

Secondo le Linee guida nazionali del Ministero della Salute, è corretto utilizzare anche dentifrici contenenti fluoro: dai 6 mesi e fino 6 anni 1000 ppm di fluoro, due volte al giorno, con una quantità pari alla grandezza di un pisello. Oltre i sei anni la quantità di fluoro può essere quella dei dentifrici per adulti, ma spesso i bambini non amano il gusto forte della menta, per questo ci sono per loro prodotti specifici. Il fluoro a contatto con i denti rinforza e protegge lo smalto, ed è perciò raccomandato di ridurre al minimo il risciacquo. Lo spazzolino deve essere adatto alle dimensioni della bocca e se è colorato e con i personaggi più amati, può diventare un gioco ed essere utilizzato con più attenzione e per più tempo dal bambino. Chiedi consiglio al tuo farmacista, ti saprà fornire le informazioni di cui hai bisogno.  

FATINA O TOPOLINO? L’IMPORTANZA DEL RITO DI PASSAGGIO

Ogni Paese ha la sua tradizione: in alcuni il dentino da latte caduto si lascia sul comodino o sotto il cuscino e lo si affida al ‘topolino dei denti’ in altri ad una fatina. Entrambi lasciano un segno di ringraziamento, un piccolo dono o una moneta. Questa tradizione, che nelle sue differenze si ritrova in molte culture è importante, perché costituisce un rito di passaggio verso un’età più matura. La promessa di un dono, poi, in cambio del dentino può servire a dare una piccola gratificazione e a far passare la paura generata dalla perdita del dente. 

MENO SALE E MENO ZUCCHERO

Ipertensione, diabete e obesità si possono combattere a tavola.

Dolce e salato. Un comune modo di dire ma soprattutto la rappresentazione di “chi” ci accompagna tutti i giorni a tavola: dalla colazione alla cena, dallo spuntino all’aperitivo.

Perché è inutile fingere: sale e zucchero soddisfano il palato.
Sono una tentazione che fatichiamo a controllare se è vero che “una patatina (ma anche un cioccolatino) tira l’altra…”. I nuovi stili di vita chiedono comodità e velocità e mai era accaduto prima che tanti cibi industriali affollassero la nostra dieta alimentare.

Senza accorgercene, piano piano, abbiamo alzato l’asticella del bisogno di zucchero e sale, creando quasi una dipendenza. Ridurne il consumo sembra oggi rendere tutto molto meno saporito.
Ma l’uso eccessivo sta provocando seri problemi di salute a livello mondiale: ipertensione arteriosa con tutti i rischi delle patologie collegate (sale), diabete e obesità (zucchero).

SALE E IPERTENSIONE

La relazione tra consumo di sale, ipertensione e rischio cardiovascolare è ampiamente riconosciuta.
Moltissimi studi hanno dimostrato che una diminuzione, anche solo moderata, è associata alla riduzione della pressione arteriosa e, attraverso quest’ultima, alla prevenzione di un numero significativo di eventi cardiovascolari: l’ictus cerebrale, l’infarto e lo scompenso cardiaco.

Nelle ultime linee guida, europee e americane, per l’ipertensione e la prevenzione cardiovascolare, la riduzione del consumo di sale è al primo posto tra le modificazioni che vengono raccomandate nello stile di vita.

E l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato nel 30% l’obiettivo di riduzione globale del consumo di sale entro il 2025. Il sale (e il sodio in esso contenuto) è fondamentale per il nostro organismo.

Il problema è che ne assumiamo troppo: circa 10/12 grammi a testa al giorno quando l’indicazione è di non superare i 4 grammi (un cucchiaino da tè) ma se possibile anche meno, 2 grammi.

Spesso dimentichiamo che il sale non è solo quello che usiamo in casa (che rappresenta il 10%) ma, secondo studio europei, è soprattutto quello contenuto in bevande e cibi industriali che assumiamo fuori casa: il 75% del totale.
Il consiglio è di usarne poco e comunque iodato.

ZUCCHERI, DIABETE E OBESITÀ

Ma l’abuso di sale non è la sola manifestazione della “malnutrizione per eccesso” che contraddistingue i nostri tempi. L’abuso di zuccheri ha contribuito alla preoccupante diffusione dell’obesità e, a seguito di questa, dell’ipertensione e del diabete, principali fattori di rischio cardiovascolare.

«I danni prodotti dall’abuso di sale e zuccheri si verificano in parte in maniera evidente (lo sviluppo di sovrappeso o obesità) in parte silenziosamente (la disfunzione endoteliale e l’incremento dei valori pressori) già a partire dall’infanzia» spiega il professor Pasquale Strazzullo, presidente SINU, Società Italiana di Nutrizione Umana, e Coordinatore Gruppo di Lavoro GIRCSI-MenoSalePiùSalute.

«E questo deve indurre a contenere l’abuso dell’una e dell’altra sostanza fin dai primi anni di età».

Lo zucchero – costituito al 100% da saccarosio – è “nascosto” in moltissimi cibi e bevande che assumiamo giornalmente: biscotti, gelati, caramelle, snack… Il problema non è solo legato alle calorie, vista l’alta densità energetica (4 chilocalorie per grammo), ma all’insorgere o aggravarsi di malattie come sovrappeso, obesità, iperglicemia, diabete mellito tipo 2, steatosi epatica alimentare, carie.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di non superare il 10% delle calorie totali in una dieta equilibrata di un adulto sano. 

CONSIGLI PER VIVERE BENE

Il sale

  1. Quando fai la spesa, controlla le etichette e scegli gli alimenti meno salati (per ogni categoria ci sono spesso grandi differenze tra un prodotto e l’altro.
  2. Riscopri il piacere di una buona cucina e riduci il consumo di piatti industriali, sughi già pronti o cibi in scatola.
  3. Aggiungi meno sale alle ricette: cuoci pasta e riso poco salata; bistecche, pesce, pollo, verdure o patate (anche fritte) sono cibi saporiti anche con poco o niente sale aggiunto.
  4. Insaporisci i cibi con erbe aromatiche fresche, spezie o usando limone e aceto, limita l’uso di condimenti contenenti sodio (dado da brodo, salsa di soia, senape…).
  5. A tavola, metti olio, aceto e altre spezie: sarà più facile non aggiungere sale ai piatti già cucinati.
  6. Ricorda che il pane è un buon alimento ma è la principale fonte di sale in Italia: scegli quello meno salato.
  7. Non aggiungere sale nelle pappe dei tuoi bambini almeno per tutto il primo anno di vita e abituali ad apprezzare cibi poco salati.
  8. Preferisci i formaggi freschi (meno salati) a quelli stagionati.
  9. Se mangi un panino, puoi prepararlo con alimenti a basso contenuto di sale.
  10. Per gli spuntini preferisci yogurt, frutta o spremute.
  11. Se proprio trovi il menu insipido: solo un pizzico di sale, ma iodato.


Gli zuccheri

  1. Riduci gradualmente la quantità di zucchero che aggiungi a tè, caffè, tisane o altre bevande.
  2. Aggiungi meno zucchero alle ricette: ciambelloni, creme e dolci in genere possono essere preparati utilizzando frutta fresca al posto dello zucchero o aggiungendo vaniglia, cannella, zenzero per migliorare il gusto.
  3. Frutta, verdure e latte contengono lo zucchero di cui abbiamo bisogno: consumiamo in abbondanza questi alimenti, anche per gli spuntini e la prima colazione.
  4. Non dolcificare la tettarella e non aggiungere succhi di frutta o infusi zuccherati nel biberon del tuo bambino: abitualo ad apprezzare alimenti meno dolci.
  5. Scegli bevande senza zuccheri aggiunti: a tavola e dopo l’attività sportiva leggera bevi solo acqua, non bevande zuccherate.
  6. Non confonderti, lo zucchero di canna o zucchero bruno apporta praticamente le stesse quantità di zuccheri di quello raffinato.  

ZUCCHERI NATURALI

Sono disponibili sul mercato sostituti naturali dello zucchero.
Vanno comunque usati con moderazione perché possono incidere sulla glicemia.

È bene quindi informarsi sempre sulle loro proprietà, soprattutto quando si soffre di patologie specifiche.

  1. Fruttosio (è presente nella frutta e nei vegetali)
  2. Miele
  3. Sciroppo d’acero
  4. Panela (succo della canna da zucchero in zollette)
  5. Succo d’agave
  6. Succo d’uva concentrato
  7. Stevia
  8. Eritritolo
  9. Polioli