DEPRESSIONE: Un disturbo mentale che può essere guarito

“Tirati su”, “Prova a reagire” sono frasi che spesso si rivolgono, con le miglior intenzioni, a un amico o un parente che appare triste o sfiduciato.

Ma a volte non si tratta di uno stato d’animo negativo, ma di una vera e propria malattia, la depressione.

Ancora sottovalutata e poco conosciuta, questo malessere continua ad avere un impatto molto negativo sulla vita di chi ne soffre: è un disturbo dell’umore che influisce gravemente sulla vita del paziente.

Esistono diversi tipi di depressione e sono differenti quindi anche i tipi di trattamento necessari.

In Italia colpisce oltre 3 milioni di persone, di cui oltre 2 milioni sono donne.

Secondo l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la depressione è tra le principali cause di disabilità nel mondo e non viene ancora trattata in modo efficace.

SINTOMI: Come capire che si tratta di depressione?

Attualmente non esistono particolari analisi o esami per la sua diagnosi.

Il momento più importante è il colloquio con lo specialista, fondamentale per individuare la forma di depressione e per identificarne i sintomi, il loro impatto e la durata.

In generale un episodio depressivo si manifesta attraverso un importante calo nel tono dell’umore in associazione con diversi altri sintomi che compongono così una vera e propria “sindrome”.

Questa condizione può durare anche diverse settimane o mesi, e scatena sofferenza e disagio in chi ne viene colpito e inevitabilmente coinvolge i familiari del paziente.

Quali sono i sintomi più tipici della sindrome depressiva? Sono di diverso tipo.

Ad esempio, senso di malessere e di disagio, difficoltà a svolgere le normali attività quotidiane, tendenza a isolarsi.

Ci può essere anche apatia, ossia assenza di motivazione, disinteresse e indifferenza verso il mondo circostante.

Progressivo indebolimento della volontà di intraprendere qualsiasi iniziativa.

La depressione provoca anche una costante sensazione di stanchezza e mancanza di energia, alterazioni del ritmo sonno – veglia e sonnolenza durante il giorno.

CAUSE: Cosa può scatenare la depressione?

Molte ricerche scientifiche stanno indagando sulle cause di questo disturbo.

Si sa che la depressione è condizionata da molti fattori, biologici, psicologici e ambientali.

Anche la familiarità aumenta il rischio di episodi depressivi.

Alcuni studi hanno indagato sul ruolo di neurotrasmettitori quali serotonina, noradrenalina e dopamina, elementi considerati importanti nell’insorgenza della malattia.

Pazienti affetti da depressione possono avere alterazioni neuroendocrine, ad esempio a carico della tiroide.

Tra le altre cause scatenanti possono esserci malattie organiche e farmaci.

Avvenimenti drammatici o cambiamenti radicali nella vita, come un lutto, la rottura di legami importanti, la perdita del lavoro, problemi economici, possono scatenare l’inizio di episodi depressivi.

Anche l’abuso di alcol e l’uso di sostanze stupefacenti può causare l’insorgere della patologia depressiva.

TIPI DI DEPRESSIONE

Diversa è la classificazione a seconda del tipo, della durata e della gravità dei sintomi.

Ricordiamo qui alcune delle tipologie principali.

Depressione maggiore (DM):

è la forma considerata classica.

È il più diffuso dei disturbi dell’umore.

Il più delle volte non va confusa con la tristezza e la sofferenza per cause fisiologiche.

Si manifesta generalmente con sintomi marcati e presenti durante tutto l’arco della giornata quasi tutti i giorni.

Può durare da poche settimane fino a diversi anni.

I sintomi principali della depressione maggiore comprendono:

  • umore depresso per la maggior parte del giorno quasi tutti i giorni;
  • una forte diminuzione di interesse per tutte, o quasi tutte, le attività.

Possono essere presenti altri disturbi come:

  • un calo importante di peso (senza una dieta), o al contrario un aumento;
  • insonnia o viceversa ipersonnia, ovvero troppe ore passate a dormire;
  • agitazione o rallentamento psicomotorio, cioè nei movimenti e nei pensieri;
  • fatica o mancanza di energia;
  •  sentimenti di colpa;
  • un calo drastico nella capacità di concentrazione.

Talvolta sono presenti anche pensieri ricorrenti di morte, o veri e propri progetti di suicidio.


Disturbo depressivo persistente (DDP):

è una forma cronica che si manifesta quasi tutti i giorni per almeno due anni.

I sintomi sono più attenuati, tanto che la persona riesce a far fronte alle attività giornaliere, ma è presente un’importante sofferenza psicologica.

L’umore è depresso, e in più possono esserci due o più sintomi tra quelli indicati nella Depressione Maggiore.

Depressione post-partum o DPP:

colpisce, con diversi livelli di gravità, le neomamme, più spesso tra la sesta e la dodicesima settimana dopo il parto.

Si verificano crisi di pianto, netti cambiamenti di umore, irritabilità generale, perdita dell’appetito, insonnia o ipersonnia, assenza di interesse nelle attività quotidiane o verso il neonato.

Depressione nell’anziano:

si registra maggiormente nei pazienti dei centri assistenziali o nei ricoveri prolungati.

La depressione nell’anziano ha caratteristiche particolari che rendono sfumati i confini tra psichiatria, neurologia e geriatria.

I fattori più spesso associati a questa forma tardiva sono: il sesso femminile, disturbi cognitivi, disabilità, scarsi contatti sociali, eventi stressanti.

La presenza di un’altra malattia (co[1]morbilità), rende i disturbi depressivi intensi.

Depressione stagionale:

una forma atipica, denominata anche SAD (Seasonal Affective Disorder).

Il calo di umore insieme agli altri sintomi segue l’andamento delle stagioni.

La forma di più frequente è quella autunnale/invernale.

Questa depressione si ripete ciclicamente ogni anno, con sintomi che perdurano a lungo.

Chi soffre di SAD si sente triste, irritabile stanco e assonnato, fatica a concentrarsi e a dormire bene, tende a isolarsi, prova un forte desiderio di carboidrati e zuccheri.

TERAPIA: Come può essere curata la depressione?

La depressione è una malattia e come tale si può curare, grazie alla sempre maggiore disponibilità di terapie.

Per la maggior parte delle forme depressive è possibile ottenere la remissione dei sintomi e far sì che la persona possa avere una buona qualità di vita.

Nella fase acuta la priorità è contenere i sintomi e ripristinare un adeguato adattamento sociale e lavorativo, mentre nel lungo termine si cerca di prevenire le ricadute e la cronicizzazione.

La depressione è una malattia complessa e diversificata e l’approccio al trattamento va valutato in maniera personalizzata.

La diagnosi è il primo passo verso la scelta di una terapia più adatta.

Essa si basa su un lungo colloquio dello specialista con il paziente, per comprendere eventuali avvenimenti traumatici che possono aver dato origine alla malattia depressiva (ad esempio un lutto, una separazione…).

Tuttavia, non sempre è presente o si riesce a individuare una specifica causa scatenante.

Spetta al medico curante stabilire quale sia il percorso di cura più indicato per ogni caso.

Oggi è possibile ritagliare sul singolo paziente la migliore terapia possibile.

Nei pazienti può essere indicato un trattamento psicoterapico sia da solo che in combinazione con un farmaco antidepressivo.

Come testimoniato da numerosi studi clinici, l’associazione della psicoterapia alla terapia farmacologica permette di ottenere una migliore efficacia nel controllo della patologia.

Finora i migliori risultati nell’iter psicoterapeutico si sono ottenuti con la terapia cognitivo-comportamentale, indicata in tutte le fasi della patologia.

Infine, anche muoversi aiuta a combattere la depressione.

Molti studi stanno dimostrando i benefici di un’attività fisica regolare per chi soffre di depressione.

In linea generale, condurre una moderata e costante attività fisica può contribuire a mantenere un buono stato di salute generale, fisico e psicologico.

di Alessandra Margreth

MICROBIOTA INTESTINALE

Intestino

L’esigenza di ritrovare l’equilibrio nella flora batterica intestinale

Il microbiota intestinale o flora batterica intestinale è una vera e propria popolazione, costituita da milioni di batteri e miceti “buoni”, alla quale si attribuiscono numerose funzioni benefiche.

Un’alimentazione non equilibrata, l’assunzione di antibiotici, disturbi intestinali o ridotte difese immunitarie possono richiedere un intervento mirato sull’intestino, mediante l’assunzione di probiotici, integratori alimentari che consentono di ripristinare la flora batterica alterata (disbiosi).

La scoperta negli anni dei numerosi effetti benefici svolti da questi rimedi sulla salute hanno influenzato anche la loro denominazione.

Il termine probiotico, derivante dal termine greco pro-bios, significa infatti “a favore della vita”.

Appena nati il nostro intestino è pressoché sterile ma, grazie al parto naturale e all’allattamento al seno, lentamente si arricchisce di microrganismi benefici, come i lattobacilli e i bifidobatteri.

Con lo svezzamento, il microbiota del bambino diventa via via più simile a quello dell’adulto, con diminuzione dei bifidobatteri, aumento degli enterobatteri e di altri numerosi microbi di cui oggi se ne conoscono circa 400 specie diverse.

LA FUNZIONE DEI PROBIOTICI

La somministrazione di probiotici ha la funzione principale di combattere la disbiosi intestinale che consiste in un’alterazione nella quantità e nella qualità del microbiota intestinale, a seguito di infezioni causate da virus e batteri provenienti dall’esterno oppure secondaria a terapia antibiotica.

In questi casi la sintomatologia è acuta e corrisponde generalmente con la comparsa di diarrea.

Ma la disbiosi può anche manifestarsi nel tempo a causa di un’alimentazione scorretta, abuso di lassativi, eccessivo consumo di zuccheri, alimenti lievitati e contenenti glutine, latticini e loro derivati, oppure diete carenti di frutta e verdura.

Anche l’età può influenzare negativamente la flora intestinale ed è noto che nell’anziano sia presente spesso una disbiosi cronica.

UN PO’ DI STORIA

La scoperta dell’effetto benefico svolto dai fermenti lattici sull’organismo risale ai primi anni del secolo scorso, quando il premio Nobel russo Elie Metchnikoff osservò che la popolazione bulgara, che faceva abbondante uso di latte acido, era particolarmente longeva.

In seguito alla convinzione che fosse proprio lo yogurt il responsabile della buona salute di questa popolazione, lo scienziato suggerì d’integrare l’alimentazione con batteri lattici che sarebbero stati in grado di prevenire i fenomeni putrefattivi intestinali, responsabili dell’insorgenza di molte malattie.

È attualmente in studio l’impiego dei probiotici in nuovi ambiti, come la dermatite atopica, le affezioni delle vie respiratorie, l’eradicazione dell’Helicobacter pylori, l’obesità.

I PREBIOTICI

In farmacia è possibile acquistare oltre ai probiotici anche i cosiddetti simbiotici, integratori costituiti dall’associazione di probiotici e prebiotici.

Questi ultimi sono sostanze di origine alimentare che svolgono la funzione di stimolare la crescita e l’attività dei batteri protettivi della flora intestinale.

I prebiotici di uso più comune sono fibre vegetali solubili non assorbibili, come l’inulina, i frutto-oligosaccaridi (FOS), i gluco-oligosaccaridi (GOS).

L’inulina è contenuta in abbondanza nella cicoria ma altre fonti naturali di prebiotici sono anche il carciofo, la cipolla, l’aglio, l’avena, la soia, gli asparagi, le banane.

Le fibre solubili hanno, inoltre, la capacità di richiamare acqua nell’intestino, favorendo il transito intestinale, stimolano l’assorbimento di minerali come il calcio e il ferro, inibiscono l’assorbimento del colesterolo.

COME E QUANDO ASSUMERE I PROBIOTICI

I probiotici sono disponibili in commercio da soli, in associazione con prebiotici oppure con vitamine, specie del gruppo B.

Queste ultime di norma sono prodotte dai batteri intestinali, ma in caso di disbiosi possono risultare carenti.

Le forme farmaceutiche utilizzate per produrre i probiotici possono essere diverse: capsule, compresse masticabili, polveri solubili in acqua o direttamente in bocca, fiale da bere.

Mentre la maggior parte dei probiotici sopportano le temperature ambienti, alcuni invece sono particolarmente sensibili e richiedono la conservazione in frigorifero alla temperatura solitamente compresa tra i 2 e gli 8 °C.

In questo caso al momento dell’acquisto sarà il vostro farmacista a ricordarvelo.

I probiotici vanno assunti preferibilmente a stomaco vuoto e la posologia può essere variabile.

Di recente sono stati realizzati probiotici con un elevato numero di batteri, ovvero dell’ordine dei miliardi.

In questo caso sono consigliate le somministrazioni uniche quotidiane che risultano più comode.

I tempi di assunzione sono di circa una decina di giorni, sebbene per un’ottimale colonizzazione nell’intestino sia spesso consigliabile proseguire per un altro paio di settimane.

In caso di patologie che manifestano una certa cronicizzazione o ricadute frequenti come la stipsi, la diarrea, il colon irritabile, la candida vaginale si possono seguire cicli di specifici probiotici per un paio di settimane consecutive da ripetere più volte durante l’anno.

Per i disturbi vaginali si utilizzano probiotici realizzati sottoforma di ovuli oppure particolari capsule che, oltre ad essere assumibili per via orale, possono essere applicate anche localmente.

LE PRINCIPALI FUNZIONI DELLA FLORA BATTERICA INTESTINALE

  • Prevenzione dell’adesione di batteri patogeni alla mucosa intestinale che in condizioni di buona salute è già occupata dai batteri buoni.
  • Produzione di sostanze dotate di azione antimicrobica.
  • Sintesi di vitamine del gruppo B e K.
  • Digestione e assorbimento di nutrienti altrimenti non digeribili.
  • Ostacolo alla penetrazione di sostanze nocive attraverso l’epitelio intestinale.
  • Stimolazione delle difese immunitarie.

di Barbara Ricciardi, farmacista

FAME NERVOSA

Il cibo per colmare un vuoto interiore o per calmare irrequietezza, ansia, preoccupazione

La fame di natura emotiva, o più comunemente fame nervosa, non è dettata da un reale bisogno di cibo e poco ha a che fare con lo stimolo dell’appetito e il senso di sazietà che deriva dall’aver mangiato.

Nasce invece dal bisogno di colmare un vuoto interiore, un disagio che appare come una mancanza.

Alla base vi sono fattori psicologici come stress, noia, rabbia, tristezza, che portano a rifugiarsi nel cibo come fonte di compensazione. Il cibo come rifugio, dunque, ma quale cibo?

Spesso gli alimenti consumati dietro l’impulso di placare la fame nervosa sono proprio quelli che andrebbero consumati con moderazione, ma nulla più di un dolce può dare la sensazione di aver domato quel momento di negatività.

COMFORT FOOD

Dopo aver mangiato un cibo dolce si verifica un immediato rialzo dei livelli di glicemia, ossia dei livelli di zucchero nel sangue, che genera una sensazione di benessere.

Si tratta però di uno stato effimero: quando il livello scende, altrettanto rapidamente, l’umore ne risente e si innesca un meccanismo di ricerca di altro cibo che possa nuovamente appagare.

Questo perché l’aumento della glicemia causa un proporzionale rialzo dei livelli di insulina, l’ormone prodotto dal pancreas che regola il metabolismo degli zuccheri.

Se la quantità di insulina in circolo aumenta, in risposta si verifica un rapido calo della glicemia, che l’organismo interpreta come una carenza, stimolando il senso della fame e a mangiare altro cibo per riportare i livelli della glicemia nella norma.

Questo meccanismo crea un circolo vizioso.

Come evitarlo?

Non tutti gli alimenti causano un uguale aumento della glicemia: carboidrati semplici, come pane, pizza, focaccia, pasta, snack vari, dolciumi sono quelli che lo causano maggiormente.

Meglio allora preferire i carboidrati complessi, i legumi e i cereali integrali, e abbinarli a proteine, grassi e fibre, per i quali il carico glicemico è nettamente inferiore.

Episodi occasionali di fame nervosa, magari in momenti di tensione, possono capitare a tutti e nulla vieta di concedersi occasionalmente il consumo di quello che viene chiamato “comfort food”: ciascuno ha il proprio.

La tendenza alla fame nervosa può invece rappresentare un problema quando diventa una abitudine consolidata.

COME COMBATTERLA

  • Acquisire consapevolezza del problema è il primo passo per combattere la fame nervosa. Farsi domande come “ho davvero fame?”, “perché sto mangiando?” o “c’è una causa emotiva che mi spinge a fare questo?” può aiutare a individuare i meccanismi alla base del problema.
  • Una buona abitudine è quella di non saltare i pasti, e fare in modo che siano equilibrati.
    Un attacco di fame a poca distanza di tempo da un pasto sarà probabilmente di natura emotiva. Curare la propria alimentazione può servire a sentirsi più forti nei confronti della tentazione di mangiare fuori pasto.
  • Una volta realizzato che l’attacco di fame è di natura emotiva, può essere utile tenere a portata di mano verdure crude, come carote e finocchi, che sono anche un valido spuntino.
  • Alcuni alimenti hanno un maggior potere saziante, per esempio la frutta secca, le mele, i cereali come l’avena.
  • In generale poi, aumentare qualità dei cibi preparati, e dedicarsi alla cucina dando importanza ai pasti principali può fare sì che questi diventi[1]no dei momenti rituali, di valore, e un modo per prendersi cura di sé stessi.
    Al contrario mangiare in fretta, distrattamente, senza curarsi troppo di ciò che si ha di fronte porterà probabilmente a una dieta meno sana e ad acquisire cattive abitudini alimentari, che possono più facilmente sfociare in attacchi di fame nervosa.
  • Evitare di saltare i pasti.
  • Iniziare a combattere la fame nervosa facendo la spesa, limitando al minimo gli alimenti “rifugio”.
  • Non tralasciare di idratarsi. Anche bere può aiutare ad arginare gli attacchi di fame.

BINGE EATING

Il binge eating, letteralmente “abbuffata di cibo” è uno dei più frequenti disturbi del comportamento alimentare.

Qui la fame nervosa porta a mangiare grandi quantità di cibo in poco tempo; la persona tende ad abbuffarsi, senza stimolo della fame, fino a sentirsi sgradevolmente sazia.

Quando questo si verifica almeno una volta alla settimana, per un periodo di tre mesi, si è di fronte a un disturbo da alimentazione incontrollata.

Potrebbe essere confuso con la bulimia, ma si tratta di due disturbi diversi: per quanto sia accompagnato da senso di colpa, il sentimento di rassegnazione e passività che caratterizza questo disturbo fa sì non venga seguito dalla messa in atto di comportamenti mirati a “rimediare” alla compulsiva assunzione di cibo, come il digiuno, il controllo ossessivo del peso, l’induzione del vomito.

Il binge eating è un disturbo di cui soffrono più spesso le donne, e che si instaura più facilmente in presenza di alcune caratteristiche psicologiche come bassa autostima, umore depresso, immagine negativa del proprio corpo.

Questo disturbo inoltre è correlato all’obesità, e aumenta il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e diabete.

Il livello di gravità del binge eating è variabile e valutato in base alla frequenza degli episodi di abbuffate che, nei casi estremi, si verificano quotidianamente, anche più volte al giorno.

La cura in questo caso passa prima di tutto dalla diagnosi e dalla presa in carico della persona da parte di un centro specializzato nella cura dei disturbi alimentari; prevede inoltre un approccio multidisciplinare con l’intervento di più figure mediche: psicologo, internista, endocrinologo, nutrizionista.

di Stefania Cifani

Denti perfetti

Denti Sani

Una buona igiene orale, contribuisce non solo ad avere denti sani, ma previene e tiene sotto controllo anche malattie sistemiche, come diabete o problemi cardiovascolari.

Ecco perché imparare a tenere pulito il cavo orale, con i giusti strumenti, è indispensabile per mantenersi in salute.

IL GRANDE NEMICO: LA PLACCA

Le più comuni malattie della bocca sono causate dalla placca batterica, una sottile pellicola invisibile ad occhio nudo, che aderisce ai denti e a tutte le superfici presenti nel cavo orale, quindi lingua, guance, ma anche protesi ed apparecchi.

La placca ospita batteri che possono causare carie, gengiviti e parodontiti.

Infatti, questi batteri aderiscono alla superficie del dente e formano il tartaro, una corazza difficile da scalfire con il rituale quotidiano per l’igiene orale (spazzolino, collutorio, filo interdentale).

Per protegge i denti dall’attacco batterico, è necessario pulire accuratamente la bocca.

Tra una periodica ablazione del tartaro e un controllo dall’odontoiatra è necessario prendersi cura dei denti e della bocca a casa, quotidianamente, scegliendo i gesti e gli strumenti corretti.

In farmacia è possibile trovare i prodotti più adatti alle diverse esigenze e il consiglio giusto.

COME PULIRE I DENTI

Il principale strumento per l’igiene quotidiana dei denti è lo spazzolino: che sia manuale o elettrico deve essere prima di tutto comodo da impugnare.

Le setole devono essere sintetiche, non troppo dure, con le punte arrotondate.

Lo spazzolino da denti o la testina dello spazzolino elettrico devono essere cambiate almeno ogni due mesi.

I denti vanno lavati almeno due volte al giorno, dopo la colazione e prima di andare a dormire.

Meglio spazzolarli anche dopo il pranzo, se è possibile farlo in condizioni igieniche opportune.

Per quanto tempo vanno spazzolati i denti?

Al meno per due minuti, anche se molti dentisti raccomandano di lavarli anche per tre minuti.

Attenzione: si tende a sovrastimare il tempo di spazzolamento, perciò almeno la sera si può mettere un timer per calcolare il tempo esatto.

Per completare la pulizia è bene, con lo stesso spazzolino, pulire delicatamente la lingua.

Se si sceglie lo spazzolino elettrico ricordarsi di caricarlo periodicamente e di utilizzare una tecnica di spazzolamento differente dal manuale: la testina va appoggiata sul dente senza premere, e i denti vanno puliti uno per uno, nella faccia esterna e in quella interna.

La maggior parte degli spazzolini ha un timer interno che avvisa quando è finito il tempo di pulizia.

Con lo spazzolino è bene usare un dentifricio contenente fluoro, così da rafforzare lo smalto e prevenire la carie.

Per concludere il rituale di pulizia, almeno una volta al giorno, deve essere utilizzato il filo interdentale, per eliminare residui di cibo e placca dagli spazi interdentali.

Infine, in casi particolari viene consigliato l’uso di un collutorio, con il quale effettuare i risciacqui: esistono prodotti diversi: da quello per rinforzare lo smalto, a quello per lenire le lesioni gengivali.

PARODONTITE

Si stima che l’80% circa delle persone con più di 35 anni soffra di problemi gengivali.

Una corretta educazione alla salute del cavo orale e una informazione personalizzata sui fattori di rischio correlati alla gengivite e alla parodontite, possono però tenere sotto controllo la malattia.

La gengivite è dovuta alla placca dentale, principalmente causata dai residui di cibo e relative colonie batteriche.

Trascurare la gengivite porta ad una forte infiammazione e le gengive si retraggono fino a formare le tasche parodontali.

Se non curata tempestivamente, logora i tessuti che assicurano il sostegno dei denti.

Il primo sintomo della parodontite è il sanguinamento delle gengive, inizialmente durante l’uso dello spazzolino, e successivamente spontaneo.

Nello stato più avanzato della dentale.

Altri sintomi possono essere alito cattivo e la presenza di uno strano sapore in bocca; anche un eventuale rossore o gonfiore delle gengive è campanello d’allarme di un processo infiammatorio.

ALITOSI

L’alito cattivo è motivo di preoccupazione ed imbarazzo per chi ne soffre: se da una parte può essere causato da malattie dell’organismo in generale, come tonsilliti o malattie del fegato, dall’altra una buona igiene di denti e bocca può migliorare la situazione.

La pulizia accurata dei denti è essenziale per evitare l’alitosi, infatti i batteri presenti nella bocca producono sostanze e composti chimici responsabili di cattivo odore.

Gengiviti, parodontiti, carie e malattie della mucosa possono provocare alitosi: per questo è opportuno controllare lo stato delle proprie gengive e dei denti, prima a casa e poi effettuando visite periodiche di controllo dall’odontoiatra.

Attenzione anche all’idratazione: con una scarsa quantità di saliva viene meno la sua azione detergente.

IGIENE ORALE E DIABETE

Recenti studi scientifici hanno rivelato che le persone con diabete hanno un rischio tre volte più elevato di sviluppare un’infiammazione alle gengive o di vederla aggravare, o di peggiorare il proprio compenso metabolico per la presenza di parodontite.

L’interazione con il diabete è a doppio senso, dato che la glicemia alta può favorire la parodontite e l’infiammazione sistemica dovuta alla parodontite può favorire l’insulino-resistenza e peggiorare il controllo glicemico.

Prova ne è che chi soffre di diabete mellito di tipo 1 e 2, in presenza di parodontite soprattutto grave, ha maggiori difficoltà di compenso metabolico, con conseguente maggiore rischio di complicanze cardiovascolari e renali.

La parodontite oggi coinvolge circa il 30-40% di coloro che soffrono di diabete o prediabete (sono circa due milioni gli italiani che convivono con entrambi i problemi) e curarla adeguatamente può comportare un miglior controllo della malattia metabolica.

di Francesca Laganà

FACCIAMO COLAZIONE

Sana e bilanciata per iniziare la giornata con energia.

Non esiste regime alimentare che cancelli dal suo protocollo la colazione.

Neppure le diete dimagranti.

La ragione è semplice.

Dopo tante ore di riposo e digiuno, il corpo la mattina – come una macchina – deve rimettersi in moto e avere a disposizione il “carburante” sufficiente e idoneo ad attivare tutti i meccanismi e a generare energia.

È la colazione che attiva il metabolismo, accelerandone i ritmi e consentendo di mantenere il peso forma, oltre a regolarizzare gli ormoni.

E non è tutto: saltare la colazione rischia di farci arrivare affamati al pasto successivo, esagerando a pranzo e a cena.

Soprattutto a cena considerato che i veloci ritmi quotidiani ci portano spesso a consumare pranzi veloci e scarsi.

E vale sempre la pena ricordare che il cibo in più consumato di sera si accumula.

È stato inoltre dimostrato che mangiare poco al risveglio mina la capacità di concentrazione e spostare tutta l’assunzione di cibo nella seconda parte della giornata provoca impennate di insulina e una fase digestiva molto più lenta e faticosa.

Con tutte le conseguenze che questo comporta.

C’è un saggio proverbio popolare che recita:
“Colazione da re, pranzo da principe e cena da povero”.

A conferma di come il primo pasto sia da considerarsi il più importante della giornata e debba essere il più ricco, nutriente, vario e bilanciato in tutte le sue parti: carboidrati, proteine, vitamine, grassi, fibre, sali minerali.

La scienza non si sbilancia a favore di colazioni dolci o salate: vanno bene entrambe.

Importante è che siano sempre equilibrate.

Senza eccedere negli zuccheri nel primo caso o nelle proteine nel secondo.

Una colazione salata può associare uova sode, frutta, pane integrale, salmone affumicato, ricotta magra, prosciutto crudo, tonno in scatola al naturale.

Eppure, ancora tanti italiani (circa il 10%) saltano sistematicamente questo primo appuntamento con la tavola e con il cibo o lo riducono a un caffè al volo.

Per comodità, per pigrizia, per (erroneamente) non ingrassare.

Nulla di più sbagliato: la colazione deve apportare tra il 15 e il 25% dell’intero fabbisogno calorico quotidiano.

Su una dieta di 1500 calorie deve quindi “consumarne” 400.

Deve essere varia, creativa: non monotematica e non dovrebbe neppure essere sempre la stessa tutte le mattine.

Dovrebbe essere composta per il 60% da carboidrati e per il 20% rispettivamente da proteine e grassi.

Ma come fare a riacquistare l’abitudine alla colazione?


C’è un facile comportamento che può aiutare anche i più pigri: “preparare” la colazione la sera prima.

Significa apparecchiare la tavola con tovagliette, tazze, prodotti secchi ai quali aggiungere i prodotti freschi da frigo al risveglio.

Trovare già la tavola imbandita come in albergo, aiuta a coccolarsi, fermarsi, prendersi del tempo per sé e fare provviste di energia.

È una piccola cosa che può diventare presto un’abitudine salutare.

COLAZIONE ITALIANA: ALCUNI CONSIGLI

Gli alimenti più gettonati dagli italiani che fanno colazione a casa sono il latte e lo yogurt (meglio se entrambi parzialmente scremati), i biscotti, le fette biscottate, la marmellata, il miele, il caffè, il tè (meglio senza zucchero).

Più raramente, frutta di stagione.

Invece sarebbe utile inserirne sempre una porzione già dal mattino perché ricca di vitamine e fibre e non contribuisce ad affaticare la fase di digestione.

Da associare anche la frutta secca, 20/30 grammi, noci o mandorle, che possiamo ritrovare nel corso della giornata sotto forma di spuntino spezzafame grazie all’apporto di una buona quantità di proteine.

Da preferire i succhi di frutta al 100% privi di zuccheri aggiunti.

Meglio ancora una spremuta fresca.

Fare attenzione ai biscotti, alle merendine e a tutti i prodotti industriali in genere che apportano alti contributi calorici e dispensano quasi solo zucchero.

Meglio preferire pane integrale – ha meno calorie delle fette biscottate – con un velo di marmellata o di miele.

Consigliato anche lo yogurt greco naturale bianco e i fiocchi d’avena integrale.

In caso di colazione al bar, è la brioche a scalare tutte le classifiche insieme al caffè e al cappuccino.

Nonostante sia ormai noto che la brioche abbia uno scarsissimo potere saziante (la fame ritorna presto e porta a consumare snack di produzione industriale) e sia ricca di zucchero e grassi animali come il burro con una quantità di calorie importanti.

Si tratta di una colazione per nulla equilibrata che si concentra solo sull’apporto di zuccheri e non prevede l’assunzione di tutti gli altri nutrienti.

La conseguenza?


Il pancreas viene chiamato a un surplus di lavoro per mantenere i livelli normali di glicemia nel sangue.

E nel tempo questo meccanismo può produrre dei disturbi anche seri.

Infine, un suggerimento che potrà sembrare banale ma che viene spesso disatteso: la nostra mattina a tavola dovrebbe iniziare da un abbondante bicchiere di acqua.

È importante per l’idratazione e per il processo digestivo.

COME SCEGLIERE I CORN FLAKES

I corn flakes sono cereali spesso arricchiti da massicce dosi di zucchero.

Una trasformazione adottata negli Stati Uniti pochi anni dopo la loro immissione sul mercato per rendere più appetibile il loro gusto.

Per questo bisogna fare sempre attenzione a quanto riportato nell’etichetta: spesso pensiamo di nutrirci di cereali ricchi di fibre, utili alla motilità intestinale, e invece accumuliamo solo zuccheri e calorie.

È importante verificare che non siano presenti grassi vegetali idrogenati o oli tropicali, che la quantità di fibra ogni 100 grammi sia superiore a 15 grammi e che le calorie, per 100 grammi, si attestino tra 300 e 350.

DUE ESEMPI DI COLAZIONE

Gli esempi di colazione possono essere infiniti.

Importante è associare i cibi giusti e non sbilanciarsi sull’apporto di alcuni nutrienti a discapito di altri.

Esempio di colazione salata:

  • 2 uova sode (oppure tonno in scatola al naturale/ 2 fette di salmone affumicato/bresaola)
  • 1 fetta di pane (meglio integrale)
  • 1 frutto
  • caffè o tè

Esempio di colazione dolce:

  • yogurt greco al naturale
  • frutta secca
  • fiocchi di avena integrale
  • 1 frutto
  • caffè o tè

“ DOVE SI TROVA COSA…”

È utile poter ricorrere a un veloce vademecum (ovviamente non esaustivo) dove trovare subito gli alimenti che apportano a colazione i diversi tipi di nutrienti.

In particolare:

  • Proteine: uova, tonno, salmone, yogurt greco, frutta secca.
  • Carboidrati: pane integrale, cereali, pane di segale.
  • Vitamine e sali minerali: frutta e verdura.
  • Grassi: frutta secca, burro di arachidi.

ALIMENTI DA “ EVITARE”

Molti degli alimenti che consumiamo a colazione andrebbero evitati.

O almeno assunti con moderazione.

Sicuramente biscotti, snack, merendine, torte di produzione industriale.

Dunque, tutti i dolci confezionati.

Contengono infatti consistenti quantità di zucchero e presentano solo cereali raffinati che hanno perso nella trasformazione industriale due delle tre parti fondamentali che apportano fibre e vitamine, preservando soltanto la parte carica di carboidrati.

Da evitare anche i succhi di frutta e le marmellate ricche di zucchero.

Infine, il latte, molto presente nella colazione degli italiani.

Contiene grassi saturi e andrebbe assunto con moderazione, non tutti i giorni.

Meglio preferire il latte a base di soia o di riso.

Da evitare il burro, ricco di grassi saturi.

Come per tutti i pasti della giornata, è sempre importante leggere le etichette per confrontare i prodotti e rendersi conto di quali nutrienti sono contenuti.

di Carla De Meo

ALLERGIA AI POLLINI

Quando la fioritura primaverile è un problema

I mesi tra marzo-aprile e maggio-giugno corrispondono all’epoca della fioritura, con la dispersione di grandi quantità di pollini nell’aria.

Tempi duri per i soggetti allergici per i quali inizia un periodo di disturbi e sintomi, più o meno gravi ma certamente assai fastidiosi.

Le allergie ai pollini interessano, secondo dati dell’Istituto Superiore di Sanità, il 10-20% della popolazione, a seconda delle zone e delle stagioni.

Sono molto diffuse anche tra i bambini e mostrano una tendenza in crescita.

Tra le piante responsabili di allergie respiratorie le graminacee sono le più diffuse; a questa famiglia appartengono più di 9.000 specie di piante erbacee: erbe selvatiche a crescita spontanea ma anche varietà commestibili come per esempio grano, orzo, riso, avena, segale, mais.

Vento e clima secco favoriscono la veicolazione dei pollini, mentre la pioggia tende a farne diminuire la concentrazione nell’aria.

I temporali violenti, tuttavia, possono acuire la sintomatologia poiché causano la frammentazione dei granuli pollinici, che diventano così più facilmente inalabili.

I sintomi delle allergie primaverili possono essere più o meno intensi, a seconda della quantità di polline presente nell’aria, a sua volta influenzata dal clima e dalla diffusione delle piante sul territorio: starnuti, anche ripetuti, naso che cola, sensazione di pizzicore, congestione nasale e difficoltà a respirare, prurito al naso e nella zona del retrofaringe.

La crisi allergica può tuttavia interessare l’intero organismo, e condizionare lo stato di benessere generale con stanchezza, cefalea, debolezza, talvolta dermatiti o eruzioni cutanee.

COSA SONO LE ALLERGIE?

Le allergie si verificano quando il sistema immunitario reagisce in modo anomalo all’esposizione a una sostanza, in questo caso i pollini.

La reazione di ipersensibilità è mediata dalle immunoglobuline e anticorpi che vengono prodotti in quantità anomala; queste, a loro volta, stimolano il rilascio di istamina, sostanza che favorisce l’infiammazione e responsabile dell’avvio della reazione allergica.

In alcuni casi l’allergia può assumere le caratteristiche di un attacco d’asma, con senso di oppressione toracica, tosse, fiato corto; non è raro, infatti, che persone con allergie respiratorie siano anche affette da asma o che la sviluppino nel tempo per gli stessi allergeni.

Oltre alle vie respiratorie l’allergia colpisce anche gli occhi, con irritazione, arrossamento e prurito.

Gli occhi possono lacrimare e possono comparire gonfiore alle palpebre e fotofobia.

Le congiuntiviti allergiche stagionali provocano arrossamento delle congiuntive di entrambi gli occhi e abbondante secrezione, a volte viscosa.

CURARE L’ALLERGIA AI POLLINI

La gestione dei sintomi delle allergie ai pollini avviene con la somministrazione di farmaci antistaminici, corticosteroidi, decongestionanti assunti per via orale o inalatoria; ma è comunque opportuno evitare il più possibile l’esposizione all’allergene.

I farmaci antiallergici sono disponibili sotto forma di diverse formulazioni:
compresse, capsule, soluzioni in gocce, spray, gocce oculari.

Antistaminici: agiscono bloccando gli effetti determinati dall’istamina.

Durante la terapia viene consigliato di evitare gli alcolici perché possono aumentare l’effetto non desiderato di sonnolenza, tipico di alcuni di questi farmaci.

Bisognerebbe anche evitare l’assunzione di succhi di frutta, come il succo di pompelmo che può inibire l’azione di alcuni antistaminici, o aumentarla con rischio di maggior frequenza di effetti indesiderati.

Chiedere sempre al medico o al farmacista le interazioni.

Cortisonici: possono essere impiegati in caso di sintomi allergici gravi per ridurre l’infiammazione allergica, sia mediante l’attivazione di molecole ad azione antinfiammatoria che l’inibizione di molecole ad azione pro-infiammatoria.

È bene sapere che la terapia con cortisonici, se protratta nel tempo, richiede alcune attenzioni rispetto all’alimentazione.

I cortisonici possono causare aumento del peso corporeo, della pressione arteriosa e della glicemia: è opportuno controllare tali parametri soprattutto in caso di impiego prolungato.

Evitare anche bevande e alimenti ricchi di zuccheri e grassi, sia per non facilitare l’aumento di peso sia per prevenire l’effetto “diabetogeno”, dato che i cortisonici sono iperglicemizzanti.

Per ottimizzare l’effetto terapeutico riducendo al minimo gli effetti collaterali attenersi alle modalità e ai dosaggi indicati dal medico.

Le allergie possono essere curate e talvolta risolte con l’immunoterapia specifica a base di estratti allergenici, una sorta di vaccino che gradualmente, nell’arco di 3-5 anni, porta l’organismo alla desensibilizzazione nei confronti di un determinato allergene.

PER IL FASTIDIO AGLI OCCHI

Per alleviare prurito, bruciore, arrossamento e lacrimazione causati dalle allergie ai pollini esistono colliri specifici, con funzione anti-arrossamento e decongestionante, acquistabili senza prescrizione medica.

Possono contenere acido ialuronico e acque di stillate di camomilla, calendula, hamamelis, euphrasia, malva, sostanze dalle proprietà idratanti, lenitive e rinfrescanti.

L’uso di lacrime artificiali può allontanare gli allergeni e creare una barriera protettiva sull’occhio.

I colliri antistaminici, antinfiammatori o a base di corticosteroidi dovrebbero essere invece utilizzati dietro consiglio del medico.

In generale, per non aggravare la sintomatologia è opportuno evitare qualsiasi sostanza che possa causare una reazione allergica, evitare le lenti a contatto durante la terapia per la congiuntivite allergica e proteggere gli occhi con occhiali da sole.

ALLERGIE ALIMENTARI CROCIATE

In soggetti predisposti e allergici l’allergia respiratoria a pollini può accompagnarsi alla sindrome orale allergica, scatenata dal consumo di alcuni tipi di frutta e verdura.

Questo disturbo è dovuto alla cross reattività tra pollini e alimenti vegetali, che contengono la stessa proteina allergenica, la profilina.

Si manifesta con prurito e gonfiore alle mucose della bocca e alle labbra.

Sebbene nella maggior parte dei casi si tratti di episodi senza conseguenze, possono verificarsi anche reazioni più serie come manifestazioni respiratorie e cutanee, fino allo shock anafilattico.

Non tutti gli allergici, tuttavia sono soggetti a questo fenomeno, che riguarda il 30% dei casi circa e che è più accentuato in chi presenta più di una allergia.

Gli effetti delle allergie crociate, inoltre, sono più importanti durante il periodo di fioritura delle piante; specialmente in questo periodo il soggetto allergico, quindi dovrà fare attenzione ai cibi posti sulla propria tavola.

Ogni famiglia di piante è associata a un gruppo di alimenti che possono innescare una cross reattività.

Nel caso dalla famiglia delle graminacee gli alimenti principali ai quali fare attenzione sono frumento, orzo, segale, avena, mais, frutta e verdura fresche come anguria, agrumi, melone, kiwi, pesca, prugna, albicocca, ciliegia, pomodoro, melanzana, e frutta secca come arachidi e mandorle.

Le reazioni sono molto soggettive, possono riguardare uno solo o più alimenti contemporaneamente, e non sempre con la stessa intensità.

In generale la cottura neutralizza l’attività allergenica rendendo possibile il consumo di questi cibi.

di Marina Franceschi

A PICCOLI PASSI, VERSO IL FUTURO

Da gattonare a camminare: le tappe di una conquista

Cosa c’è di più bello di un bambino che ci corre incontro?

A circa dieci mesi, quando un piccolo affronta le prime fasi del camminare, comincia una tappa improntate della crescita: in fondo è una prerogativa del genere umano, quello di camminare in posizione eretta.

Lo sviluppo della camminata comincia quando il controllo muscolare include le ginocchia e i piedi, cosicché i bambini sono in grado di sostenere il loro peso.

Solo quando acquisiranno l’equilibrio riusciranno a muovere i primi passi.

Camminare significa anche una nuova autonomia per il piccolo:
se da una parte i genitori sono preoccupati per le possibili cadute, dall’altra l’orgoglio del bambino nel potersi muovere rende i genitori consapevoli e felici del raggiungimento di una importante tappa dello sviluppo psico-fisico.

LE CINQUE TAPPE DEL CAMMINO

Il bambino non impara a camminare da un giorno all’altro, ma solitamente segue alcune fasi uguali per tutti, che lo porteranno in qualche settimana a muoversi in autonomia, o quasi.

  1. Il primo passaggio è quello da seduto a in piedi:
    il bambino trova un appoggio e si solleva sulle sue gambe, anche se per pochi secondi è l’inizio dell’avventura.

  2. La seconda tappa del camminare consiste nei primi tentativi di far scivolare le mani per qualche centimetro lungo il supporto.

  3. Dopo qualche giorno, comincia la fase successiva: il bambino si allontana un pochino dal sostegno e si sposta di lato, muovendo mani e piedi in modo alternato e coordinato.

  4. Quando il bambino si sentirà sicuro, comincerà la quarta tappa: percorrere una breve distanza tra un supporto e l’altro, se sono abbastanza vicini senza lasciare una mano prima di aver afferrato il sostegno con l’altra.

  5. Infine, l’ultimo passaggio, che consiste nell’abbandonare il sostegno e avanzare barcollando.
    Il piccolo è in grado di stare in piedi da solo, da ora in poi deve solo diventare più sicuro.

SI VA PIANO, MA LONTANO

La capacità di camminare è considerata, dai genitori, il traguardo più importante dello sviluppo fisico:
l’atto del camminare richiede la maturazione non solo a livello muscolare, ma anche psicologico, a partire dalla motivazione e sicurezza di sé.

Non serve quindi forzare il bambino, spingendolo ad accelerare una delle fasi del camminare.

Ogni bambino ha i suoi tempi, che vanno rispettati per consentirgli di svilupparsi in modo armonico.

Di solito i bambini imparano a camminare tra i 12 e i 15 mesi; solo se non camminano entro i 18 mesi va segnalato al pediatra di fiducia.

Una volta che il bambino cammina autonomamente, ci sono alcuni atteggiamenti che vanno segnalati, perché pur non costituendo un problema vanno tenuti sotto controllo, in particolare:

  • se cammina solo sulle punte;
  • se i piedi sono all’infuori o con le punte all’interno (questi atteggiamenti normalmente si risolvono da soli entro gli 8 anni, ma vanno monitorati dal medico);
  • il ginocchio valgo, detto comunemente gambe a X, che è normale fino a 3-4 anni, ma va tenuto sotto osservazione. Anche i piedi piatti sono fisiologici nei primi anni.

Oggi secondo i pediatri, sono veramente pochi i casi che richiedono un intervento ortopedico correttivo:
non sono dunque più necessarie quelle che venivano chiamate le scarpe ortopediche e solo nei bambini più grandi può essere necessario un plantare.

Nei primi anni è meglio che il piede si sviluppi attraverso gli stimoli naturali del poggiare direttamente il piede per terra.

IL SUPPORTO GIUSTO PER I PRIMI PASSI

Quando i bambini cominciano a muovere i primi passi, non è necessario pensare subito alle scarpe.

I piedini vanno lasciati liberi il più possibile: infatti le dita devono potersi distendere e crescere liberamente.

Pertanto il bambino sta bene a piedi nudi e le scarpe servono solo a proteggere i piedi non a dare sostegno.

La scarpa nelle prime fasi e in casa, limita il contatto tra le dita dei piedi e il pavimento e compromette il naturale senso dell’equilibrio.

Se il pavimento è freddo si possono utilizzare calze antiscivolo, quelle con i gommini sotto.

Attenzione che anche le calze devono essere della misura giusta, non devono essere strette, ma neppure troppo grandi.

Le scarpe per camminare vanno calzate solo quando il piccolo sarà in grado di camminare in autonomia e solo quando si è fuori casa.


NO AL GIRELLO, SÌ AI CARRELLINI

Il girello, una volta molto utilizzato, è – secondo gli esperti della Sipps (Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale) – un nemico della corretta postura di piedi e gambe.

Infatti, abitua a camminare sulle punte, e ritarda l’acquisizione del senso dell’equilibrio.

È opportuno che il bambino acquisisca da solo, sperimentando e provando, le competenze dell’equilibrio e del camminare.

Inoltre, i girelli, non sono neanche sicuri:
il bambino potrebbe andare a sbattere contro qualche ostacolo e rovesciarsi, o afferrare oggetti ancora fuori portata se non fosse in piedi.

Si possono invece utilizzare i carrellini per i primi passi, con manico regolabile e ruote frenabili.

COME SCEGLIERE LE PRIME SCARPINE

  1. Scegliere una scarpa con suola flessibile, con gomma antiscivolo sotto.
  2. Ai lati della suola non devono esserci sporgenze o guarnizioni, che potrebbero farlo inciampare.
  3. La parte posteriore, che sostiene il tallone, deve essere rigida e alta.
  4. Le scarpe devono essere chiuse, con lacci o velcro così che rimangano posizionate correttamente.
  5. Scegliere scarpe in pelle, cotone o stoffa.
  6. Evitare la plastica che non permette la traspirazione.
  7. Non usare scarpe di seconda mano perché le calzature assumono la conformazione del piede di chi le indossa la prima volta.
  8. Acquistare scarpe di circa un centimetro più lunghe del piede (misurando il dito più lungo) in modo che le dita possano stare ben distese all’interno.

di Chiara Romeo

IL BUON SONNO

L’importanza di dormire bene

Basta osservare la quantità di annunci pubblicitari riguardanti prodotti e farmaci da banco per aiutare a dormire, o a dormire meglio, per rendersi conto di quanto i disturbi del sonno siano diffusi.

I ritmi della società moderna, soprattutto per chi vive nelle grandi città, lo stress, la scarsa attività fisica e la permanenza in luoghi chiusi per molte ore al giorno sono elementi che vanno a incidere sul sonno.

Eppure dormire è un bisogno primario, fisiologico, naturale, fondamentale per il cervello, ma non solo, e al quale non è possibile rinunciare.

L’organismo umano può resistere più facilmente, e più a lungo, alla privazione di cibo che a quella di sonno.

RECUPERARE LE ENERGIE

Il sonno è amico della salute e serve per recuperare l’energia psicofisica, preservare la memoria e il sistema nervoso.

Oltre che per uno stato di benessere durante la giornata, il sonno è importante per il funzionamento di sistemi ed apparati.

La carenza di sonno e le alterazioni del ritmo sonno-veglia protratti nel tempo aumentano invece il rischio obesità, diabete, ipertensione, depressione.

Chi dorme meno di cinque ore per notte, almeno tre volte alla settimana e per un periodo anche solo di sei o sette mesi, è a forte rischio di sviluppare ipertensione e malattie cardiovascolari.

I RISVEGLI RIPETUTI

Si stima che una persona su dieci soffra di insonnia, intesa sia come difficoltà ad addormentarsi, sia a mantenere il sonno per tutta la notte.

Risvegli ripetuti, sonno a singhiozzo, risvegli precoci dopo pochissime ore sono segnali di insonnia.

Quando le difficoltà si protraggono per oltre tre mesi, e si verificano ripetutamente durante la settimana, si parla di insonnia cronica.

Ma quante sono le ore di sonno necessarie?

Nell’età adulta questa soglia è soggettiva, in genere il numero considerato ottimale varia tra le sette e le nove ore.

Ma ci sono persone che pur dormendo meno sono in grado di restare efficienti.

Secondo i pediatri, i bambini tra 3 e 5 anni dovrebbero dormire almeno 10-13 ore, quelli di età compresa tra 6 e 10 anni 9-11 ore, e i ragazzi tra gli 11 e i 13 anni almeno 8-9 ore.

Perdere ore di sonno è particolarmente grave per gli adolescenti; il loro cervello, infatti, ha bisogno del sonno notturno per completare il proprio sviluppo.

Un sonno di 8-10 ore assicura anche in questa fascia di età la presenza della fase di sonno profondo, quando avviene il consolidamento della memoria e le informazioni apprese durante la giornata vengono immagazzinate.

Dormire bene la notte è essenziale per stare bene di giorno.

Quando si dorme troppo poco, oppure ci si sveglia con la sensazione di non avere riposato, la qualità dello stato di veglia viene intaccata, e compaiono sonnolenza continua, difficoltà di concentrazione e magari qualche problema di memoria.

Non contano solo le ore di sonno ma anche la sua qualità, e le sensazioni al risveglio: un buon sonno ci fa sentire riposati.

Diversamente, ecco la stanchezza fin dal primo mattino, gli occhi stanchi, la difficoltà di concentrazione, l’irritabilità e il cattivo umore.

A COSA SERVE DORMIRE?

Il sonno influisce su numerosi aspetti.

Vediamone alcuni in dettaglio:

  • Abbassamento della pressione arteriosa, della temperatura e della frequenza cardiaca.
    Durante la notte, grazie a un riposo regolare i livelli della pressione arteriosa si abbassano per consentire all’apparato circolatorio di riposarsi.
    I micro-risvegli, legati per esempio alle apnee notturne, aumentano il rischio cardiovascolare e di ipertensione.

  • Inibizione della secrezione di cortisolo, noto anche come ormone dello stress.
    Un sonno insufficiente si associa a una sua eccessiva secrezione.

  • Azione sul sistema immunitario.
    Durante il sonno profondo l’organismo libera le citochine, modulatori della risposta immunitaria nei confronti delle malattie.
    Un sonno insufficiente quindi comporta una riduzione delle difese immunitarie.

  • Azione sul metabolismo.
    Durante il sonno l’organismo secerne, tra gli altri, anche l’ormone della crescita che negli adulti favorisce la mobilizzazione dei grassi.
    La carenza di sonno modifica la secrezione di insulina, aumentando il rischio di sviluppare il diabete.

  • Effetti sulle funzioni cognitive.
    La cronica mancanza di sonno è correlata a un maggior rischio di sviluppare malattie neurodegenerative, come la malattia di Alzheimer.
    È stato infatti verificato che nelle persone che dormono troppo poco i depositi della proteina beta amiloide nelle cellule nervose, coinvolta nella genesi di questa malattia, sono superiori.

DORMO POCO E MALE, CHE FARE?

Tra le possibilità di automedicazione vi è quella di ricorrere a integratori di melatonina, chiedendo consiglio al farmacista.

Sul fronte dei rimedi a base di erbe possono invece essere di aiuto prodotti o infusi specifici a base di camomilla, melissa, tiglio, biancospino, passiflora, valeriana, spesso associati tra loro.

Ma se la difficoltà nel prendere sonno o dormire per tutta la notte perdura, è bene rivolgersi al proprio medico.

In ogni regione inoltre esistono, presso alcuni ospedali pubblici, i Centri di medicina del sonno, con specialisti dedicati alla diagnosi e al trattamento dei disturbi del sonno.

Se vuoi saperne di più su alcuni rimedi naturali potrebbe interessarti il nostro articolo “IL RECUPERO DELLE ENERGIE”

CINQUE CONSIGLI PER DORMIRE BENE

Alcune buone abitudini possono aiutare a migliorare il proprio sonno:

  1. Ambiente: la stanza in cui si dorme dovrebbe essere utilizzata solo per dormire, e non anche per lavorare al computer o guardare la TV.
    Importanti anche temperatura e umidità.

  2. Stile di vita: cercare di coricarsi sempre alla stessa ora, possibilmente anche nei giorni di riposo o durante il fine settimana.
    In caso di difficoltà nel prendere sonno, non restare a letto rigirandosi continuamente e guardando la sveglia.

    Se il sonno non arriva dopo una decina di minuti, meglio alzarsi e svolgere attività rilassanti fino a quando non si avverte una maggiore sonnolenza.
    Evitare di addormentarsi sul divano, la sera.

    Un pisolino pomeridiano può essere invece utile a recuperare energie.
    Nelle ore che precedono il sonno le attività impegnative come studio o lavoro al computer dovrebbero essere evitate perché inducono uno stato di eccitazione, così come l’attività fisica intensa.

  3. Attenzione all’uso di dispositivi tecnologici: smartphone, videogiochi, computer, tablet emettono una luce blu che ha una azione sul ritmo circadiano che regola processi fisiologici come il rilascio di ormoni e la temperatura interferisce con la secrezione di melatonina, ormone che regola il ciclo sonno-veglia, ritardandone il rilascio e quindi portando ad addormentarsi con più difficoltà.

    Questo vale per tutti, e in particolare per i ragazzi.

  4. Alimentazione: chi ha difficoltà nel dormire dovrebbe fare attenzione ad assumere la sera, ma anche fin dalle ore del tardo pomeriggio, bevande stimolanti come caffè, tè, bevande energetiche o contenenti caffeina, cioccolato.

    La sera i pasti abbondanti e molto calorici dovrebbero essere evitati, perché anche lo stato della digestione influisce sul riposo.

    Alimenti come latte, latticini e alcuni vegetali sono ricchi di triptofano.
    Questa sostanza favorisce il riposo in quanto regola la sintesi della serotonina, un neurotrasmettitore precursore della melatonina.
    L’assorbimento di questo aminoacido è facilitata da alimenti come riso e pasta, mentre un pasto proteico tende renderla più difficile.

  5. Ricordare che alcol e fumo sono nemici del sonno.
    La nicotina, come la caffeina, produce effetti eccitanti sul sistema nervoso centrale.

    L’alcol ha un effetto sedativo immediato, ma viene eliminato rapidamente dall’organismo.
    Il sistema nervoso centrale entra quindi in uno stato di “ipereccitabilità” che rende più difficile l’addormentamento e facilita i risvegli nel corso della notte.

di Stefania Cifani

CAPELLI AL MASSIMO

Mantenere i capelli belli e in salute non è difficile, anche a casa.

I capelli, una parte importante per definire la personalità e lo stile di una persona.

Corti, lunghi, colorati, o sale e pepe: sono tutti fattori che concorrono a mostrare l’immagine che si ha di sé e quella che si vuole presentare.

Durante l’emergenza da coronavirus, ci si è resi conto di quanta attenzione hanno bisogno i nostri capelli: l’impossibilità di andare nei saloni dei parrucchieri ha dato modo di prendersi cura da sé di tutti gli aspetti, dalla cura, alla tintura e in qualche caso anche del taglio.

SCEGLIERE I PRODOTTI GIUSTI PER I NOSTRI CAPELLI

Per la pulizia è bene scegliere il prodotto più adatto al tipo di capelli, ma soprattutto che sia in grado di rispettare la cute del cuoio capelluto.

Esistono prodotti specifici per capelli secchi, che contengono oli naturali, o con sostanze purificanti per quelli più grassi.

Non è difficile, infatti, che, utilizzando prodotti troppo aggressivi, si vada incontro a dermatiti o secchezza della pelle.

Un cuoio capelluto sensibile si riconosce da sensazioni come bruciore, punzecchio, dolore, prurito e rossore.

Sia nei casi lievi che in quelli estremi, è importante considerare quali fattori causano la sensibilità del cuoio capelluto.

Chi ha la cute particolarmente sensibile è bene che scelga prodotti formulati per rispettare l’equilibrio cutaneo.

Chiedi al tuo farmacista che saprà fornirti le corrette indicazioni.

LA GIUSTA DIETA PER DEI CAPELLI SANI


La crescita e la condizione del fusto dei capelli è condizionata anche dall’alimentazione e dallo stile di vita.

Il fumo di sigaretta, lo stress, una dieta troppo restrittiva o carente di alcuni nutrienti essenziali, creano delle condizioni sfavorevoli alla formazione della cheratina, la proteina che costruisce la fibra capillare.

I capelli infatti, sono costituiti da proteine, lipidi, pigmenti e oligoelementi.

La carenza di proteine, causa fragilità dello stelo del capello, secchezza e diminuzione del diametro.

Una dieta utile anche alla crescita sana dei capelli deve dunque comprendere una quantità adeguata di proteine, importanti per il diametro e la resistenza del fusto; le vitamine del gruppo B, che stimolano l’attività del follicolo pilifero dove il capello si forma; la vitamina E, che ha funzione antiossidante; i minerali come ferro, zinco, rame e selenio.

Gli antiossidanti, infine, proteggono l’organismo dallo stress ossidativo ed hanno un ruolo anche nel contrastare la comparsa di capelli bianchi.

LE COLORAZIONI DEI CAPELLI FAI-DA-TE

Una bella tinta è importante nella cura dei capelli, che sia per coprire il bianco oppure per cambiare look è bene sceglierla con attenzione.

Una soluzione rapida e comoda in ogni occasione è quella di farla in casa.

Per chi vuole provare esistono diversi kit faidate, pensati per essere utilizzati con facilità, anche da soli.

La scelta ormai è vasta: dalle colorazioni con ingredienti vegetali a quelle su base oleosa che rispettano e nutrono il capello mentre lo colorano.

I nuovi prodotti, inoltre, offrono una palette colori che va incontro alle esigenze di tutte.

SE I CAPELLI TENDONO A CADERE

Grazie a 100mila follicoli piliferi, produciamo circa 30 metri di capelli il cui normale ciclo di vita va dai due ai sei anni.

La caduta perciò è naturale e fisiologica: mediamente si cambiano circa cento capelli al giorno.

Alcuni fattori, però, possono accelerare ed aumentare la caduta e l’eccessiva perdita dei capelli diventa un problema che, in misura diversa e in differenti momenti della vita, può riguardare tutti e varie sono le cause che possono scatenarla: stress, alimentazione sbagliata, fattori ormonali o anche il cambio di stagione come in autunno.

Per contrastare la caduta dei capelli esistono molti prodotti, sia da applicare direttamente alla radice dei capelli, sia integratori nutrizionali.

Questi contengono diverse sostanze in grado di migliorare le condizioni delle radici:

  • la taurina, che svolge una funzione di protezione del bulbo;
  • le catechine, polifenoli estratti da tè verde, o da semi d’uva che con la loro azione antiossidante migliorano la circolazione a livello del cuoio capelluto;
  • lo zinco, necessario alla crescita del capello, perché entra nella sintesi della cheratina.

PICCOLI TRUCCHI PER DEI CAPELLI SANI E BELLI

Ci sono alcuni accorgimenti che possono essere utilizzati da tutti, con molta facilità, per avere una chioma sana e bella.

Prima di tutto è bene trovare lo shampoo e i prodotti più adatti al proprio tipo di capello: in questo il consiglio del farmacista è prezioso.

Se i capelli sono particolarmente secchi si può mettere qualche goccia dell’apposito olio sulle punte prima di lavarli, come protezione.

Una volta lavati ricordarsi di non strizzarli o torcerli quando sono bagnati, perché questo gesto può rovinarli aprendo le squame.

Per asciugarli, si devono tamponare prima utilizzando delicatamente un asciugamano pulito, e poi procedere con il phon a bassa temperatura.

Per evitare che si formino nodi e che si spezzino, è bene pettinare prima le punte, che sono la parte che più si arriccia e solo dopo la parte più vicina alle radici.

Infine per farli crescere evitando le doppie punte, che rovinano il capello oltre a non essere belle, vanno spuntati ogni 23 mesi.

di Francesca Laganà

UNA BOCCA SANA

Consigli per gestire al meglio Afte, Gengiviti e Mughetto; che spesso affliggono le mucose della bocca.

Un’afta che spunta quando meno ce lo aspettiamo, gengive che sanguinano, un fungo che prolifera su lingua e palato: sono tra i problemi più frequenti che colpiscono la nostra bocca o più specificatamente le mucose orali.

Ecco alcuni consigli per liberarsene in modo efficace e ritrovare quanto prima il benessere.

AFTE

Si tratta di ulcerazioni molto dolorose delle mucose della bocca, di color biancastro e circondate da un alone rosso.

Hanno forma variabile (da piccole a più ampie e profonde) e possono interessare il palato, le pareti interne delle guance, la lingua e/o la base delle gengive.

Anche se il meccanismo che innesca la loro formazione è ancora poco chiaro, l’ipotesi più accreditata è che si manifestino nei periodi di forte stress psicofisico.

Ma vengono chiamati in causa anche altri fattori scatenanti, tra cui squilibri ormonali o intestinali, calo delle difese immunitarie, carenze vitaminiche o minerali, infezioni virali o malattie intestinali (come la celiachia).

Come rimediare alle Afte che affliggono la nostra bocca?

Anche se le afte tendono a guarire spontaneamente nel giro di una o più settimane, per alleviare il dolore sono disponibili in farmacia gel e spray a base di acido ialuronico (eventualmente associati a un blando anestetico) che, una volta applicati sulla parte interessata, aderiscono alla mucosa, creando un film protettivo a effetto barriera che la isola dal contatto con gli agenti esterni irritanti.

In alternativa, il disturbo può essere affrontato con un rimedio naturale come l’aloe vera.

Anche questa pianta è disponibile sotto forma di gel puro che crea sopra la lesione una sorta di pellicola trasparente in grado di proteggerla, riducendo nel contempo dolore e infiammazione.

Per tutta la durata del disturbo è bene tenersi alla larga da alimenti caldi, acidi o piccanti che possono irritare le mucose, ritardando la guarigione.

GENGIVITE

È l’infiammazione del tessuto che riveste il colletto dei denti e forma le arcate dentarie.

La causa principale è l’accumulo di placca (un biofilm batterico) nel bordo gengivale, dovuto soprattutto a una cattiva igiene orale: se la placca non viene rimossa a dovere, a partire dalla regolare pulizia dei denti, alla lunga finisce con l’infiammare le gengive che a seguito di ciò si gonfiano, diventano color rosso acceso (a volte violaceo), doloranti e tendono a sanguinare alla minima pressione.

Ma gengive sempre infiammate possono dipendere anche dalla gravidanza: colpa degli elevati livelli di estrogeni nell’organismo, che rendono le gengive più esposte agli attacchi della placca batterica.

E anche lo stress non è esente da responsabilità: quando è cronico restano alti i livelli di cortisolo, la saliva diventa più acida e si abbassano le difese locali, lasciando campo libero ai batteri che infiammano le gengive.

Attenzione dunque a non trascurare questo problema: il consiglio è di fissare quanto prima una visita dal dentista perché un’infiammazione delle gengive, se non viene curata a dovere, rischia di essere l’anticamera della parodontite (o piorrea), un disturbo che può portare alla perdita di stabilità dei denti fino, nei casi estremi, alla loro caduta.

Come rimediare alla gengivite?

Oltre a sottoporsi a sedute periodiche di igiene dentale per rimuovere i depositi di placca, anche l’uso di collutori ad azione specifica contro la proliferazione dei batteri può essere d’aiuto per ridurre l’infiammazione e facilitare la guarigione.

Da preferire quelli privi di alcol, che non irritano le gengive ed evitano spiacevoli sensazioni di bruciore.

Se ne trovano pure a base di piante antisettiche come menta, timo e finocchio.

Esistono poi dentifrici specifici, come quelli a base di estratti naturali (ad esempio di aloe, echinacea, malva, camomilla) che non solo svolgono un’efficace azione antibatterica e antinfiammatoria, ma hanno altresì un benefico effetto lenitivo in grado di alleviare la sensibilità gengivale.

Anche se in caso di disturbi gengivali c’è la tendenza a ricorrere meno allo spazzolino per il fastidio che può procurare, ciò non significa che bisogna rinunciare all’igiene orale quotidiana.

Lo spazzolino giusto: Un modello con setole morbide e particolarmente sottili consente un’accurata rimozione della placca anche quando le gengive sono infiammate e doloranti.

Per non peggiorare la situazione, è poi importante usarlo nel modo giusto: il movimento corretto parte dal bordo delle gengive verso la sommità del dente e mai al contrario.

Anche il filo interdentale deve essere su misura: il modello ideale è quello a fettuccia espansibile e molto morbida, che scorre meglio senza sfilacciarsi.

Durante la manovra, per pulire alla perfezione anche l’area del dente prossima al margine gengivale senza per questo traumatizzare ulteriormente la parte, è bene curvare il filo, così da fargli disegnare una “c”.


MUGHETTO

Detto anche candidosi orale, è un’infezione che colpisce le mucose della bocca ed è causata da un fungo, la Candida albicans, normalmente presente nel cavo orale ma che può diventare patogeno quando si crea uno squilibrio della flora batterica (per esempio dopo un lungo periodo di terapia antibiotica o un abbassamento improvviso o significativo delle difese immunitarie).

Si riconosce per la comparsa di placche biancastre dalla consistenza simile a latte cagliato sulla lingua, all’interno delle guance e in altre parti del cavo orale che, se rimosse con una garza, rivelano tessuti sottostanti fortemente arrossati e possono essere associate ad altri sintomi fra cui sensazione di bruciore e alterazioni del senso del gusto.

Molto comune in neonati e bambini piccoli, il mughetto può colpire anche gli adulti, in particolare gli anziani o coloro che, per varie ragioni, hanno un sistema immunitario compromesso.

Come porre rimedio al Mughetto?

Nei casi non complicati bastano sciacqui con appositi collutori o con soluzioni alcaline (bicarbonato di sodio, borato di sodio) o acqua ossigenata al 3 per cento.

È possibile utilizzare anche farmaci antimicotici che agiscono direttamente sulle lesioni.

Una soluzione green indicata per il mughetto è il tea tree oil, liquido estratto da una pianta, la melaleuca, e dotato di proprietà antibatteriche, antivirali e antimicotiche.

Diluito in acqua, può essere usato per fare sciacqui della bocca.

Per evitare la proliferazione del fungo, è meglio non mangiare eccessive quantità di alimenti troppo ricchi di zucchero.

Qualora l’infezione dovesse insorgere dopo l’utilizzo di antibiotici, il medico o il farmacista potrebbero consigliare l’assunzione di probiotici per il ripristino della flora batterica alterata.

di Aldo Luca Albertoni