IGIENE INTIMA FEMMINILE

Indicazioni di benessere per tutte le età

Una corretta igiene intima permette di mantenere in salute una parte importante della femminilità, e prevenire molte infezioni come vaginiti e cistiti.

Imparare fin da piccole, per affrontare adeguatamente l’età adulta fino alla menopausa, ad avere una corretta igiene intima permette di evitare malattie, di avere una buona vita sessuale, mantenendo alto il livello di benessere generale.

UN VERO E PROPRIO ECOSISTEMA

Una corretta igiene intima deve prima di tutto rispettare le difese naturali della mucosa degli organi genitali, soprattutto della vagina, che costituisce il tramite tra l’esterno e l’interno, e funge da barriera contro eventuali agenti aggressivi.

Nell’ambiente vaginale e vulvare convivono numerosi microrganismi, che costituiscono la flora vaginale: un insieme di batteri e funghi che vivono in equilibrio, la cui composizione varia con l’età e con le abitudini.

Il primo fattore a cambiare durante le diverse fasi della vita della donna è il pH, o acidità, condizionato dagli ormoni.

Il pH favorisce la crescita e l’adesione alla mucosa vaginale dei lattobacilli che proteggono dalle infezioni e impediscono la crescita dei microrganismi patogeni.

Prima della pubertà il pH vaginale è basico, mentre in età adulta, il pH vaginale acidifica.

In ambiente acido nel microambiente vaginale prevalgono i lattobacilli, destinati a ridursi progressivamente in menopausa quando, a causa della carenza di estrogeni, la mucosa va incontro ad un processo di atrofia.

L’equilibrio dei diversi ceppi batterici può alterarsi a causa dell’assunzione di antibiotici, dell’uso di altri farmaci, della presenza di malattie croniche.

Se ne deduce che:

«età diverse richiedono attenzioni differenti, anche nell’igiene intima, proprio per proteggere al massimo l’integrità sia dei nostri tessuti, sia dei microrganismi che vi abitano, e che costituiscono i cosiddetti “ecosistemi”»

spiega Alessandra Graziottin, ginecologa, direttrice del Centro di ginecologia del San RaffaeleResnati

«Ossia quei diversi piccoli mondi di microrganismi, preziosi alleati della salute, che abitano le regioni del nostro corpo a contatto con l’esterno».

IGIENE INTIMA DA 0 A 12 ANNI

Anche le bambine appena nate hanno bisogno di una corretta detersione.

«Alla nascita la bambina ha cute e mucose delicate, che vengono rapidamente colonizzate dai normali microrganismi “amici».

«La sua cute richiede una detersione delicata, meglio se con latte o olio detergenti, e in ogni caso prodotti specifici, anche per evitare di provocare irritazioni dermatologiche o allergie»

spiega Graziottin

«Nell’infanzia, le bambine non hanno estrogeni, gli ormoni femminili della maturità, e questo rende le mucose genitali vulnerabili alle infezioni da parte di batteri, provenienti per lo più dall’intestino attraverso le feci: i più comuni sono Escherichia coli o l’Enterococcus faecalis».

Una buona abitudine insegnare alle bambine è quello di pulirsi e lavarsi correttamente: dal davanti verso dietro, cioè dalla vulva verso l’ano, per evitare di contaminare i genitali con quantità anche piccolissime di feci che possono tuttavia contenere milioni di germi.

Questi possono causare vaginiti e cistiti recidivanti.

VITA FERTILE E MENOPAUSA

Alla comparsa delle mestruazioni e con l’adolescenza, va mantenuta un’adeguata igiene intima, soprattutto durante il flusso mestruale.

La detersione, in doccia o con un bidè, dovrebbe essere eseguita due volte al giorno.

Durante le mestruazioni, infatti, il ristagno dei liquidi sull’assorbente e l’uso continuato dell’assorbente stesso possono favorire la comparsa di bruciori e infiammazioni.

Nel caso di pelle particolarmente sensibile sono da preferire i tamponi interni o gli assorbenti in puro cotone.

Per la detersione, in assenza di problemi particolari, sono utili detergenti a pH acido, per esempio a base di salvia, o timo.

Esistono poi prodotti a base di probiotici, utili a contribuire al mantenimento dell’ambiente più adatto alla crescita di batteri buoni.

In caso di irritazioni o infiammazioni ricorrenti, che si presentano anche con una adeguata igiene intima, è utile l’utilizzo di biancheria in cotone, che faciliti la traspirazione.

Evitare anche l’utilizzo frequente di pantaloni molto stretti.

In menopausa, quando il pH diventa quasi neutro, la formulazione del detergente intimo dovrebbe essere delicata, rispettare il pH, essere povera di tensioattivi, e con sostanze lenitive, oltre a contenere attivi idratanti, per favorire l’integrità delle mucose.

INTESTINO E SALUTE INTIMA

La salute dell’intestino è strettamente legata a quella della mucosa vaginale.

Diarrea e stitichezza possono infatti causare vaginiti ricorrenti da germi intestinali, come l’Escherichia coli, normale abitante dell’ecosistema intestinale, ma patogeno, ossia causa di infezione, se arriva in vagina o nella vescica.

La modalità di trasmissione può essere esterna, per la contiguità tra ano e vagina, o quella interna, meno conosciuta, che avviene quando l’intestino è irritato e dunque permeabile.

Per evitare questa condizione è bene tenere regolare l’intestino con una dieta adeguata ed eventualmente l’uso di probiotici.

DAL GINECOLOGO OGNI ANNO

Anche in assenza di sintomi è importante fare una visita ginecologica di controllo una volta l’anno.

Il medico, potrà controllare che non ci siano in atto infezioni silenti, senza sintomi evidenti, eseguirà, dopo i 25 anni, il Pap Test per la diagnosi precoce del tumore del collo dell’utero, e potrà fornire consigli sulla igiene intima e sulla corretta contraccezione e protezione sessuale.

Indispensabile la consulenza dello specialista in caso di disturbi e sintomi: una diagnosi precisa e una cura mirata evitano aggravarsi dei sintomi e le recidive.

MANGIARE INTEGRALE

Mangiare-integrale

Benefici e controindicazioni di una dieta ricca di fibre

Cereali e tutti i loro derivati: pasta, pane, prodotti da forno, pizza.

Orzo, farro, avena, riso rosso e nero.

Ma pure avena, amaranto, quinoa e tutti i cereali in chicco non perlati o decorticati.

L’integrale sta conquistando i pasti di molti italiani.

Che privilegiano il concetto di qualità della materia prima e di migliore, e maggiore, apporto di nutrienti importanti per la salute del nostro organismo.

Integrale significa infatti nutrirsi con un alimento che ha mantenuto la sua “integrità”, è rimasto dunque intero, non ha perso elementi nutrizionali nel processo di trasformazione industriale.

LE FIBRE NEL PIATTO

È ormai confermato da studi scientifici che mangiare integrale contribuisce a limitare l’insorgenza di alcune malattie del nostro secolo e i nutrizionisti lo consigliano in quasi tutte le diete alimentari.

Il merito di questo successo va attribuito alla grande quantità di fibre che il cibo integrale contiene e che aiutano il transito intestinale, alimentando anche i batteri cosiddetti “buoni”.

Se è vero che l’intestino è stato recentemente definito il “secondo cervello” del nostro corpo per l’influenza che esercita sulla salute, risulta evidente quanto sia importante l’assunzione “naturale”, attraverso i pasti, di questa quantità di fibre.

Va subito detto che il cereale non raffinato non produce un apporto inferiore di calorie poiché la quantità di carboidrati è uguale, così come l’energia che riesce a generare.

Tuttavia il cibo non raffinato provoca un livello di sazietà maggiore e di più lunga durata e combatte il sovrappeso, introducendo nell’organismo fibre, vitamine, sali minerali e acidi grassi essenziali.

Consumare cereali integralila dose consigliata è di 3 porzioni al giorno – aumenta la qualità della nostra alimentazione: permette un maggiore equilibrio e controllo del peso, rafforza il sistema immunitario ed esercita proprietà antinfiammatorie.

ALCUNE CONTROINDICAZIONI

I cereali non raffinati compaiono anche tra le indicazioni principali per una alimentazione e uno stile di vita corretti.

Il World Cancer Research International ha inserito la loro assunzione quotidiana tra le 10 regole consigliate per vivere più sani.

Ci sono tuttavia casi specifici in cui l’alimentazione integrale non è consigliata e va dunque discussa e decisa insieme al proprio medico.

In particolare, in presenza di malattie infiammatorie croniche dell’intestino (sindrome del colon irritabile, morbo di Crohn, colite ulcerosa, diverticolosi, meteorismo) oppure in presenza di gastriti e reflusso gastroesofageo.

In tutti questi casi, un apporto consistente di fibre potrebbe essere controindicato e l’assunzione dovrà essere più contenuta.

COME LEGGERE L’ETICHETTA

La lettura corretta dell’etichetta alimentare rappresenta il primo strumento per riconoscere un cibo realmente integrale.

Innanzitutto fate attenzione all’indicazione della quantità: deve essere riportato che almeno il 51% è composto da farina integrale.

Dovrebbe essere riportata anche la dicitura “farina integrale macinata”.

Inoltre, deve essere chiaro il riferimento specifico alla farina integrale e non alla farina 00 con aggiunta di crusca.

Talvolta, infatti, l’aggiunta di crusca o cruschello a un prodotto raffinato rappresenta la scorciatoia più veloce per definirlo integrale, anche quando non lo è.

Infine, non fatevi fuorviare dalla colorazione del cereale: essere scuro non è automaticamente sinonimo di integrale.

Quando poi il colore è chiaro con una puntinatura scura, in particolare nel pane, ci potremmo trovare in presenza di un cereale raffinato al quale è stata aggiunta la crusca.

La colorazione deve essere sempre omogenea.

FIBRE: UNA FONTE DI BENEFICI

Come abbiamo visto, i cereali integrali contengono una quantità importante di fibre che apportano numerosi benefici all’organismo.

Innanzitutto, migliorano la funzionalità intestinale con una peristalsi più frequente e contribuiscono a ridurre la stipsi, eliminando le tossine e le scorie e favorendo lo sviluppo di una flora batterica intestinale “buona”.

Ma quali sono i cibi fatta eccezione per gli alimenti integrali che contengono la maggior quantità di fibre?

Nella frutta: mele, pere, frutta secca, banane.

Nelle verdure e nei legumi: melanzane, carciofi, cavoli, carote, lenticchie, ceci, fagioli, fave, piselli.

Un elevato consumo di cereali integrali e dunque una dieta ricca di fibre, da associare sempre a quantità adeguate di frutta, verdura cotta/cruda, legumi, pesce viene associato a una minore incidenza di malattie cronichedegenerative come:

  • malattie tumorali (soprattutto al colonretto);
  • malattie metaboliche (ipertensione, diabete tipo 2, obesità);
  • patologie cardiovascolari (ictus, insufficienza cardiaca).

PROPRIETÀ DELLE FIBRE

  • Rallentano l’assorbimento degli zuccheri e tengono basso il livello glicemico.
  • Tengono sotto controllo gli aumenti di colesterolo e dei grassi in generale.
  • Nutrono la flora batterica “buona”.
  • Producono senso di sazietà molto prima – e più a lungo – rispetto a un cibo raffinato.
  • Abbassano lo stato infiammatorio cronico.
  • Apportano vitamina E e alcune vitamine del gruppo B.

COSA SI PERDE NELLA RAFFINAZIONE

Perché i cereali vengono raffinati?

La risposta è semplice: perché la raffinazione consente una produzione industriale più veloce.

Sono infatti più facili da trasformare, cuociono più velocemente, hanno una durata di conservazione più lunga.

Tutto questo però a discapito di alcuni elementi che si perdono durante il processo di trasformazione e che invece un cereale integrale mantiene.

Il cereale all’origine è infatti composto da:

  • crusca (rivestimento esterno): contiene fibre, antiossidanti;
  • germe: contiene grassi polinsaturi, vitamine;
  • endosperma: contiene carboidrati, è la parte più ricca di amido.

Mentre un cereale integrale mantiene la presenza di tutti questi elementi, il cereale che ha subito la raffinazione industriale conserva solo l’endosperma e perde germe e crusca.

In termini concreti significa che quest’ultimo contiene quasi solo zucchero e provoca veloci impennate di glicemia.

Dunque, di insulina.

Contribuendo nel tempo a sovrappeso, accumulo di grassi nella zona addominale fino all’obesità.

POCHE REGOLE PER CUCINARE INTEGRALE

Lo abbiamo detto.

La durata di conservazione del cereale integrale è minore.

L’industria, poi, ricorre alla raffinazione anche perché permette una cottura più veloce.

Cucinare un cereale integrale richiede in cucina un tempo di cottura più lungo.

È importante non saltare mai la fase di ammollo e di lavaggio sotto l’acqua corrente che serve ad eliminare alcune sostanze.

Per la cottura, la regola è 1 porzione di cereale e 2 di acqua.

di Francesca Consoli

IL MAKE-UP DELLE FESTE

Le feste natalizie sono l’occasione per sperimentare nuovi look valorizzando il viso

Effetto nude o make-up deciso: se la voglia di truccarsi manca la mattina quando si corre verso gli impegni quotidiani, durante le feste non ci sono scuse.

Truccarsi non è solo un modo per nascondere i difetti, ma è anche segno di cura di sé.

Vediamo come farlo al meglio, divertendosi e sperimentando, senza dimenticare il rispetto della salute della pelle.

PARTIRE DALLA BASE

La riuscita del trucco dipende da come si prepara la pelle.

Prima del fondotinta, dopo aver applicato una crema idratante, si procede con una base trucco o primer.

Si tratta di un prodotto che serve a uniformare la pelle e rendere più facile l’applicazione del fondotinta e mantenere più a lungo il trucco perfetto.

Il primer illumina, leviga, sconfigge il colorito spento.

E prepara la base per il fondotinta, un prodotto che in questi mesi di emergenza sanitaria ha vissuto un periodo buio perché si trasferisce immediatamente sulla mascherina, ma che durante le giornate di festa, può essere utilizzato per rendere un trucco speciale.

La scelta di questo prodotto dipende dall’età e dall’effetto che si vuole ottenere.

Oggi sono disponibili texture e forme cosmetiche diverse: stick, cushion, fondotinta compatti e fluidi.

Gli stick sono più adatti a pelli giovani, ed offrono un effetto mat, opacizzante per la pelle lucida, mentre quelli fluidi sono più adatti a pelli mature che hanno bisogno di idratazione.

Per chi ha qualche ruga sono da evitare le texture asciutte con effetto sabbioso, che evidenziano i segni d’espressione.

Inoltre, scegliere prodotti dermatologicamente testati, adatti alle pelli sensibili, permette di truccarsi in sicurezza e nel rispetto anche delle pelli più esigenti.

Per l’applicazione, se l’obiettivo è ottenere un trucco dall’effetto naturale, il fondotinta potrà essere steso direttamente con le mani.

In caso si voglia ottenere un make-up più importante, adatto per esempio ad una serata di festa, l’applicazione consigliata è quella con il pennello o la spugnetta.

A completare un tocco di blush sulle guance: per le pelli chiare rosa vivace e rosso, per pelli opache: marrone e corallo.
Oggi si trovano formulazione in polvere, stick e crema.

PUNTARE SULLO SGUARDO

Il trucco occhi quest’anno è fondamentale: a causa della mascherina, sono gli occhi ad essere in primo piano, e dunque se non può mancare tutti i giorni, si può ancora più valorizzare in una giornata speciale.

Si parte con l’applicazione del copriocchiaie o correttore: corregge le discordie, opacizza, copre le occhiaie violacee, frutto di giornate intense o di stanchezza accumulata.

Ma non solo: anche per chi è più riposata un velo di correttore consente di uniformare e levigare la palpebra superiore, nascondere i piccoli capillari lungo le ali del naso, e far sparire qualche brufoletto.

Si procede poi con un ombretto della tonalità adatta al colore degli occhi: se sono azzurri, si punta su grigio fumo, blu marine, albicocca o rame; se sono verdi sono da preferire i colori mal-va e prugna; sempre prugna e viola anche per gli occhi marroni; per gli occhi grigi sì a acquamarina o lavanda.

Per l’applicazione, se si vuole rendere lo sguardo più profondo si deve applicare una sfumatura più chiara verso l’interno dell’occhio e più scura all’esterno.

Invece, un tocco di ombretto dello stesso colore dell’iride nell’angolo esterno della palpebra aiuta a ingrandire l’occhio.

Se over 50 da evitare gli ombretti con troppi glitter che evidenziano eventuali rughe.

Sull’occhio non può mancare una riga di matita: ma come sceglierla?
Provare la morbidezza e l’effetto sul dorso della mano: troppo dura non “scrive” bene e rischia di far male sulla palpebra, troppo morbida tende a sbavare.

In caso di occhi sensibili, scegliere matite e prodotti occhi oftalmologicamente testati.

EFFETTO LIPSTICK

Gli economisti chiamano “effetto lipstick” la tendenza a comprare più prodotti di bellezza, per prendersi cura di sé, durante e dopo una crisi: il rossetto è stato preso a simbolo di questo comportamento, per esempio dopo l’11 settembre o nella crisi del 2008, quando le vendite di rossetti sono aumentate.

Non è stato, però, lo stesso quest’anno, nonostante ci si trovi ancora in un’emergenza mondiale.

Infatti, a causa dell’imposizione dell’uso delle mascherine per contenere il contagio da coronavirus, le vendite sono calate di circa il 20%.

Perché allora non cogliere l’occasione delle feste, per riscoprire il trucco labbra.

Il colore di questa stagione è il rosso fuoco e il rosso vermiglio: colori decisi, se si vuole fare una scelta di tendenza moda.

In alternativa si può privilegiare un rossetto che si adatti all’incarnato e anche all’umore del momento.

In ogni caso non dimenticare di idratare bene prima le labbra con un burro cacao o una crema idratante; serve a dare volume e stendere meglio il rossetto.

IL TRUCCO PER LE VIDEOCHIAMATE

Che sia per salutare gli amici e i parenti lontani, o che si lavori ancora in smart working e le riunioni si susseguano una dopo l’altra, passando da Zoom a Skype, il video non lascia scampo alle imperfezioni.

Per avere un aspetto curato e professionale anche nelle videochiamate ci si può preparare velocemente con una piccola seduta di trucco.

Un fondotinta leggero che uniformi l’incarnato senza appesantire, nascondendo pori dilatati e occhiaie anche alle telecamere HD.

Considerare che in video gli occhi appaiono più piccoli: basta valorizzare con una riga di matita sfumata e mettere il mascara.

Infine le labbra: meglio colori ad effetto nude, scegliendo una tonalità poco più scura delle labbra.

STRUCCARE GLI OCCHI

Pulire la pelle del viso a fine giornata, specie se si è applicato il make-up è un’operazione indispensabile per mantenere la pelle sana.

Questo è ancora più importante per la zona occhi che è molto fragile e delicata e, per questo motivo, ha bisogno di struccanti specifici e delicatissimi.

Si procede impregnando un batuffolo di cotone, meglio quelli lavabili e riutilizzabili, di struccante occhi e appoggiandolo al bordo inferiore della palpebra; poi chiuderete l’occhio in modo che le ciglia si trovino a contatto con la parte imbevuta di struccante per far sciogliere il trucco.

Successivamente spostate il batuffolo in senso orizzontale fino a che il mascara non si sia trasferito completamente sul cotone.

Rimuovete il mascara delicatamente muovendovi dalle radici delle ciglia fino alle punte.

Ripete queste operazioni fino a che il cotone non resterà bianco.      

Se il trucco è waterproof è meglio usare uno struccante oleoso o bifasico.

EMICRANIA: QUEL CHIODO NELLA TESTA

L’emicrania è una malattia sociale invalidante, ma gli attacchi si possono ridurre

Difetti di postura, variazioni ormonali, tensione nervosa, alimentazione, fino a condizioni meteorologiche, inquinamento e stile di vita.

Molte sono le cause della cefalea, un disturbo molto comune che può comparire fin dalla giovane età.

La cefalea, o più comunemente il mal di testa, nelle sue varie forme si presenta con attacchi episodici ma può diventare una vera e propria malattia cronica.

Il dolore alla testa è uno strumento di difesa del cervello, organo molto sensibile alle condizioni esterne.

EMICRANIA O CEFALEA?

L’emicrania appartiene alla categoria delle cefalee, ma non tutte le cefalee sono delle emicranie.

L’emicrania infatti è un tipo particolare di cefalea primaria (ossia non dovuta ad altre patologie, come per esempio all’ipertensione o a una malattia metabolica).

La forma più comune di cefalea è quella muscolo- tensiva, il classico “cerchio alla testa”, con una sensazione di peso e oppressione, e un dolore presente ma non pulsante.

Causata da vizi di postura, disturbi mandibolari e bruxismo (tendenza a digrignare i denti), ansia e stress, in genere si manifesta con dolore a partire dalla nuca, in corrispondenza della colonna cervicale, e si estende poi a fronte e volto.

Come riconoscerle?

L’emicrania si distingue dalla cefalea muscolotensiva per il tipo, intensità e localizzazione del dolore, oltre che per la presenza di altri sintomi concomitanti.

Anche la durata è diversa: un attacco di emicrania può durare da qualche ora fino a tre giorni consecutivi, e verificarsi poche volte all’anno così come varie volte al mese.

Tipica caratteristica dell’emicrania è il forte dolore pulsante, localizzato nella metà della testa e del volto.

Il dolore è inoltre accompagnato da fastidio per i rumori, la luce e gli odori, e spesso da nausea e vomito.

Ogni tipo di movimento causa un aumento del dolore (per esempio salire o scendere le scale, muovere la testa) e diventa quindi molto difficile svolgere le abituali attività quotidiane.

Nel caso di emicrania con aura, gli attacchi in genere sono preceduti da sintomi visivi come annebbiamento della vista, lampi, bagliori, scintille luminose, visione deformata degli oggetti.

Meno frequenti i disturbi della sensibilità: formicolii, sensazione di punture di spillo o ridotta sensazione tattile, debolezza a un braccio o a una gamba, alterazioni del linguaggio con difficoltà a esprimersi.

Ancora più rari, ma possibili, sono confusione, disorientamento, mancanza di equilibrio.

Soprattutto quando insorgono per la prima volta, questi sintomi possono essere fonte di grande preoccupazione e di accesso al pronto soccorso.

Si tratta invece di manifestazioni completamente reversibili, della durata compresa tra 5 e 20 minuti.

A volte l’aura può durare più a lungo, anche un’ora, e non essere seguita dal mal di testa.

L’emicrania interessa in Italia sette milioni di persone, per lo più donne, nella fascia di età compresa tra 20 e 50 anni.

Cosa scatena l’emicrania?

I fattori scatenanti l’emicrania sono principalmente le mutazioni ormonali, le variazioni del sonno, lo stress, il digiuno, l’alcol, i cambiamenti climatici.

Anche il consumo di alcuni alimenti, infine, è associato al rischio di attacchi emicranici.

Tra questi vi sono i formaggi fermentati e stagionati, gli insaccati, il cioccolato, il pesce affumicato.

CURE E TERAPIE

Il primo passo verso una cura efficace è una diagnosi corretta.

Per questo esistono i centri specializzati nella cura delle cefalee, ai quali è bene rivolgersi se gli episodi di mal di testa o di emicrania diventano frequenti.

Se è vero che per gestire un attacco di cefalea è necessario ricorrere a un farmaco, è altrettanto vero che l’uso prolungato di antinfiammatori, anche a basse dosi, può causare la cronicizzazione della malattia.

Come evitare la cronicizzazione?

Quando si verificano più di quattro o cinque attacchi al mese il rischio di trasformazione dell’emicrania in forma cronica è tutt’altro che basso, e interessa tre individui su dieci.

E in questo caso la malattia tende a diventare parte integrante della vita delle persone che ne sono colpite, influendo negativamente su tutte le attività socio-relazionali e lavorative, oltre che sul benessere fisico e psicologico individuale.

Oltre all’eccesso di analgesici, a favorire la cronicizzazione dell’emicrania sono le vicende personali, lo stress, l’ipertensione, l’ansia e la depressione.

L’emicrania si può curare o quantomeno migliorare, ma occorrono terapie mirate e studiate sul singolo caso.

Le nuove terapie?

Recentemente sono state approvate nuove terapie che permettono di ridurre la frequenza degli attacchi.

Si tratta di farmaci a base di anticorpi monoclonali, riservati a pazienti emicranici cronici ed episodici, e che possono essere somministrati per via sottocutanea una sola volta al mese.

Queste terapie innovative devono essere necessariamente prescritte e monitorate nell’ambito di un percorso di cura presso un centro specializzato per la diagnosi e cura delle cefalee.

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“Qui puoi trovare il centro cefalee più vicino a te Società Italiana per lo Studio delle Cefalee

QUANDO IL MAL DI TESTA ARRIVA NEL WEEK-END

Non è raro che la cefalea si presenti proprio quando si è meglio predisposti al riposo, ossia durante il fine settimana.

Sembrerebbe, un paradosso ma è proprio il venire meno della tensione accumulata durate la settimana lavorativa a causare un processo, a livello cerebrale, che sfocia nella dilatazione dei vasi sanguigni, causando poi la comparsa del mal di testa.

A questo contribuiscono anche il tipo di alimentazione, magari con una cena più ricca o l’assunzione di alcolici, e i cambiamenti dei ritmi del sonno: non è solo la privazione di sonno a scatenare la cefalea, ma anche dormire più ore rispetto alle proprie abitudini.

UNA MALATTIA SOCIALE

Nello scorso mese di luglio all’emicrania, per l’elevato numero di persone colpite e i suoi effetti sulla loro qualità di vita, è stato riconosciuto lo status di “malattia sociale” invalidante.

A questo atto dovrebbe seguire nel tempo l’emissione di norme attuative che migliorino i percorsi diagnostici e terapeutici di questi pazienti.

Quali i casi che rientrano in questa categoria?

Il provvedimento interessa le forme di emicrania cronica con alta frequenza, l’emicrania continua, l’emicrania parossistica, la cefalea cronica quotidiana, la cefalea a grappolo e infine una forma di cefalea che colpisce un solo lato del capo e che comporta lacrimazione e arrossamento oculare (cefalea nevralgiforme unilaterale).

In tutti i casi la diagnosi deve essere stata fatta da almeno un anno presso un centro accreditato.

di Stefania Cifani

FEGATO SOTTO ATTACCO

Fegato danneggiato

Sonnolenza dopo i pasti? Bocca amara al mattino? Cattiva digestione? Come prevenire i disturbi epatici 

Con il suo chilo e mezzo di peso, il fegato è la ghiandola più voluminosa del nostro organismo nonché uno degli organi più importanti: depura, smaltisce le tossine, produce la bile per digerire i grassi.

Ma anche un organo così complesso e forte, se trascurato, può ammalarsi.

COME CAPIRE SE IL FEGATO FUNZIONA MALE?

Anche se questo organo ha una buona capacità di sopportazione e dà segnali solo quando è davvero in crisi, le spie di malfunzionamento più frequenti sono:

  • sonnolenza dopo i pasti
  • bocca amara al mattino
  • cattiva digestione
  • perdita di appetito
  • affaticamento
  • dolorini al fianco destro, sotto le costole

LE PATOLOGIE PRINCIPALI DEL FEGATO

CALCOLI BILIARI

Sono piccoli sassi solidi che si formano nella colecisti (detta anche cistifellea, il sacchetto collegato al fegato in cui si raccoglie la bile secreta per digerire i grassi), nelle vie biliari o in entrambe le strutture anatomiche, a causa di una maggiore concentrazione di colesterolo nella bile.

Tra i fattori di rischio accertati, una dieta con troppi grassi e povera di fibre, sovrappeso e obesità, gravidanza, diabete, farmaci anticolesterolo o terapie ormonali a base di estrogeni.

I calcoli biliari possono dar luogo a sintomi specifici, come la classica colica biliare che provoca intenso dolore alla parte destra superiore dell’addome e che può essere accompagnata da senso di peso, nausea e vomito, diarrea, ittero (colorito giallognolo della cute e delle sclere).

Se i calcoli non causano sintomi e problemi non necessitano di alcun trattamento.

Negli altri casi è possibile tentare una terapia farmacologica che ha come obiettivo lo scioglimento dei calcoli stessi.

Si tratta, però, di una cura molto lunga, con risultati spesso parziali o insoddisfacenti.

Se questa non funziona e le coliche persistono, la soluzione consiste essenzialmente nella colecistectomia, un’operazione che prevede la rimozione della colecisti e il congiungimento del fegato all’intestino tenue.

STEATOSI (O FEGATO GRASSO)

È dovuta all’accumulo di trigliceridi nelle cellule epatiche, in primo luogo per colpa degli eccessi alimentari (soprattutto da cibi ricchi di grassi e additivi) e l’abuso di alcol.

Altre cause vanno dal sovrappeso/obesità alla malnutrizione, dal diabete alle malattie virali (in particolare l’epatite C) fino a determinati farmaci (per es. estrogeni e corticosteroidi).

La steatosi epatica non presenta sintomi specifici, tutt’al più un senso di indolenzimento o pesantezza alla parte alta dell’addome destro.

Allo stesso modo, non esiste una terapia specifica: il trattamento si concentra sul controllo o l’eliminazione delle cause primarie che provocano il problema, come smettere di bere e seguire una dieta appropriata (non incentrata solo su grassi e carboidrati ma ricca di frutta e verdura).

EPATITE

È una malattia che provoca l’infiammazione del fegato e la distruzione delle sue cellule, per cui l’organo non è più in grado di eliminare la bilirubina che accumulandosi nel sangue provoca ittero.

Il termine epatite virale indica una serie di patologie epatiche provocate da virus differenti, dotati di strutture diverse.

Epatite A

È la meno pericolosa, anche perché nella maggior parte dei casi guarisce da sola nel giro di qualche settimana (può comunque essere fastidiosa perché si possono accusare disturbi quali nausea, vomito, diarrea, dolori addominali, febbre).

Si contrae per via oro-fecale attraverso l’ingestione di alimenti e bevande contaminate o tramite il contatto diretto con una persona infetta.

Gli alimenti a maggior rischio sono frutti di mare (se mangiati crudi), frutta e verdura mal lavate, ma anche l’acqua.

Attenzione anche all’igiene delle mani, a maggior ragione dopo aver usato la toilette e prima di preparare il cibo e di mangiare.

Il pericolo di contagio è maggiore se si viaggia in un paese ad elevata circolazione del virus, per cui vale la pena proteggersi con l’apposito vac cino.

Per essere attivo va effettuato almeno due settimane prima della partenza e protegge per 10-20 anni se viene effettuato un richiamo dopo sei mesi-un anno.

Epatite B

È trasmissibile attraverso l’esposizione a sangue infetto e ai fluidi corporei (come sperma e liquidi vaginali).

Attenzione quindi a spazzolini da denti, rasoi, aghi, forbicine e altri oggetti appuntiti usati in comune, ma anche a tatuaggi e piercing effettuati senza l’utilizzo di strumenti monouso, oltre che ai rapporti sessuali occasionali non protetti.

La malattia provoca un’infezione acuta del fegato che in circa il 90 per cento dei casi si risolve con la completa guarigione del soggetto.

Nel 5-10 per cento dei casi, invece, l’infezione cronicizza e può compromettere la funzionalità epatica con l’eventuale insorgenza, nel giro di 10-30 anni, di cirrosi o di una neoplasia del fegato.

Durante la fase acuta l’epatite B può decorrere in maniera asintomatica, ma può anche manifestarsi con la comparsa di inappetenza, malessere generale, stanchezza, dolore muscolare, febbre e nausea, ittero, urine scure.


I farmaci disponibili per il trattamento dell’epatite cronica B sono dotati di attività antivirale più o meno associata a un’azione immunomodulante.

Obbligatoria dal 1991 la vaccinazione per tutti i neonati, mentre negli adulti è consigliata soprattutto a chi non ha un partner fisso, ai conviventi di portatori cronici del virus B, a chi viaggia in zone in cui la malattia è endemica e agli operatori sanitari.

Sono necessarie tre dosi (la seconda dopo un mese e la terza dopo sei mesi dalla prima).

Epatite C

È l’infezione più temibile anche perché, nell’80- 85 per cento dei casi diventa cronica e nell’arco di uno o due decenni circa può evolvere in cirrosi.

Viene trasmessa quasi esclusivamente con il sangue (quindi le regole di prevenzione sono le stesse dell’epatite B) e spesso non dà sintomi (ma quando presenti sono simili a quelli del tipo A e B).

A oggi non esiste un vaccino antiepatite C, per cui la terapia è basata, anche in questo caso, su farmaci antivirali specifici.

CIRROSI

È una malattia cronica del fegato caratterizzata dalla cicatrizzazione del tessuto epatico che determina una trasformazione della microcircolazione epatica e una conseguente riduzione della buona funzionalità del fegato.

Le principali cause della cirrosi sono l’alcol e le infezioni virali (virus dell’epatite B e C in primis).

Spesso i sintomi non si manifestano fino a quando il danno all’organo non è molto esteso e includono affaticamento, debolezza, inappetenza, perdita di peso, nausea, ittero, ascite (accumulo di liquido nell’addome) ed edema agli arti inferiori.

Fermo restando che i soggetti colpiti da cirrosi alcolica devono smettere di bere alcol, attualmente non esistono farmaci in grado di bloccare la progressione della malattia.

Quelli utilizzati in terapia possono solamente rallentarne l’evoluzione a partire dalla causa che ne sta alla base (ad es. farmaci per la cura dell’epatite).

Nel suo stadio più avanzato, quando la patologia è considerata irreversibile, la sola possibilità di cura risulta essere il trapianto di fegato.

COME PREVENIRE O COMBATTERE I DANNI EMPATICI

La prima arma per prevenire o combattere i danni epatici è cambiare radicalmente lo stile di vita, a cominciare dall’alimentazione.

Oltre ad alleggerire la quantità di cibo che si assume quotidianamente (gli eccessi di lipidi favoriscono l’accumulo di trigliceridi e colesterolo che rallentano il metabolismo dell’organo) e a eliminare o quantomeno limitare il più possibile gli alcolici, è importante puntare su una dieta leggera e ricca di frutta (in particolare agrumi, mele, mirtilli) e verdura (soprattutto quella amara, come carciofi, radicchio, cardo, rafano, scarola, cicoria) in cui abbondano sostanze epatoprotettive, oltre che disintossicanti e stimolanti, come vitamina C, antiossidanti e polifenoli.

Consigliata anche la pratica di un’attività sportiva che aiuti a mantenere il peso forma e a attenuare gli stress emotivi che finiscono con l’avvelenare il fegato.

di Claudio Buono

PELLE IN INVERNO

Pelle in inverno

Difendiamo la nostra cute dalle insidie del freddo

L’inverno mette a dura prova la nostra pelle, sottoponendola all’attacco di agenti esterni come freddo, vento e umidità che possono scatenare infiammazioni cutanee.

Questo perché le basse temperature riducono la naturale quota di film idrolipidico (il sottile strato protettivo naturale che ricopre la superficie cutanea proteggendola dalle aggressioni esterne) causando secchezza cutanea.

Con i rimedi giusti, però, è possibile ridurre gli effetti negativi dell’inverno sulla pelle.

Ecco come intervenire.

DERMATITE DA FREDDO

È un’irritazione cutanea scatenata dall’esposizione al freddo.

Risultato: mani secche, ruvide al tatto e arrossate, a cui si aggiungono spesso delle ragadi, piccole e dolorose fissurazioni che compaiono principalmente dove l’epidermide è meno elastica e più sottoposta a sollecitazioni continue.

La dermatite da freddo può essere inoltre associata a desquamazione e prurito intenso.

Come intervenire

Ai primi sintomi, per favorire il ripristino del film idrolipidico, usare unguenti autoidratanti a base di poligliceroli o polietilenglicoli, sostanze capaci di attirare l’acqua nello strato corneo, restituendo alla cute la morbidezza persa.

Inoltre, per salvaguardare il film idrolipidico e non comprometterne ulteriormente le funzionalità, nei mesi invernali è consigliabile rinunciare ai normali saponi o detergenti troppo schiumogeni, evitando anche i prodotti particolarmente aggressivi.

Meglio puntare invece su alternative oleose che lubrificano la pelle, e preferire lavaggi con acqua tiepida (quella troppo calda tende, infatti, a seccare ancora di più la cute).

GELONI

Sono lesioni della pelle a carico di mani e piedi e possono essere innescati dalle basse temperature, specie se combinate con l’umidità.

Le piccole vene che irrorano questi organi si dilatano eccessivamente, facilitando la liberazione di liquidi e sostanze infiammatorie che gonfiano e arrossano punte e nocche delle dita, rendendole pulsanti e doloranti.

Inoltre è facile avvertire prurito alle estremità di mani e piedi.

Come intervenire

Immergere mani e piedi per una decina di minuti in una bacinella di acqua tiepida, dopodiché applicare un gel lenitivo a base di ossido di zinco.

In alternativa, si può precedentemente far bollire l’acqua aggiungendo cinque foglie di salvia per litro: questa pianta aromatica ha anche un’azione lenitiva capace di ridurre prurito e infiammazione.

Se non si hanno segnali evidenti di miglioramento dopo qualche trattamento, consultare il proprio medico (o il dermatologo di fiducia) che potrebbe prescrivere specifiche pomate antinfiammatorie (o antibiotiche, se sono presenti screpolature o lesioni a rischio di infezione).

Come alternativa green, ai primi accenni di geloni si possono anche usare, previo consulto medico o del farmacista, creme a base di arnica, calendula o olio di iperico, dall’azione antinfiammatoria e lenitiva.

Per prevenire il disturbo (così come la dermatite) quando si esce all’aperto è bene tenere le estremità al caldo e all’asciutto, indossando guanti idrorepellenti e solette termiche.

XEROSI CUTANEA

Si manifesta con sottili rughe e fessure della pelle che le conferiscono un aspetto simile a un vetro rotto.

Complici freddo e riscaldamento domestico, la cute, già tendenzialmente secca, finisce con il disidratarsi ulteriormente, diventando più spessa e ruvida; inoltre può desquamarsi (soprattutto sugli arti inferiori, ma anche su mani e avambracci) e prudere.

Come intervenire

Per proteggersi sono utili le norme suggerite per la dermatite da freddo.

Possono essere utilizzate anche creme emollienti che contengono sostanze come acido lattico, acido acetilsalicilico e urea, da applicare quando la pelle è ancora umida.

O pomate e unguenti naturali a base di achillea, alloro e arancio amaro: ricche di oli essenziali e flavoni, migliorano la permeabilità della pelle e stimolano il microcircolo cutaneo.


COUPEROSE E ROSACEA

L’inverno è un periodo a rischio per chi è soggetto a couperose e rosacea, due problemi cutanei che tendono ad accentuarsi durante la brutta stagione per via dei rapidi passaggi dagli ambienti caldi al freddo esterno che fanno apparire un arrossamento diffuso nelle zone centrali del volto, accompagnato da bruciore e sensazione di calore (flushing).

A causarlo è una vasodilatazione (teleangectasia) provocata da un’alterazione del microcircolo superficiale del viso.

Anche i capillari (i più piccoli vasi sanguigni dell’apparato circolatorio), già fragili per natura, vengono messi sotto stress: si dilatano, perdono elasticità per poi rompersi e, con il tempo, degenerare in couperose, un reticolo sempre più evidente di sottili linee rosse, soprattutto su guance, mento e punta del naso.

Spesso la couperose è la prima fase della rosacea, un’alterazione patologica della cute che oltre a eritema e teleangectasie, può essere accompagnata da papule e pustole simili a quelle dell’acne.

Come intervenire

Per ridurre i sintomi della couperose, si può ricorrere a creme lenitive e antinfiammatorie a base di estratti vegetali che stimolano la circolazione sanguigna e riducono la flogosi (come mirtillo, rusco, ippocastano, calendula, centella asiatica, malva).

Le chiazze rosse caratteristiche della couperose possono essere trattate efficacemente anche con metodiche come il laser vascolare, che è in grado di fotocoagulare i vasi dilatati.

Riguardo alla rosacea, invece, per il controllo della sintomatologia il medico può prescrivere creme antinfiammatorie come quelle a base di acido azelaico, mentre nei casi più seri potrebbe ricorrere ad antibiotici per via orale (tetracicline, ad es.).

A scopo preventivo, all’aperto è importante proteggere la pelle del viso con una sciarpa, mentre prima di entrare in un ambiente caldo si può evitare lo sbalzo di temperatura semplicemente appoggiando le mani, coperte da guanti di pile o morbida lana, sopra le guance per scaldarle.

Inoltre, anche d’inverno è consigliabile proteggere la pelle del viso applicando un filtro solare con fattore di protezione superiore a 30.

PRENDERSI CURA DELLA PELLE A TAVOLA

Ecco alcuni alimenti che possono essere d’aiuto durante la stagione più rigida dell’anno.

Pesce azzurro:

grazie all’elevato contenuto di acidi grassi Omega 3, contribuisce alla produzione di collagene, svolgendo una preziosa azione idratante e rigenerante delle cellule cutanee.

Zucca:

ricca di betacarotene, vitamine del gruppo A e acqua, è tra le migliori cure naturali per idratare e lasciare la pelle morbida e vellutata.

Bacche di ginepro:

indicate per prevenire geloni e dermatite da freddo, hanno un’azione vasoattiva che tonifica la pelle migliorando il microcircolo.

Frutta secca:

è ricca di acidi grassi essenziali, costituiti da sostanze simili ai lipidi che rivestono la cute.
Questi grassi aiutano a mantenere l’equilibrio della barriera idrolipidica.
Garantendo una funzione protettiva.
In più contengono vitamina E, utile per reidratare la pelle e limitare i danni causati dai radicali liberi.

di Aldo Luca Albertoni

Bambino con la febbre?

Bambina con febbre

Come misuro la temperatura? Come mi devo comportare? I consigli utili e pratici.

La febbre è definita come un incremento della temperatura corporea al di sopra dei limiti di normalità.

Secondo le indicazioni pratiche fornite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la temperatura è normale se compresa fra 36.5 e 37.5°C (WHO, 1996) e sopra i 37.5°C (38°C se la misurazione è rettale) si ha la febbre.

Mentre viene definita iperpiressia l’aumento della temperatura corporea oltre i 39°C.

La comparsa della febbre nei bambini, soprattutto quelli più piccoli, è fonte di ansia per i genitori: ecco i consigli utili per affrontarla.

UN SINTOMO, NON UNA MALATTIA

I pediatri spiegano che la febbre è anzitutto il sintomo di una patologia e non una malattia.

Nonostante sia molto temuta, gioca un ruolo importante nella fisiologica risposta di difesa dell’organismo agli agenti infettivi.

Nella maggior parte dei casi è associata ad una malattia infettiva: l’organismo attua nei confronti di virus e batteri meccanismi di difesa tra cui la febbre.

Quando il sistema di difesa attiva una risposta immunitaria, il cervello va a modificare la temperatura media del corpo e si ha una variazione della termoregolazione corporea, proprio per aiutare tale risposta.
Sintomi associati alla febbre sono brividi causati dall’alterazione del sistema di regolazione interno della temperatura, sudorazione, dolori muscolari, sensazione di stanchezza.

COME SI MISURA?

Per tutti i bambini, la misurazione a domicilio della febbre viene raccomandata con termometro digitale in sede ascellare.

Il termometro digitale registra la temperatura corporea utilizzando dei sensori.

La misurazione della temperatura è rapida e il risultato è semplice da leggere, spesso è accompagnato da un segnale sonoro.

Ormai è sconsigliato dai pediatri misurare la febbre per via rettale, a causa della sua invasività e del disagio che comporta.

Un altro tipo di termometro è quello a raggi infrarossi auricolare, con il quale viene rilevata la temperatura nell’orecchio.

Misurare la febbre a livello auricolare richiede solo pochi secondi, ma è bene adottare alcuni accorgimenti per avere una temperatura precisa: pulire l’orecchio affinché sia privo di ostruzioni (cerume in eccesso e secrezioni); rilevare la temperatura sempre nello stesso orecchio in quanto può variare da un orecchio all’altro; non utilizzare l’orecchio in cui sono state instillate gocce o altri medicamenti; non utilizzare la misurazione auricolare se è presente un’infezione auricolare esterna (otite esterna) perché potrebbe provocare dolore.

Infine, il termometro a infrarossi frontale misura il calore emesso dalle superfici corporee, la misurazione è rapida e confortevole, per esempio permette di controllare la febbre senza svegliare il bambino, però viene considerata meno precisa.

Mentre il termometro a mercurio non è più in commercio, ma è sostituito da quello a gallio o galinstano: contiene una lega ed è considerato un’alternativa valida al tradizionale termometro a mercurio.

Chiedi al tuo farmacista un consiglio, saprà indicarti il misuratore più adatto.

ABBASSARE LA FEBBRE? SOLO SE ALTA

Non è sempre necessario abbassare la febbre, infatti se è leggera e il bambino non mostra segni di sofferenza si può aspettare e ricontrollare dopo qualche ora.

Prima di consultare il pediatra è bene porsi alcune domande, osservando il bambino:

  • È pallido?
  • È vivace?
  • Ha voglia di mangiare?
  • Gioca?
  • Piange sempre?
  • Oltre alla febbre presenta altri sintomi, come tosse, raffreddore, mal d’orecchie, mal di pancia, vomito, diarrea?
  • Ha macchie sulla pelle?

Per abbassare la febbre, oltre i 38-38.5°C solitamente il pediatra consiglia l’utilizzo di antipiretici: il paracetamolo e l’ibuprofene.

Possono essere usati entrambi, rispettando il dosaggio opportuno, in base all’età e al peso del bambino, secondo le indicazioni del pediatra.

È invece sconsigliato l’uso alternato o combinato dei due farmaci.

Oltre al farmaco ci sono alcuni accorgimenti che possono aiutare in caso di febbre:
è bene vestire il bambino con abiti leggeri e se è a letto non utilizzare coperte: in questo modo l’organismo potrà disperdere calore.

A letto i bambini piccoli possono essere tenuti con il solo body, i più grandi con un pigiama leggero.

Non si deve costringere il bambino a mangiare se non ha fame, ma è bene farlo bere a sufficienza, acqua o camomilla.

Sono da evitare anche le spugnature sia con acqua, sia con alcol, perché possono portare vasocostrizione, al posto della necessaria vasodilatazione utile alla dispersione di calore, e disagio al bambino; nessun beneficio neppure dalla classica borsa del ghiaccio sulla testa.

Ricordarsi, infine, che è indispensabile consultare il pediatra, se:

  • il bambino con la febbre ha meno di 6 mesi;
  • ha un aspetto sofferente, con un pianto flebile e segni di disidratazione;
  • presenta cefalea intensa e rigidità della nuca;
  • ha difficoltà respiratoria;
  • presenta convulsioni;
  • la febbre persiste da oltre 48 ore.

PARLIAMO DI DISBIOSI

Dolori intestinali - Disbiosi

Prendiamoci cura del nostro intestino

La disbiosi intestinale è un disturbo comune ma talvolta poco considerato.

È figlio dei nostri tempi: è una “eredità contemporanea”.

È il risultato di stili di vita poco sani dove l’alimentazione diventa fattore scatenante di disequilibri dell’organismo.

La sua diffusione è cresciuta in modo esponenziale negli ultimi anni, riportando al centro dell’attenzione le funzioni dell’intestino, chiamato anche “secondo cervello”, a sottolinearne il ruolo strategico che esercita nel mantenimento della salute e del benessere.

È infatti il principale organo immunitario (contiene il 60% delle cellule immunitarie).

COME SI MANIFESTA

La flora intestinale è costituita da popolazioni batteriche – miliardi di microrganismi, fondamentali per la salute – che influenzano numerose funzioni del nostro corpo: dalla regolazione del sistema immunitario all’assorbimento degli zuccheri.

L’alterazione di queste colonie produce un mutamento della qualità o quantità dei microrganismi presenti nell’intestino.

La disbiosi indica dunque un’alterazione della flora batterica (o alterazione del microbiota intestinale).

Quando l’equilibrio dell’ecosistema batterico intestinale si rompe, si innescano reazioni che possono portare a infiammazioni della mucosa (fino a diventare croniche) e scatenano patologie in altri organi del corpo.

Ecco perché si dice che la disbiosi può essere causa di malattia.

È una modificazione che interessa sia il colon sia il tratto del tenue e muta la funzionalità dell’intestino.

Al contrario, quando il sistema dei batteri intestinali funziona bene, è sano, si parla di eubiosi.

In questo caso, la quantità dei batteri cattivi non è predominante rispetto a quelli buoni.

Le cause scatenanti vanno ricercate innanzitutto nelle abitudini alimentari e nell’ambiente che ci circonda.

Diete con un ridotto apporto di fibre, frutta e verdura hanno una responsabilità diretta nell’insorgere di questo disturbo perché quello che mangiamo ha conseguenze immediate sulla composizione batterica dell’intestino.

Per esempio, la quantità crescente di zuccheri e grassi e gli alimenti raffinati presenti sulle nostre tavole influenzano la permeabilità dell’organo, provocando infiammazioni anche croniche.

Così come una dieta monotematica rappresenta un “fattore” di rischio insieme all’abuso di antibiotici, lassativi, sulfamidici, corticosteroidi, infezioni intestinali, parassitosi e stress.

SINTOMI

Arrivare a formulare la diagnosi di disbiosi intestinale non è sempre un processo intuitivo.

Lo scompenso della flora batterica produce infatti disturbi molto vari che possono essere attribuiti ad altre patologie in atto.

I sintomi possono comunque essere così riassunti:

  • gonfiore e dolore addominale
  • irregolarità del tratto intestinale
  • meteorismo
  • reflusso gastroesofageo
  • alitosi
  • disturbi della digestione
  • diarrea o stipsi
  • stanchezza
  • infezioni genitali ricorrenti (candidosi vaginale)
  • insonnia
  • cefalea
  • disturbi dell’umore
  • nervosismo

RIMEDI – I PROBIOTICI

La parola probiotici deriva dal greco e significa “a favore della vita”, pro bios.

Oms e Fao li hanno definiti “microorganismi vivi che, somministrati in quantità adeguate, apportano benefici alla salute dell’ospite”.

E gli studi scientifici che evidenziano validità e importanza del probiotico sono ormai numerosissimi: oltre 20 mila pubblicazioni scientifiche si sono focalizzate sul probiotico e 15 mila sul microbiota.

Inoltre, studi condotti in Paesi europei dimostrano come le persone siano sempre più alla ricerca di probiotici, associati a una dieta sana, capace di apportare benefici al sistema immunitario, al sistema digestivo e al microbiota.

I probiotici sono di facile reperibilità in farmacia come integratori o farmaci da banco e non è necessaria la prescrizione.

L’assunzione è molto utile perché permette di inserire nella funzionalità del corpo batteri buoni in grado di colonizzare la mucosa intestinale.

Per ottenere questo risultato, la quantità e la qualità del probiotico è fondamentale.

L’indicazione arriva proprio dal ministero della Salute che ha individuato in almeno 1 miliardo di cellule vive per ceppo (al giorno) la quantità minima per consentire l’insediamento di un ceppo di fermento lattico nell’intestino.

Tra i più utilizzati, il Lactobacillus acidophilus, resistente agli acidi gastrici, ai sali biliari e al calore.

In grado di arrivare vivo nel colon.

E poi, Bifidumbacterium bifidum, Bifidumbacterium infantis, Bifidumbacterium longum, Lactobacillus sporogenes, vanno assunti con costanza e continuità nel tempo e possono portare a risultati visibili con la riduzione o eliminazione dei sintomi.

FERMENTI LATTICI E PROBIOTICI: LA DIFFERENZA

Spesso fermenti lattici e probiotici vengono usati come sinonimi.

Invece la differenza tra i due termini è sostanziale.

I probiotici sono fermenti lattici, ma non tutti i fermenti lattici hanno proprietà probiotiche.

Entrambi sono costituiti da microorganismi batterici ma svolgono attività differenti.

I fermenti lattici non probiotici, infatti, non interferiscono sulla flora batterica intestinale.

Al contrario, i probiotici giungono vivi all’intestino, vanno a mutare le colonie presenti, arginando la proliferazione di batteri nocivi e apportano benefici che vanno a ristabilire la condizione di equilibrio originario.