CHE COS’È L’ANEMIA

Un disturbo da tenere sotto controllo per evitare danni all’organismo

Si parla di anemia quando si verifica una diminuzione della quantità di emoglobina totale presente nell’organismo, quando cioè i livelli di questa proteina scendono a 12 g/dL nella donna, 13 g/dL nell’uomo e 11 g/dL nella donna in gravidanza.

La conseguenza è una diminuita capacità del sangue di trasportare l’ossigeno ai vari tessuti dell’organismo.

Il sintomo più evidente di anemia è il pallore della cute e delle mucose.

Altri segnali d’allarme sono un persistente senso di debolezza, tachicardia, mal di testa costante, respiro accelerato, senso di stordimento.

L’anemia può essere un disturbo temporaneo oppure un problema cronico: molte forme di anemia lieve sono facilmente curabili, mentre altre possono essere più gravi, durare a lungo e aggravarsi se non vengono diagnosticate e curate.

Spetta al medico indicare gli esami diagnostici, stabilire il problema che causa un’anemia e prescrivere la terapia corretta per ogni caso.

Analizziamo di seguito i vari tipi di anemia per conoscere cause, sintomi e, quando possibile, prevenirla.

ANEMIA FERROPRIVA

Quella da mancanza di ferro, o anemia sideropenica, è il tipo più comune di anemia.

È caratterizzata dalla carenza di ferro nei globuli rossi.

Il ferro è fondamentale per lo svolgimento di alcune funzioni biologiche, tra cui la formazione dell’emoglobina.

Quando i livelli sono bassi – dovuti ad uno scarso apporto con l’alimentazione, da problemi nell’assorbimento, da perdite ematiche – la produzione di emoglobina è insufficiente e questo determina una scarsa circolazione di ossigeno nell’organismo.

Sintomi dell’anemia ferropriva

Si manifesta con: debolezza generale, inappetenza, bruciori di stomaco, nevralgie, formicolii alle mani e ai piedi.

Cause dell’anemia ferropriva

La quantità insufficiente di ferro può essere provocata dall’aumentato fabbisogno di questo elemento in determinati momenti.

Ad esempio, nella donna con mestruazioni abbondanti o durante la gravidanza.

Un’anemia ferropriva può insorgere anche durante e dopo una malattia infettiva, oppure a causa di una emorragia esterna o interna.

In altri casi si tratta invece di cattivo assorbimento del ferro contenuto negli alimenti consumati.

Prevenzione dell’anemia ferropriva

L’anemia ferropriva si può prevenire, ad esempio, con la somministrazione di ferro alla donna in caso di cicli abbondanti o durante l’attesa di un bambino.

Anche l’alimentazione gioca un ruolo importante.

Bisogna seguire una dieta varia, che includa alimenti ricchi di ferro come carne rossa, verdure a foglia verde, frutta secca, pollo, frutti di mare, legumi come fagioli e lenticchie.

A questi alimenti si possono affiancare cibi con alto contenuto di vitamina C che migliorano l’assorbimento di ferro.

ANEMIA DA CARENZA DI VITAMINE

I sintomi sono quelli generali dell’anemia.

È caratterizzata da una ridotta produzione di globuli rossi a causa di una deficienza vitaminica.

Le vitamine coinvolte sono la vitamina B12, l’acido folico (folati) e la vitamina C, acido ascorbico.

Cause dell’anemia da carenza di vitamine

Le cause dell’anemia da carenza di vitamina B12 sono il mancato assorbimento di questi nutrienti fondamentali per la produzione di globuli rossi sani.

Ciò accade per la concomitanza di più problemi: uno scarso apporto di vitamine nell’alimentazione (ad esempio dieta povera di latticini o carne) accompagnato da un difetto nella produzione di globuli rossi con base genetica.

La carenza di acido folico, presente principalmente nella frutta e nelle verdure a foglia verde, è causata soprattutto da un’alimentazione poco ricca di questa vitamina.

Le donne in gravidanza o che allattano hanno un aumento della domanda di folati.

L’abuso di alcolici e l’uso di alcuni farmaci possono interferire con l’assorbimento di acido folico.

Prevenzione dell’anemia da carenza di vitamine

In assenza di patologie che richiedano trattamenti specifici (ad esempio difetti del metabolismo) come prevenire l’anemia da carenza di vitamine?

Si deve rispettare una dieta varia che comprenda alimenti ricchi di vitamine, frutta, verdura e cereali integrali.

Contengono folati soprattutto le verdure a foglia verde e la frutta secca.

La vitamina B12 è presente in maggiori quantità in latte, latticini e yogurt, carni rosse e bianche, crostacei.

La vitamina C in broccoli, agrumi, fragole, peperoni e pomodori.

ANEMIA CRONICA SEMPLICE

I sintomi sono quelli generali dell’anemia.

Questa forma è causata da malattie infettive o infiammatorie, o da diverse malattie croniche.

A provocare un’anemia possono essere quindi patologie come tubercolosi, reumatismi articolari, insufficienza renale cronica, leucemie.

La terapia dell’anemia cronica semplice dipende dalla malattia che l’ha causata e quindi bisogna rivolgersi al medico che individuerà quale disturbo sia alla sua origine.

ANEMIE EMOLITICHE

Nelle anemie emolitiche si verifica la distruzione dei globuli rossi.

Nelle forme acute i sintomi più comuni sono brividi, febbre, dolori articolari e addominali, colorazione gialla di pelle e mucose.

Mentre nelle forme croniche si verifica l’ingrossamento della milza o del fegato.

Tra le malattie responsabili delle anemie emolitiche ci sono patologie infettive come polmonite da virus, setticemia da streptococco, malaria.

Tra le forme acute, tipica è l’anemia emolitica di LedererBrill che colpisce soprattutto i bambini e gli adolescenti: inizia con febbre elevata, emorragie come epistassi, cioè sangue dal naso, ematuria, ossia sangue nelle urine.

ANEMIA MEDITERRANEA

L’anemia mediterranea, anche detta betatalassemia, è una malattia del sangue ereditaria causata da un difetto genetico, quindi si trasmette di padre in figlio.

Il nome “anemia mediterranea” deriva dalla sua diffusione soprattutto nelle aree che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, tra cui i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente.

In Italia la maggior incidenza si riscontra in Sardegna.

Questa forma provoca la distruzione dei globuli rossi, una minore presenza di emoglobina e quindi una scarsa ossigenazione di tessuti, organi e muscoli.

Una situazione che porta debilitazione e impedisce una corretta crescita.

Chi ne soffre deve sottoporsi a frequenti trasfusioni di sangue.

Nella forma meno grave i sintomi sono lievi o poco evidenti.

Nella forma più grave, l’anemia mediterranea sviluppa i suoi sintomi dopo i primi due anni di vita del bambino.

Con la crescita chi ne soffre può andare incontro a diverse complicazioni anche importanti.

Se entrambi i genitori sono portatori sani di anemia mediterranea, il figlio potrebbe ereditare il gene “difettoso”.

Per questo è importante sottoporsi a esami ematologici specifici per stabilire se si è portatori sani di anemia mediterranea.

In tal modo è possibile valutare il rischio di avere figli affetti da questa patologia.

ANEMIA FALCIFORME

L’anemia falciforme è una malattia genetica ed ereditaria del sangue.

Il nome si deve alla caratteristica forma a falce o mezzaluna assunta dai globuli rossi.

La forma irregolare ne ostacola il movimento attraverso i vasi sanguigni, rallentando o bloccando il flusso del sangue.

I sintomi si manifestano in genere dopo i quattro mesi di vita.

Compaiono manifestazioni quali: anemia, affaticamento, debolezza, mancanza di fiato, pallore, gonfiori alle mani e ai piedi, pelle fredda, ritardo nella crescita, ittero.

Non esistono al momento terapie per l’anemia falciforme, quindi i bambini che ne sono affetti dovranno seguire una nutrizione adeguata, e una vita sana per evitare l’aggravamento della malattia.

QUALI ESAMI PER RILEVARE L’ANEMIA?

  • Emocromo, quantifica il numero di globuli rossi, globuli bianchi e piastrine.
  • Ematocrito, documenta la quantità di emoglobina totale.
  • Sideremia, misura il dosaggio del ferro e la ferritina.
  • Sangue occulto nelle feci per capire se ci sono emorragie nel tratto gastrointestinale.

di Alessandra Margreth

NASINI CHE COLANO; IL RAFFREDDORE DEI BAMBINI

Influenza e raffreddore bambini

Come affrontare raffreddore e infezioni respiratorie

Come tutti gli anni, questa per i bambini e i ragazzi è la stagione di raffreddore, tosse e altri disturbi delle vie respiratorie.

Se da una parte queste infezioni colpiscono le alte vie respiratorie e di solito si risolvono in pochi giorni, dall’altra diventano più preoccupanti se interessano i polmoni e quando sono infezioni ricorrenti.

Vediamo come si affrontano in tranquillità.

VIRUS E BATTERI

La maggior parte delle infezioni respiratorie sono di origine virale, sono cioè causate da rinovirus, virus parainfluenzali o dal virus respiratorio sinciziale.

Meno frequenti sono quelle di natura batterica come pneumococco o Haemophilus influenzae.

L’attecchimento di virus respiratori è favorito da una predisposizione genetica o dall’esposizione a fattori ambientali, ad esempio il riscaldamento delle case, che facilitano una situazione di infiammazione locale; questo stato, a sua volta, aiuta l’attecchimento di altri virus, determinando l’infezione delle vie aeree.

Per i bambini più piccoli è normale avere fino a sei episodi di infezione respiratoria l’anno, quando, invece, sono di più vengono considerate infezioni ricorrenti e necessitano di approfondimenti da parte del pediatra.

IL LAVAGGIO NASALE

Il raffreddore guarisce da solo nel giro di 57 giorni, però alcuni accorgimenti possono essere utili per alleviare il fastidio.

Il rimedio principale per affrontare le infezioni respiratorie delle alte vie aeree è costituito da una buona pulizia del naso.

Il lavaggio nasale è uno strumento utile a tutte le età, ma in particolar modo per i bambini sotto i tre anni, che ancora non sono capaci di soffiare sufficientemente bene il naso.

È utile effettuarlo più volte al giorno, quando il bambino è raffreddato, sempre prima di dormire, così che la rimozione di muco dalle narici permetta di respirare meglio durante il sonno, e di avere una nottata più tranquilla.

È poi utile fare il lavaggio nasale prima di eseguire l’aerosol, per favorire la terapia.

Come spiegano i medici dell’ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, le soluzioni normalmente utilizzate per il lavaggio nasale sono isotoniche (detta soluzione fisiologica) o ipertoniche.

Le soluzioni isotoniche hanno una concentrazione di sale dello 0,9%.

Le soluzioni ipertoniche invece hanno una concentrazione di cloruro di sodio più elevata e quella di uso più frequente è la soluzione al 3% e sono consigliate quando il bambino ha un muco più denso.

Le soluzioni possono essere sterili, a base di acqua di mare o con acqua di sorgenti termali arricchite di manganese, rame, ferro o zolfo.

Nei bambini sotto i due anni di età è consigliato l’utilizzo di una siringa dopo aver tolto l’ago da 2,5 ml o 5 ml, con acqua fisiologica isotonica, che viene inserita nelle narici con una discreta pressione, utile a liberare le prime vie aeree.

I flaconcini monouso (da 2,5 o 5 ml) sono utili con i bambini molto piccoli, le prime volte che si esegue il lavaggio o anche fuori casa.

Nei più grandicelli si possono utilizzare sia la siringa con soluzione isotonica, o gli spray predosati anche con soluzione ipertonica.

Per eseguire il lavaggio si riempie la siringa con la soluzione da utilizzare; si mette il bambino sdraiato sul fianco; si inserisce il beccuccio della siringa o il flaconcino nella narice; si inietta la soluzione con un movimento continuo e deciso.

La soluzione uscirà dall’altra narice; si fa sdraiare il bambino sul fianco opposto e si ripete la procedura con la seconda narice.

Poi si asciuga il naso.

LA BRONCHIOLITE

Una delle condizioni che più spaventano i genitori è la bronchiolite.

Secondo la Società italiana di pediatria, è una malattia che colpisce i bimbi più piccoli, soprattutto quelli di pochi mesi, causata da alcuni virus molto diffusi e poco pericolosi per i grandi.

L’agente infettivo più coinvolto (nel 75% circa dei casi) è il virus respiratorio sinciziale (Vrs).

I sintomi della bronchiolite sono: tosse, febbre e difficoltà a respirare.

Di fatto non ci sono cure specifiche ma terapie di supporto a partire dal lavaggio nasale e aerosol con soluzione ipertonica al 3%; la malattia provoca inappetenza, per questo viene consigliato di dare piccoli pasti ma più frequenti durante la giornata.

Bisogna fare attenzione a come il bambino respira: se lo fa in modo molto veloce e se sono presenti dei “rientramenti” sotto il torace è meglio contattare al più presto il pediatra.

LA POLMONITE DEI BAMBINI

La polmonite è un processo infiammatorio che può interessare uno o entrambi i polmoni.

Nei bambini dopo i 3 anni è causata da infezioni batteriche, in particolare, le forme da Streptococcus pneumoniae o pneumococco.

I bambini con polmonite possono presentare: febbre, aumento della frequenza respiratoria, difficoltà respiratoria, tosse, respiro sibilante, dolore toracico.

Al comparire di questi sintomi è bene interpellare il pediatra che saprà fornire le indicazioni terapeutiche più indicate per il bambino.

L’AEROSOL: UN UTILE STRUMENTO PER I PICCOLI

L’aerosolterapia, vale a dire la somministrazione di farmaci attraverso particelle di piccolissime dimensioni in grado di raggiungere le mucose dell’albero respiratorio, è indicata per la cura di numerose patologie delle alte e basse vie aeree, sia croniche, sia stagionali: rinite (allergica e non), sinusite, faringite, otite, tosse, raffreddore, asma bronchiale, bronchite, bronchiolite.

All’efficacia dimostrata in numerosi studi internazionali, l’aerosol unisce la facilità d’uso e un’azione mirata del medicinale a livello locale.

Se per i più piccoli, è difficile rimanere fermi per il tempo necessario alla nebulizzazione completa, li si può tenere occupati con un cartone animato o leggendo loro un libro.

di Chiara Romeo

IGIENE INTIMA FEMMINILE

Indicazioni di benessere per tutte le età

Una corretta igiene intima permette di mantenere in salute una parte importante della femminilità, e prevenire molte infezioni come vaginiti e cistiti.

Imparare fin da piccole, per affrontare adeguatamente l’età adulta fino alla menopausa, ad avere una corretta igiene intima permette di evitare malattie, di avere una buona vita sessuale, mantenendo alto il livello di benessere generale.

UN VERO E PROPRIO ECOSISTEMA

Una corretta igiene intima deve prima di tutto rispettare le difese naturali della mucosa degli organi genitali, soprattutto della vagina, che costituisce il tramite tra l’esterno e l’interno, e funge da barriera contro eventuali agenti aggressivi.

Nell’ambiente vaginale e vulvare convivono numerosi microrganismi, che costituiscono la flora vaginale: un insieme di batteri e funghi che vivono in equilibrio, la cui composizione varia con l’età e con le abitudini.

Il primo fattore a cambiare durante le diverse fasi della vita della donna è il pH, o acidità, condizionato dagli ormoni.

Il pH favorisce la crescita e l’adesione alla mucosa vaginale dei lattobacilli che proteggono dalle infezioni e impediscono la crescita dei microrganismi patogeni.

Prima della pubertà il pH vaginale è basico, mentre in età adulta, il pH vaginale acidifica.

In ambiente acido nel microambiente vaginale prevalgono i lattobacilli, destinati a ridursi progressivamente in menopausa quando, a causa della carenza di estrogeni, la mucosa va incontro ad un processo di atrofia.

L’equilibrio dei diversi ceppi batterici può alterarsi a causa dell’assunzione di antibiotici, dell’uso di altri farmaci, della presenza di malattie croniche.

Se ne deduce che:

«età diverse richiedono attenzioni differenti, anche nell’igiene intima, proprio per proteggere al massimo l’integrità sia dei nostri tessuti, sia dei microrganismi che vi abitano, e che costituiscono i cosiddetti “ecosistemi”»

spiega Alessandra Graziottin, ginecologa, direttrice del Centro di ginecologia del San RaffaeleResnati

«Ossia quei diversi piccoli mondi di microrganismi, preziosi alleati della salute, che abitano le regioni del nostro corpo a contatto con l’esterno».

IGIENE INTIMA DA 0 A 12 ANNI

Anche le bambine appena nate hanno bisogno di una corretta detersione.

«Alla nascita la bambina ha cute e mucose delicate, che vengono rapidamente colonizzate dai normali microrganismi “amici».

«La sua cute richiede una detersione delicata, meglio se con latte o olio detergenti, e in ogni caso prodotti specifici, anche per evitare di provocare irritazioni dermatologiche o allergie»

spiega Graziottin

«Nell’infanzia, le bambine non hanno estrogeni, gli ormoni femminili della maturità, e questo rende le mucose genitali vulnerabili alle infezioni da parte di batteri, provenienti per lo più dall’intestino attraverso le feci: i più comuni sono Escherichia coli o l’Enterococcus faecalis».

Una buona abitudine insegnare alle bambine è quello di pulirsi e lavarsi correttamente: dal davanti verso dietro, cioè dalla vulva verso l’ano, per evitare di contaminare i genitali con quantità anche piccolissime di feci che possono tuttavia contenere milioni di germi.

Questi possono causare vaginiti e cistiti recidivanti.

VITA FERTILE E MENOPAUSA

Alla comparsa delle mestruazioni e con l’adolescenza, va mantenuta un’adeguata igiene intima, soprattutto durante il flusso mestruale.

La detersione, in doccia o con un bidè, dovrebbe essere eseguita due volte al giorno.

Durante le mestruazioni, infatti, il ristagno dei liquidi sull’assorbente e l’uso continuato dell’assorbente stesso possono favorire la comparsa di bruciori e infiammazioni.

Nel caso di pelle particolarmente sensibile sono da preferire i tamponi interni o gli assorbenti in puro cotone.

Per la detersione, in assenza di problemi particolari, sono utili detergenti a pH acido, per esempio a base di salvia, o timo.

Esistono poi prodotti a base di probiotici, utili a contribuire al mantenimento dell’ambiente più adatto alla crescita di batteri buoni.

In caso di irritazioni o infiammazioni ricorrenti, che si presentano anche con una adeguata igiene intima, è utile l’utilizzo di biancheria in cotone, che faciliti la traspirazione.

Evitare anche l’utilizzo frequente di pantaloni molto stretti.

In menopausa, quando il pH diventa quasi neutro, la formulazione del detergente intimo dovrebbe essere delicata, rispettare il pH, essere povera di tensioattivi, e con sostanze lenitive, oltre a contenere attivi idratanti, per favorire l’integrità delle mucose.

INTESTINO E SALUTE INTIMA

La salute dell’intestino è strettamente legata a quella della mucosa vaginale.

Diarrea e stitichezza possono infatti causare vaginiti ricorrenti da germi intestinali, come l’Escherichia coli, normale abitante dell’ecosistema intestinale, ma patogeno, ossia causa di infezione, se arriva in vagina o nella vescica.

La modalità di trasmissione può essere esterna, per la contiguità tra ano e vagina, o quella interna, meno conosciuta, che avviene quando l’intestino è irritato e dunque permeabile.

Per evitare questa condizione è bene tenere regolare l’intestino con una dieta adeguata ed eventualmente l’uso di probiotici.

DAL GINECOLOGO OGNI ANNO

Anche in assenza di sintomi è importante fare una visita ginecologica di controllo una volta l’anno.

Il medico, potrà controllare che non ci siano in atto infezioni silenti, senza sintomi evidenti, eseguirà, dopo i 25 anni, il Pap Test per la diagnosi precoce del tumore del collo dell’utero, e potrà fornire consigli sulla igiene intima e sulla corretta contraccezione e protezione sessuale.

Indispensabile la consulenza dello specialista in caso di disturbi e sintomi: una diagnosi precisa e una cura mirata evitano aggravarsi dei sintomi e le recidive.

MANGIARE INTEGRALE

Mangiare-integrale

Benefici e controindicazioni di una dieta ricca di fibre

Cereali e tutti i loro derivati: pasta, pane, prodotti da forno, pizza.

Orzo, farro, avena, riso rosso e nero.

Ma pure avena, amaranto, quinoa e tutti i cereali in chicco non perlati o decorticati.

L’integrale sta conquistando i pasti di molti italiani.

Che privilegiano il concetto di qualità della materia prima e di migliore, e maggiore, apporto di nutrienti importanti per la salute del nostro organismo.

Integrale significa infatti nutrirsi con un alimento che ha mantenuto la sua “integrità”, è rimasto dunque intero, non ha perso elementi nutrizionali nel processo di trasformazione industriale.

LE FIBRE NEL PIATTO

È ormai confermato da studi scientifici che mangiare integrale contribuisce a limitare l’insorgenza di alcune malattie del nostro secolo e i nutrizionisti lo consigliano in quasi tutte le diete alimentari.

Il merito di questo successo va attribuito alla grande quantità di fibre che il cibo integrale contiene e che aiutano il transito intestinale, alimentando anche i batteri cosiddetti “buoni”.

Se è vero che l’intestino è stato recentemente definito il “secondo cervello” del nostro corpo per l’influenza che esercita sulla salute, risulta evidente quanto sia importante l’assunzione “naturale”, attraverso i pasti, di questa quantità di fibre.

Va subito detto che il cereale non raffinato non produce un apporto inferiore di calorie poiché la quantità di carboidrati è uguale, così come l’energia che riesce a generare.

Tuttavia il cibo non raffinato provoca un livello di sazietà maggiore e di più lunga durata e combatte il sovrappeso, introducendo nell’organismo fibre, vitamine, sali minerali e acidi grassi essenziali.

Consumare cereali integralila dose consigliata è di 3 porzioni al giorno – aumenta la qualità della nostra alimentazione: permette un maggiore equilibrio e controllo del peso, rafforza il sistema immunitario ed esercita proprietà antinfiammatorie.

ALCUNE CONTROINDICAZIONI

I cereali non raffinati compaiono anche tra le indicazioni principali per una alimentazione e uno stile di vita corretti.

Il World Cancer Research International ha inserito la loro assunzione quotidiana tra le 10 regole consigliate per vivere più sani.

Ci sono tuttavia casi specifici in cui l’alimentazione integrale non è consigliata e va dunque discussa e decisa insieme al proprio medico.

In particolare, in presenza di malattie infiammatorie croniche dell’intestino (sindrome del colon irritabile, morbo di Crohn, colite ulcerosa, diverticolosi, meteorismo) oppure in presenza di gastriti e reflusso gastroesofageo.

In tutti questi casi, un apporto consistente di fibre potrebbe essere controindicato e l’assunzione dovrà essere più contenuta.

COME LEGGERE L’ETICHETTA

La lettura corretta dell’etichetta alimentare rappresenta il primo strumento per riconoscere un cibo realmente integrale.

Innanzitutto fate attenzione all’indicazione della quantità: deve essere riportato che almeno il 51% è composto da farina integrale.

Dovrebbe essere riportata anche la dicitura “farina integrale macinata”.

Inoltre, deve essere chiaro il riferimento specifico alla farina integrale e non alla farina 00 con aggiunta di crusca.

Talvolta, infatti, l’aggiunta di crusca o cruschello a un prodotto raffinato rappresenta la scorciatoia più veloce per definirlo integrale, anche quando non lo è.

Infine, non fatevi fuorviare dalla colorazione del cereale: essere scuro non è automaticamente sinonimo di integrale.

Quando poi il colore è chiaro con una puntinatura scura, in particolare nel pane, ci potremmo trovare in presenza di un cereale raffinato al quale è stata aggiunta la crusca.

La colorazione deve essere sempre omogenea.

FIBRE: UNA FONTE DI BENEFICI

Come abbiamo visto, i cereali integrali contengono una quantità importante di fibre che apportano numerosi benefici all’organismo.

Innanzitutto, migliorano la funzionalità intestinale con una peristalsi più frequente e contribuiscono a ridurre la stipsi, eliminando le tossine e le scorie e favorendo lo sviluppo di una flora batterica intestinale “buona”.

Ma quali sono i cibi fatta eccezione per gli alimenti integrali che contengono la maggior quantità di fibre?

Nella frutta: mele, pere, frutta secca, banane.

Nelle verdure e nei legumi: melanzane, carciofi, cavoli, carote, lenticchie, ceci, fagioli, fave, piselli.

Un elevato consumo di cereali integrali e dunque una dieta ricca di fibre, da associare sempre a quantità adeguate di frutta, verdura cotta/cruda, legumi, pesce viene associato a una minore incidenza di malattie cronichedegenerative come:

  • malattie tumorali (soprattutto al colonretto);
  • malattie metaboliche (ipertensione, diabete tipo 2, obesità);
  • patologie cardiovascolari (ictus, insufficienza cardiaca).

PROPRIETÀ DELLE FIBRE

  • Rallentano l’assorbimento degli zuccheri e tengono basso il livello glicemico.
  • Tengono sotto controllo gli aumenti di colesterolo e dei grassi in generale.
  • Nutrono la flora batterica “buona”.
  • Producono senso di sazietà molto prima – e più a lungo – rispetto a un cibo raffinato.
  • Abbassano lo stato infiammatorio cronico.
  • Apportano vitamina E e alcune vitamine del gruppo B.

COSA SI PERDE NELLA RAFFINAZIONE

Perché i cereali vengono raffinati?

La risposta è semplice: perché la raffinazione consente una produzione industriale più veloce.

Sono infatti più facili da trasformare, cuociono più velocemente, hanno una durata di conservazione più lunga.

Tutto questo però a discapito di alcuni elementi che si perdono durante il processo di trasformazione e che invece un cereale integrale mantiene.

Il cereale all’origine è infatti composto da:

  • crusca (rivestimento esterno): contiene fibre, antiossidanti;
  • germe: contiene grassi polinsaturi, vitamine;
  • endosperma: contiene carboidrati, è la parte più ricca di amido.

Mentre un cereale integrale mantiene la presenza di tutti questi elementi, il cereale che ha subito la raffinazione industriale conserva solo l’endosperma e perde germe e crusca.

In termini concreti significa che quest’ultimo contiene quasi solo zucchero e provoca veloci impennate di glicemia.

Dunque, di insulina.

Contribuendo nel tempo a sovrappeso, accumulo di grassi nella zona addominale fino all’obesità.

POCHE REGOLE PER CUCINARE INTEGRALE

Lo abbiamo detto.

La durata di conservazione del cereale integrale è minore.

L’industria, poi, ricorre alla raffinazione anche perché permette una cottura più veloce.

Cucinare un cereale integrale richiede in cucina un tempo di cottura più lungo.

È importante non saltare mai la fase di ammollo e di lavaggio sotto l’acqua corrente che serve ad eliminare alcune sostanze.

Per la cottura, la regola è 1 porzione di cereale e 2 di acqua.

di Francesca Consoli

IL RECUPERO DELLE ENERGIE

Quando le giornate sembrano in “salita” e ci si sente affaticati

Durante l’anno, specie nei cambi di stagione, dopo un’influenza o un prolungato stress psico-fisico, può accadere che ci aggredisca la stanchezza.

Allora spesso la mattina si fa fatica ad alzarsi e, anche se la giornata ci è sembrata interminabile, la sera a letto il sonno non arriva.

Ma il lavoro in casa o in ufficio e gli esami all’università sono comunque appuntamenti che non si possono rimandare.

In questo caso per recuperare le energie è importante seguire una sana alimentazione e cercare di dormire un adeguato numero di ore, ma può risultare utile anche affidarsi ai rimedi naturali, che favoriscono l’adattamento ai cambiamenti e agli impegni quotidiani.

ELEUTEROCOCCO

La parola chiave per recuperare le energie è “adattarsi” alle condizioni ambientali sfavorevoli e a situazioni di stress psico-fisico, così come tonico-adattogene sono definite le piante che possono aiutarci a recuperare forza, memoria e difese immunitarie efficienti.

L’eleuterococco è una delle piante d’elezione dotate di attività adattogena, migliorando in particolar modo la resistenza fisica e mentale di adulti e adolescenti, impegnati in attività sportive o ad alto impatto cerebrale, come per esempio lo studio.

Originario del Nordest asiatico l’eleuterococco (Eleutherococcus senticosus Maxim.) è un arbusto spinoso con foglie palmate di cui in fitoterapia si utilizzano le radici e il rizoma.

In commercio è disponibile la tintura madre da assumere alla dose di 30-40 gocce diluite in acqua, al giorno, al risveglio.

Se, invece, si preferiscono preparati diversi si può ricorrere all’estratto secco o fluido, da assumere sotto forma di fiale da bere, compresse da deglutire o bustine solubili, solitamente formulate in associazione con altri ingredienti naturali, vitamine e minerali.

SPIRULINA

In Ciad le donne vendono nei mercati il Dihé, una piccola torta di spirulina essiccata al sole che, una volta sbriciolata e mescolata a salsa di pomodoro e peperoncino, viene utilizzata come condimento di pollo, pesce e fagioli.

La spirulina è una microalga diffusa nei laghi dell’Africa centrale e del Messico, a forma di piccola spirale visibile solo al microscopio, che si raccoglie in colonie costituite da miliardi di individui.

La sua peculiarità consiste nel saper concentrare il maggior numero di nutrienti, come proteine (circa il 62 per cento del suo peso), vitamine (specie B12 e betacarotene) e minerali, quali ferro, calcio, magnesio e zinco.

Apprezzata dai vegetariani, come sostitutivo di carne e pesce, la spirulina assunta quotidianamente rappresenta un efficace rimedio energizzante nei casi di inappetenza e per gli sportivi, ma anche un ottimale disintossicante renale e stimolante le fisiologiche difese immunitarie.

La posologia suggerita è di 10 grammi al giorno.

PAPPA REALE

Prodotta dalle giovani api operaie, per nutrire l’ape regina e le larve nei primi giorni di vita, la pappa reale è il rimedio d’eccellenza dell’astenia, intesa come debolezza generale, riconducibile alla perdita di forza muscolare, e dell’inappetenza.

Inoltre, assunta regolarmente tutte le mattine per un certo periodo, questo prezioso ingrediente è in grado di regolarizzare l’umore, e di aumentare la vitalità e lo stato di benessere psicofisico generale dell’organismo.

Indicato come tonico per tutte le età, la pappa reale è presente in commercio come preparato fresco, da conservare in frigorifero e da assumere alla dose di 500 milligrammi per adulti e 250 milligrammi per bambini, al giorno, oppure come liofilizzato che risulta resistente anche alla temperatura ambiente.

La pappa reale, dalla consistenza gelatinosa, odore pungente e sapore acidulo, contiene proteine, aminoacidi essenziali, acidi grassi saturi e insaturi, zuccheri e una buona fonte di vitamine del gruppo B, in particolare di acido pantotenico (vitamina B5), implicata nella produzione di energia, nel metabolismo dei nutrienti e nel corretto funzionamento del sistema immunitario.

COME E QUANDO ASSUMERLI

I ricostituenti disponibili in commercio sono formulati con nutrienti volti a stimolare le funzioni metaboliche dell’organismo, quali vitamine, minerali, oligoelementi e sostanze toniche come la caffeina.

Dopo poco tempo dalla loro assunzione si genera un benefico effetto energizzante che va poi scemando durante l’arco della giornata, per esaurirsi definitivamente quando si va a letto e sopraggiunge il sonno.

Questi rimedi vanno, pertanto, preferibilmente consumati la mattina a colazione o al più tardi a pranzo, ma mai il pomeriggio o la sera, poiché altrimenti possono causare difficoltà nell’addormentamento.

Meglio, inoltre, assumerli a stomaco pieno, poiché sostanze, come per esempio le vitamine liposolubili (vitamina A, D ed E), necessitano di grassi per essere assorbite.

In genere gli integratori ricostituenti, per svolgere al meglio la loro funzione, devono essere utilizzati per almeno due settimane consecutive.

FIBRILLAZIONE ATRIALE

Quando il cuore batte fuori tempo

Per un anziano su 12 il cuore non batte al giusto ritmo.

L’aritmia cardiaca consiste in una alterazione della regolarità del battito cardiaco, considerato anormale non solo quando la frequenza è irregolare, ma anche quando è eccessivamente rapida (tachicardia) o lenta (bradicardia).

La fibrillazione atriale è la forma di aritmia più comune e rappresenta una importante condizione di aumento del rischio di ictus e malattie cardiovascolari.

Nella fibrillazione atriale accade che gli atri cardiaci, ossia le camere superiori del cuore, non si contraggono in maniera sincrona, ma in modo molto rapido e irregolare.

Il sangue, quindi, non viene pompato in modo sufficiente e viene trasferito al resto del corpo in maniera inefficiente; da qui il senso di debolezza o stanchezza, oppure la comparsa di battito cardiaco accelerato.

Le contrazioni irregolari possono causare inoltre il ristagno di sangue all’interno dell’atrio e la formazione di coaguli, che dal cuore possono entrare in circolo e raggiungere il cervello causando l’ictus.

È POSSIBILE INDIVIDUARLA?

Piccoli malesseri occasionali come palpitazioni, tachicardia, astenia, difficoltà di respiro, sono tra i possibili sintomi della fibrillazione atriale ma non sempre vengono individuati come segnali della presenza di malattia.

In molti casi, inoltre, la fibrillazione atriale è del tutto asintomatica, e viene diagnosticata casualmente, in occasione di visite o esami indotti da altre motivazioni.

Le cause più frequenti sono l’ipertensione arteriosa, che si riscontra in più della metà dei pazienti affetti da questa patologia, il diabete mellito e l’ipertiroidismo.

Ma anche le persone senza problemi cardiaci possono sviluppare una fibrillazione atriale.

Un recente studio ha dimostrato l’esistenza di una relazione tra i valori della pressione arteriosa sistolica (la pressione massima) e il rischio di fibrillazione atriale: un aumento di 20 mmHg di pressione arteriosa sistolica è risultato associato a un aumento medio del 21% del rischio di manifestare questo tipo di aritmia nel corso del tempo.

Questa relazione è risultata ancora più forte nelle donne, per cui a ogni aumento di pressione arteriosa sistolica di 20 mmHg corrisponde un aumento del rischio di fibrillazione atriale del 26%, contro il 16% riscontrato negli uomini.

Tenere monitorata la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca, con controlli abituali, a casa o in farmacia, è quindi molto importante.

Se non trattata, infatti, la fibrillazione atriale comporta un aumento del rischio di cardiopatia ischemica, scompenso cardiaco, ictus ischemico ed emorragico, malattia renale cronica, arteriopatia periferica e demenza vascolare.

E a un generale aumento del rischio di eventi fatali.

Si stima che circa un quarto dei casi di ictus tromboembolico sia dovuta alla fibrillazione atriale.

LE TRE FORME DI FIBRILLAZIONE ATRIALE

  • Parossistica: in questo caso il battito cardiaco torna spontaneamente alla normalità.
    Gli episodi possono avere una durata variabile da pochi minuti a ore, ma si risolvono senza interventi terapeutici.
  • Persistente: gli episodi terminano con un intervento di cardioversione elettrica o con terapia farmacologica.
  • Permanente: in questo caso le terapie non sono efficaci.

TERAPIA ANTICOAGULANTE

Individuare la presenza di fibrillazione atriale è importante per impostare una terapia anticoagulante, con l’obiettivo non di guarire la malattia, ma di prevenirne le conseguenze.

In alcuni casi possono essere associati degli antiaritmici.

Per la diagnosi di fibrillazione atriale oltre all’elettrocardiogramma vengono in genere prescritti Holter pressorio, ecocardiografia, esami del sangue.

La terapia anticoagulante si basa, in parte ancora oggi, sul farmaco tradizionalmente utilizzato a questo scopo appartenente alla categoria dei dicumarolici; il trattamento richiede però un frequente monitoraggio dei tempi di coagulazione e conseguente aggiustamento del dosaggio.

Il paziente deve inoltre attenersi a una serie di regole riguardanti l’alimentazione e il consumo di alcuni cibi, in particolare quelli ad alto contenuto di vitamina K, poiché possono interagire con il farmaco alterandone l’effetto.

Tra i cibi da evitare le verdure a foglia verde come cicoria, lattuga, spinaci, broccoli, cime di rapa, cavoletti di Bruxelles, rucola, verza, oltre a olio di soia, tè verde, tè nero.

Non tutti i pazienti possono, però, essere sottoposti a terapia anticoagulante , per esempio chi ha già avuto emorragie in precedenza o chi soffre di ulcera in quanto aumenta il rischio di emorragia.

In anni recenti sono stati introdotti altri farmaci anticoagulanti, dotati di un diverso meccanismo di azione.

Si tratta dei nuovi anticoagulanti orali che sono a dose fissa e hanno una azione indipendente dalla vitamina K, e in molti casi sono prescritti come terapia di prima scelta.

CARDIOVERSIONE ELETTRICA

Tra le possibili terapie per la fibrillazione atriale esistono anche interventi mirati alla risoluzione del problema: la cardioversione elettrica, una procedura messa in atto con un defibrillatore che riporta il ritmo del battito cardiaco alla normalità, e l’ablazione transcatetere.

Quest’ultima consiste in un intervento chirurgico per rimuovere l’area di tessuto cardiaco responsabile dell’alterazione del battito cardiaco, e viene utilizzata solo in casi selezionati, per cui terapia farmacologica e cardioversione elettrica non abbiano dato risultati.

STILE DI VITA

Per prevenire l’insorgenza della fibrillazione atriale, le regole sono quelle che caratterizzano uno stile di vita sano: seguire una alimentazione equilibrata senza eccessi di alcol e sale, non fumare, fare attività fisica regolare, tenere il peso nella norma.


di Marina Franceschi

LA PIRAMIDE ALIMENTARE

Piramide alimentare

Un modello da seguire nell’alimentazione quotidiana

La piramide alimentare è esattamente quello che il suo nome anticipa: una piramide di alimenti.

È così proposta da anni, in tutto il mondo: nei libri di alimentazione, di medicina, nelle campagne di sensibilizzazione a una sana alimentazione.

È un’immagine molto efficace, di forte impatto comunicativo che offre agli addetti ai lavori  e non  la sintesi di un metodo, un modello da seguire nell’alimentazione quotidiana.

Individua, infatti, in base alla posizione occupata da ciascun alimento lungo la piramide, le qualità nutrizionali, la frequenza e la quantità di assunzione nella settimana.

Ma è bene chiarirlo subito: la piramide indica un regime alimentare corretto per il mantenimento di uno stile di vita sano.

Si tratta di linee guida che si basano su studi ed evidenze scientifiche.

È dunque un’indicazione universale, trasversale a tutti.

Non è collegata esclusivamente a schemi alimentari dimagranti.

UNO SCHEMA PER TUTTI

La lettura e l’interpretazione di questo modello è semplice e immediata.

Nella rappresentazione grafica, alla base della piramide  più larga  sono collocati tutti gli alimenti che si possono assumere in quantità e frequenza maggiori con porzioni giornaliere.

Mano a mano che si sale verso il vertice, fino alla punta della piramide, tutto si restringe e vengono indicati i cibi considerati qualitativamente meno strategici e da assumere con moderazione.

Alla base troviamo verdura, cereali, frutta e acqua che possono e devono essere assunti giornalmente.

Frequenza settimanale più contenuta invece per carni, legumi, pesce, latticini, uova, condimenti.

Al vertice, in punta, alimenti da limitare al minimo, o comunque, da assumere in quantità ridotte: dolci e vino.

Sempre costante, lungo tutta la piramide, il consiglio a condurre una regolare attività fisica.

In sintesi:

  • Cereali integrali e grassi vegetali a ogni pasto
  • Verdura in abbondanza
  • Frutta da 2 a 3 porzioni al giorno
  • Legumi e frutta secca da 1 a 3 porzioni al giorno
  • Pesce, uova, pollo da 0 a 2 porzioni al giorno
  • Alimenti ricchi di calcio (formaggi) da 1 a 2 porzioni al giorno
  • Cereali raffinati (riso, pane, pasta), patate e dolci, carni rosse, burro con moderazione

In una delle versioni più recenti della piramide è stata inserita anche l’acqua, considerata un vero e proprio alimento.

Accanto a quella che assumiamo regolarmente (si consiglia una media di 2 litri al giorno), va aggiunta l’acqua contenuta nella verdura e nella frutta consigliata in abbondanza e che contiene sali minerali e vitamine.

Importanti anche latte e yogurt per l’apporto di calcio, fermenti lattici e proteine.

LA VERSIONE ITALIANA

La piramide settimanale italiana è stata introdotta nel 2005.

Si basa sulla definizione di Quantità Benessere (QB) riferita al cibo e all’attività fisica.

In un lavoro di promozione e divulgazione realizzato dalla sezione di Scienza dell’Alimentazione del Dipartimento di Fisiopatologia Medica dell’Università Sapienza di Roma, Carlo Cannella, ordinario di Scienza dell’Alimentazione “Sapienza”, ha affermato:


«Un eccessivo consumo di un solo alimento o un’alimentazione basata sull’uso di pochi alimenti comporta quasi sempre squilibri nutrizionali che portano alla malnutrizione per difetto o per eccesso.

Una porzione è compatibile con il benessere se contiene una “giusta” quantità di cibo; l’insieme delle porzioni consumate in un giorno deve avere un contenuto energetico di circa 2000 kcal per sostenere le attività vitali e l’esercizio fisico di una persona che conduca uno stile di vita “normale” secondo l’età.

Per un adolescente, la normalità significa studiare e fare sport, per un adulto lavorare ed essere attivo, per un anziano mantenersi attivo anche senza l’impegno lavorativo.

Non esistono cibi buoni e/o cattivi: il loro effetto dipende dalla quantità consumata giornalmente.

La scelta di un adeguato numero di porzioni di cibo deve riguardare tutti i gruppi di alimenti presenti nella piramide giornaliera per essere sicuri di assumere tutti i nutrienti».

1992: NASCE LA PIRAMIDE ALIMENTARE

La prima piramide alimentare vede la luce negli Stati Uniti nel 1992 (rivista nel 2005 con importanti modifiche come lo spostamento della carne rossa nel gruppo di cibi da assumere con moderazione).

A promuoverla il Dipartimento dell’Agricoltura per sensibilizzare i cittadini a un regime alimentare più sano per quantità e tipologia di cibo.

Ogni Paese nel tempo ha personalizzato la piramide, adattandola al proprio stile di vita, al clima, ai fabbisogni, alle produzioni locali.

Nel 2005 nasce la versione italiana, realizzata da un team di esperti su richiesta del ministero della Salute.

Il modello americano venne adattato alle produzioni del territorio e, soprattutto, alla dieta mediterranea considerata un modello di riferimento mondiale.

Tanto che nel 2010 l’Unesco l’ha dichiarata Patrimonio intangibile dell’Umanità.

La piramide italiana si basa sulla definizione di Quantità Benessere (QB) ed è costruita su 6 livelli.

Indica le porzioni ideali per una alimentazione equilibrata che rispetti il raggiungimento del benessere psicofisico della persona.

La piramide, dunque, non è un modello statico come si potrebbe pensare.

Nel tempo, in base a nuove scoperte scientifiche e a nuovi studi, viene aggiornata e viene modificata la collocazione o l’introduzione di alcuni cibi.

La versione più recente risale al 2016 quando venne presentata a Milano dall’International Foundation of Mediterranean Diet durante la prima Conferenza mondiale sulla dieta mediterranea.

PIRAMIDE DELL’ATTIVITÀ FISICA

È stata realizzata anche una Piramide dell’attività fisica.

Questi i consigli, partendo dalla base della piramide:

  • per combattere la sedentarietà: ogni giorno (almeno 6 volte la settimana) 30 minuti di camminata;
  • per uno stile di vita più attivo: da 2 a 4 volte a settimana (un’ora per volta), ginnastica, nuoto, pallavolo, calcetto, ballo, jogging, biciletta;
  • per uno stile di vita sportivo: da 1 a 2 volte a settimana, attività più impegnativa e intensa (tennis, calcio, corsa, ginnastica aerobica).

Fonte @ Sezione di Scienza dell’Alimentazione del Dipartimento di Fisiopatologia medica dell’Università Sapienza di Roma

Di Francesca Consoli

IL MAKE-UP DELLE FESTE

Le feste natalizie sono l’occasione per sperimentare nuovi look valorizzando il viso

Effetto nude o make-up deciso: se la voglia di truccarsi manca la mattina quando si corre verso gli impegni quotidiani, durante le feste non ci sono scuse.

Truccarsi non è solo un modo per nascondere i difetti, ma è anche segno di cura di sé.

Vediamo come farlo al meglio, divertendosi e sperimentando, senza dimenticare il rispetto della salute della pelle.

PARTIRE DALLA BASE

La riuscita del trucco dipende da come si prepara la pelle.

Prima del fondotinta, dopo aver applicato una crema idratante, si procede con una base trucco o primer.

Si tratta di un prodotto che serve a uniformare la pelle e rendere più facile l’applicazione del fondotinta e mantenere più a lungo il trucco perfetto.

Il primer illumina, leviga, sconfigge il colorito spento.

E prepara la base per il fondotinta, un prodotto che in questi mesi di emergenza sanitaria ha vissuto un periodo buio perché si trasferisce immediatamente sulla mascherina, ma che durante le giornate di festa, può essere utilizzato per rendere un trucco speciale.

La scelta di questo prodotto dipende dall’età e dall’effetto che si vuole ottenere.

Oggi sono disponibili texture e forme cosmetiche diverse: stick, cushion, fondotinta compatti e fluidi.

Gli stick sono più adatti a pelli giovani, ed offrono un effetto mat, opacizzante per la pelle lucida, mentre quelli fluidi sono più adatti a pelli mature che hanno bisogno di idratazione.

Per chi ha qualche ruga sono da evitare le texture asciutte con effetto sabbioso, che evidenziano i segni d’espressione.

Inoltre, scegliere prodotti dermatologicamente testati, adatti alle pelli sensibili, permette di truccarsi in sicurezza e nel rispetto anche delle pelli più esigenti.

Per l’applicazione, se l’obiettivo è ottenere un trucco dall’effetto naturale, il fondotinta potrà essere steso direttamente con le mani.

In caso si voglia ottenere un make-up più importante, adatto per esempio ad una serata di festa, l’applicazione consigliata è quella con il pennello o la spugnetta.

A completare un tocco di blush sulle guance: per le pelli chiare rosa vivace e rosso, per pelli opache: marrone e corallo.
Oggi si trovano formulazione in polvere, stick e crema.

PUNTARE SULLO SGUARDO

Il trucco occhi quest’anno è fondamentale: a causa della mascherina, sono gli occhi ad essere in primo piano, e dunque se non può mancare tutti i giorni, si può ancora più valorizzare in una giornata speciale.

Si parte con l’applicazione del copriocchiaie o correttore: corregge le discordie, opacizza, copre le occhiaie violacee, frutto di giornate intense o di stanchezza accumulata.

Ma non solo: anche per chi è più riposata un velo di correttore consente di uniformare e levigare la palpebra superiore, nascondere i piccoli capillari lungo le ali del naso, e far sparire qualche brufoletto.

Si procede poi con un ombretto della tonalità adatta al colore degli occhi: se sono azzurri, si punta su grigio fumo, blu marine, albicocca o rame; se sono verdi sono da preferire i colori mal-va e prugna; sempre prugna e viola anche per gli occhi marroni; per gli occhi grigi sì a acquamarina o lavanda.

Per l’applicazione, se si vuole rendere lo sguardo più profondo si deve applicare una sfumatura più chiara verso l’interno dell’occhio e più scura all’esterno.

Invece, un tocco di ombretto dello stesso colore dell’iride nell’angolo esterno della palpebra aiuta a ingrandire l’occhio.

Se over 50 da evitare gli ombretti con troppi glitter che evidenziano eventuali rughe.

Sull’occhio non può mancare una riga di matita: ma come sceglierla?
Provare la morbidezza e l’effetto sul dorso della mano: troppo dura non “scrive” bene e rischia di far male sulla palpebra, troppo morbida tende a sbavare.

In caso di occhi sensibili, scegliere matite e prodotti occhi oftalmologicamente testati.

EFFETTO LIPSTICK

Gli economisti chiamano “effetto lipstick” la tendenza a comprare più prodotti di bellezza, per prendersi cura di sé, durante e dopo una crisi: il rossetto è stato preso a simbolo di questo comportamento, per esempio dopo l’11 settembre o nella crisi del 2008, quando le vendite di rossetti sono aumentate.

Non è stato, però, lo stesso quest’anno, nonostante ci si trovi ancora in un’emergenza mondiale.

Infatti, a causa dell’imposizione dell’uso delle mascherine per contenere il contagio da coronavirus, le vendite sono calate di circa il 20%.

Perché allora non cogliere l’occasione delle feste, per riscoprire il trucco labbra.

Il colore di questa stagione è il rosso fuoco e il rosso vermiglio: colori decisi, se si vuole fare una scelta di tendenza moda.

In alternativa si può privilegiare un rossetto che si adatti all’incarnato e anche all’umore del momento.

In ogni caso non dimenticare di idratare bene prima le labbra con un burro cacao o una crema idratante; serve a dare volume e stendere meglio il rossetto.

IL TRUCCO PER LE VIDEOCHIAMATE

Che sia per salutare gli amici e i parenti lontani, o che si lavori ancora in smart working e le riunioni si susseguano una dopo l’altra, passando da Zoom a Skype, il video non lascia scampo alle imperfezioni.

Per avere un aspetto curato e professionale anche nelle videochiamate ci si può preparare velocemente con una piccola seduta di trucco.

Un fondotinta leggero che uniformi l’incarnato senza appesantire, nascondendo pori dilatati e occhiaie anche alle telecamere HD.

Considerare che in video gli occhi appaiono più piccoli: basta valorizzare con una riga di matita sfumata e mettere il mascara.

Infine le labbra: meglio colori ad effetto nude, scegliendo una tonalità poco più scura delle labbra.

STRUCCARE GLI OCCHI

Pulire la pelle del viso a fine giornata, specie se si è applicato il make-up è un’operazione indispensabile per mantenere la pelle sana.

Questo è ancora più importante per la zona occhi che è molto fragile e delicata e, per questo motivo, ha bisogno di struccanti specifici e delicatissimi.

Si procede impregnando un batuffolo di cotone, meglio quelli lavabili e riutilizzabili, di struccante occhi e appoggiandolo al bordo inferiore della palpebra; poi chiuderete l’occhio in modo che le ciglia si trovino a contatto con la parte imbevuta di struccante per far sciogliere il trucco.

Successivamente spostate il batuffolo in senso orizzontale fino a che il mascara non si sia trasferito completamente sul cotone.

Rimuovete il mascara delicatamente muovendovi dalle radici delle ciglia fino alle punte.

Ripete queste operazioni fino a che il cotone non resterà bianco.      

Se il trucco è waterproof è meglio usare uno struccante oleoso o bifasico.

EMICRANIA: QUEL CHIODO NELLA TESTA

L’emicrania è una malattia sociale invalidante, ma gli attacchi si possono ridurre

Difetti di postura, variazioni ormonali, tensione nervosa, alimentazione, fino a condizioni meteorologiche, inquinamento e stile di vita.

Molte sono le cause della cefalea, un disturbo molto comune che può comparire fin dalla giovane età.

La cefalea, o più comunemente il mal di testa, nelle sue varie forme si presenta con attacchi episodici ma può diventare una vera e propria malattia cronica.

Il dolore alla testa è uno strumento di difesa del cervello, organo molto sensibile alle condizioni esterne.

EMICRANIA O CEFALEA?

L’emicrania appartiene alla categoria delle cefalee, ma non tutte le cefalee sono delle emicranie.

L’emicrania infatti è un tipo particolare di cefalea primaria (ossia non dovuta ad altre patologie, come per esempio all’ipertensione o a una malattia metabolica).

La forma più comune di cefalea è quella muscolo- tensiva, il classico “cerchio alla testa”, con una sensazione di peso e oppressione, e un dolore presente ma non pulsante.

Causata da vizi di postura, disturbi mandibolari e bruxismo (tendenza a digrignare i denti), ansia e stress, in genere si manifesta con dolore a partire dalla nuca, in corrispondenza della colonna cervicale, e si estende poi a fronte e volto.

Come riconoscerle?

L’emicrania si distingue dalla cefalea muscolotensiva per il tipo, intensità e localizzazione del dolore, oltre che per la presenza di altri sintomi concomitanti.

Anche la durata è diversa: un attacco di emicrania può durare da qualche ora fino a tre giorni consecutivi, e verificarsi poche volte all’anno così come varie volte al mese.

Tipica caratteristica dell’emicrania è il forte dolore pulsante, localizzato nella metà della testa e del volto.

Il dolore è inoltre accompagnato da fastidio per i rumori, la luce e gli odori, e spesso da nausea e vomito.

Ogni tipo di movimento causa un aumento del dolore (per esempio salire o scendere le scale, muovere la testa) e diventa quindi molto difficile svolgere le abituali attività quotidiane.

Nel caso di emicrania con aura, gli attacchi in genere sono preceduti da sintomi visivi come annebbiamento della vista, lampi, bagliori, scintille luminose, visione deformata degli oggetti.

Meno frequenti i disturbi della sensibilità: formicolii, sensazione di punture di spillo o ridotta sensazione tattile, debolezza a un braccio o a una gamba, alterazioni del linguaggio con difficoltà a esprimersi.

Ancora più rari, ma possibili, sono confusione, disorientamento, mancanza di equilibrio.

Soprattutto quando insorgono per la prima volta, questi sintomi possono essere fonte di grande preoccupazione e di accesso al pronto soccorso.

Si tratta invece di manifestazioni completamente reversibili, della durata compresa tra 5 e 20 minuti.

A volte l’aura può durare più a lungo, anche un’ora, e non essere seguita dal mal di testa.

L’emicrania interessa in Italia sette milioni di persone, per lo più donne, nella fascia di età compresa tra 20 e 50 anni.

Cosa scatena l’emicrania?

I fattori scatenanti l’emicrania sono principalmente le mutazioni ormonali, le variazioni del sonno, lo stress, il digiuno, l’alcol, i cambiamenti climatici.

Anche il consumo di alcuni alimenti, infine, è associato al rischio di attacchi emicranici.

Tra questi vi sono i formaggi fermentati e stagionati, gli insaccati, il cioccolato, il pesce affumicato.

CURE E TERAPIE

Il primo passo verso una cura efficace è una diagnosi corretta.

Per questo esistono i centri specializzati nella cura delle cefalee, ai quali è bene rivolgersi se gli episodi di mal di testa o di emicrania diventano frequenti.

Se è vero che per gestire un attacco di cefalea è necessario ricorrere a un farmaco, è altrettanto vero che l’uso prolungato di antinfiammatori, anche a basse dosi, può causare la cronicizzazione della malattia.

Come evitare la cronicizzazione?

Quando si verificano più di quattro o cinque attacchi al mese il rischio di trasformazione dell’emicrania in forma cronica è tutt’altro che basso, e interessa tre individui su dieci.

E in questo caso la malattia tende a diventare parte integrante della vita delle persone che ne sono colpite, influendo negativamente su tutte le attività socio-relazionali e lavorative, oltre che sul benessere fisico e psicologico individuale.

Oltre all’eccesso di analgesici, a favorire la cronicizzazione dell’emicrania sono le vicende personali, lo stress, l’ipertensione, l’ansia e la depressione.

L’emicrania si può curare o quantomeno migliorare, ma occorrono terapie mirate e studiate sul singolo caso.

Le nuove terapie?

Recentemente sono state approvate nuove terapie che permettono di ridurre la frequenza degli attacchi.

Si tratta di farmaci a base di anticorpi monoclonali, riservati a pazienti emicranici cronici ed episodici, e che possono essere somministrati per via sottocutanea una sola volta al mese.

Queste terapie innovative devono essere necessariamente prescritte e monitorate nell’ambito di un percorso di cura presso un centro specializzato per la diagnosi e cura delle cefalee.

Cerchi un centro cefalee?

“Qui puoi trovare il centro cefalee più vicino a te Società Italiana per lo Studio delle Cefalee

QUANDO IL MAL DI TESTA ARRIVA NEL WEEK-END

Non è raro che la cefalea si presenti proprio quando si è meglio predisposti al riposo, ossia durante il fine settimana.

Sembrerebbe, un paradosso ma è proprio il venire meno della tensione accumulata durate la settimana lavorativa a causare un processo, a livello cerebrale, che sfocia nella dilatazione dei vasi sanguigni, causando poi la comparsa del mal di testa.

A questo contribuiscono anche il tipo di alimentazione, magari con una cena più ricca o l’assunzione di alcolici, e i cambiamenti dei ritmi del sonno: non è solo la privazione di sonno a scatenare la cefalea, ma anche dormire più ore rispetto alle proprie abitudini.

UNA MALATTIA SOCIALE

Nello scorso mese di luglio all’emicrania, per l’elevato numero di persone colpite e i suoi effetti sulla loro qualità di vita, è stato riconosciuto lo status di “malattia sociale” invalidante.

A questo atto dovrebbe seguire nel tempo l’emissione di norme attuative che migliorino i percorsi diagnostici e terapeutici di questi pazienti.

Quali i casi che rientrano in questa categoria?

Il provvedimento interessa le forme di emicrania cronica con alta frequenza, l’emicrania continua, l’emicrania parossistica, la cefalea cronica quotidiana, la cefalea a grappolo e infine una forma di cefalea che colpisce un solo lato del capo e che comporta lacrimazione e arrossamento oculare (cefalea nevralgiforme unilaterale).

In tutti i casi la diagnosi deve essere stata fatta da almeno un anno presso un centro accreditato.

di Stefania Cifani

FEGATO SOTTO ATTACCO

Fegato danneggiato

Sonnolenza dopo i pasti? Bocca amara al mattino? Cattiva digestione? Come prevenire i disturbi epatici 

Con il suo chilo e mezzo di peso, il fegato è la ghiandola più voluminosa del nostro organismo nonché uno degli organi più importanti: depura, smaltisce le tossine, produce la bile per digerire i grassi.

Ma anche un organo così complesso e forte, se trascurato, può ammalarsi.

COME CAPIRE SE IL FEGATO FUNZIONA MALE?

Anche se questo organo ha una buona capacità di sopportazione e dà segnali solo quando è davvero in crisi, le spie di malfunzionamento più frequenti sono:

  • sonnolenza dopo i pasti
  • bocca amara al mattino
  • cattiva digestione
  • perdita di appetito
  • affaticamento
  • dolorini al fianco destro, sotto le costole

LE PATOLOGIE PRINCIPALI DEL FEGATO

CALCOLI BILIARI

Sono piccoli sassi solidi che si formano nella colecisti (detta anche cistifellea, il sacchetto collegato al fegato in cui si raccoglie la bile secreta per digerire i grassi), nelle vie biliari o in entrambe le strutture anatomiche, a causa di una maggiore concentrazione di colesterolo nella bile.

Tra i fattori di rischio accertati, una dieta con troppi grassi e povera di fibre, sovrappeso e obesità, gravidanza, diabete, farmaci anticolesterolo o terapie ormonali a base di estrogeni.

I calcoli biliari possono dar luogo a sintomi specifici, come la classica colica biliare che provoca intenso dolore alla parte destra superiore dell’addome e che può essere accompagnata da senso di peso, nausea e vomito, diarrea, ittero (colorito giallognolo della cute e delle sclere).

Se i calcoli non causano sintomi e problemi non necessitano di alcun trattamento.

Negli altri casi è possibile tentare una terapia farmacologica che ha come obiettivo lo scioglimento dei calcoli stessi.

Si tratta, però, di una cura molto lunga, con risultati spesso parziali o insoddisfacenti.

Se questa non funziona e le coliche persistono, la soluzione consiste essenzialmente nella colecistectomia, un’operazione che prevede la rimozione della colecisti e il congiungimento del fegato all’intestino tenue.

STEATOSI (O FEGATO GRASSO)

È dovuta all’accumulo di trigliceridi nelle cellule epatiche, in primo luogo per colpa degli eccessi alimentari (soprattutto da cibi ricchi di grassi e additivi) e l’abuso di alcol.

Altre cause vanno dal sovrappeso/obesità alla malnutrizione, dal diabete alle malattie virali (in particolare l’epatite C) fino a determinati farmaci (per es. estrogeni e corticosteroidi).

La steatosi epatica non presenta sintomi specifici, tutt’al più un senso di indolenzimento o pesantezza alla parte alta dell’addome destro.

Allo stesso modo, non esiste una terapia specifica: il trattamento si concentra sul controllo o l’eliminazione delle cause primarie che provocano il problema, come smettere di bere e seguire una dieta appropriata (non incentrata solo su grassi e carboidrati ma ricca di frutta e verdura).

EPATITE

È una malattia che provoca l’infiammazione del fegato e la distruzione delle sue cellule, per cui l’organo non è più in grado di eliminare la bilirubina che accumulandosi nel sangue provoca ittero.

Il termine epatite virale indica una serie di patologie epatiche provocate da virus differenti, dotati di strutture diverse.

Epatite A

È la meno pericolosa, anche perché nella maggior parte dei casi guarisce da sola nel giro di qualche settimana (può comunque essere fastidiosa perché si possono accusare disturbi quali nausea, vomito, diarrea, dolori addominali, febbre).

Si contrae per via oro-fecale attraverso l’ingestione di alimenti e bevande contaminate o tramite il contatto diretto con una persona infetta.

Gli alimenti a maggior rischio sono frutti di mare (se mangiati crudi), frutta e verdura mal lavate, ma anche l’acqua.

Attenzione anche all’igiene delle mani, a maggior ragione dopo aver usato la toilette e prima di preparare il cibo e di mangiare.

Il pericolo di contagio è maggiore se si viaggia in un paese ad elevata circolazione del virus, per cui vale la pena proteggersi con l’apposito vac cino.

Per essere attivo va effettuato almeno due settimane prima della partenza e protegge per 10-20 anni se viene effettuato un richiamo dopo sei mesi-un anno.

Epatite B

È trasmissibile attraverso l’esposizione a sangue infetto e ai fluidi corporei (come sperma e liquidi vaginali).

Attenzione quindi a spazzolini da denti, rasoi, aghi, forbicine e altri oggetti appuntiti usati in comune, ma anche a tatuaggi e piercing effettuati senza l’utilizzo di strumenti monouso, oltre che ai rapporti sessuali occasionali non protetti.

La malattia provoca un’infezione acuta del fegato che in circa il 90 per cento dei casi si risolve con la completa guarigione del soggetto.

Nel 5-10 per cento dei casi, invece, l’infezione cronicizza e può compromettere la funzionalità epatica con l’eventuale insorgenza, nel giro di 10-30 anni, di cirrosi o di una neoplasia del fegato.

Durante la fase acuta l’epatite B può decorrere in maniera asintomatica, ma può anche manifestarsi con la comparsa di inappetenza, malessere generale, stanchezza, dolore muscolare, febbre e nausea, ittero, urine scure.


I farmaci disponibili per il trattamento dell’epatite cronica B sono dotati di attività antivirale più o meno associata a un’azione immunomodulante.

Obbligatoria dal 1991 la vaccinazione per tutti i neonati, mentre negli adulti è consigliata soprattutto a chi non ha un partner fisso, ai conviventi di portatori cronici del virus B, a chi viaggia in zone in cui la malattia è endemica e agli operatori sanitari.

Sono necessarie tre dosi (la seconda dopo un mese e la terza dopo sei mesi dalla prima).

Epatite C

È l’infezione più temibile anche perché, nell’80- 85 per cento dei casi diventa cronica e nell’arco di uno o due decenni circa può evolvere in cirrosi.

Viene trasmessa quasi esclusivamente con il sangue (quindi le regole di prevenzione sono le stesse dell’epatite B) e spesso non dà sintomi (ma quando presenti sono simili a quelli del tipo A e B).

A oggi non esiste un vaccino antiepatite C, per cui la terapia è basata, anche in questo caso, su farmaci antivirali specifici.

CIRROSI

È una malattia cronica del fegato caratterizzata dalla cicatrizzazione del tessuto epatico che determina una trasformazione della microcircolazione epatica e una conseguente riduzione della buona funzionalità del fegato.

Le principali cause della cirrosi sono l’alcol e le infezioni virali (virus dell’epatite B e C in primis).

Spesso i sintomi non si manifestano fino a quando il danno all’organo non è molto esteso e includono affaticamento, debolezza, inappetenza, perdita di peso, nausea, ittero, ascite (accumulo di liquido nell’addome) ed edema agli arti inferiori.

Fermo restando che i soggetti colpiti da cirrosi alcolica devono smettere di bere alcol, attualmente non esistono farmaci in grado di bloccare la progressione della malattia.

Quelli utilizzati in terapia possono solamente rallentarne l’evoluzione a partire dalla causa che ne sta alla base (ad es. farmaci per la cura dell’epatite).

Nel suo stadio più avanzato, quando la patologia è considerata irreversibile, la sola possibilità di cura risulta essere il trapianto di fegato.

COME PREVENIRE O COMBATTERE I DANNI EMPATICI

La prima arma per prevenire o combattere i danni epatici è cambiare radicalmente lo stile di vita, a cominciare dall’alimentazione.

Oltre ad alleggerire la quantità di cibo che si assume quotidianamente (gli eccessi di lipidi favoriscono l’accumulo di trigliceridi e colesterolo che rallentano il metabolismo dell’organo) e a eliminare o quantomeno limitare il più possibile gli alcolici, è importante puntare su una dieta leggera e ricca di frutta (in particolare agrumi, mele, mirtilli) e verdura (soprattutto quella amara, come carciofi, radicchio, cardo, rafano, scarola, cicoria) in cui abbondano sostanze epatoprotettive, oltre che disintossicanti e stimolanti, come vitamina C, antiossidanti e polifenoli.

Consigliata anche la pratica di un’attività sportiva che aiuti a mantenere il peso forma e a attenuare gli stress emotivi che finiscono con l’avvelenare il fegato.

di Claudio Buono