FIBRILLAZIONE ATRIALE

Quando il cuore batte fuori tempo

Per un anziano su 12 il cuore non batte al giusto ritmo.

L’aritmia cardiaca consiste in una alterazione della regolarità del battito cardiaco, considerato anormale non solo quando la frequenza è irregolare, ma anche quando è eccessivamente rapida (tachicardia) o lenta (bradicardia).

La fibrillazione atriale è la forma di aritmia più comune e rappresenta una importante condizione di aumento del rischio di ictus e malattie cardiovascolari.

Nella fibrillazione atriale accade che gli atri cardiaci, ossia le camere superiori del cuore, non si contraggono in maniera sincrona, ma in modo molto rapido e irregolare.

Il sangue, quindi, non viene pompato in modo sufficiente e viene trasferito al resto del corpo in maniera inefficiente; da qui il senso di debolezza o stanchezza, oppure la comparsa di battito cardiaco accelerato.

Le contrazioni irregolari possono causare inoltre il ristagno di sangue all’interno dell’atrio e la formazione di coaguli, che dal cuore possono entrare in circolo e raggiungere il cervello causando l’ictus.

È POSSIBILE INDIVIDUARLA?

Piccoli malesseri occasionali come palpitazioni, tachicardia, astenia, difficoltà di respiro, sono tra i possibili sintomi della fibrillazione atriale ma non sempre vengono individuati come segnali della presenza di malattia.

In molti casi, inoltre, la fibrillazione atriale è del tutto asintomatica, e viene diagnosticata casualmente, in occasione di visite o esami indotti da altre motivazioni.

Le cause più frequenti sono l’ipertensione arteriosa, che si riscontra in più della metà dei pazienti affetti da questa patologia, il diabete mellito e l’ipertiroidismo.

Ma anche le persone senza problemi cardiaci possono sviluppare una fibrillazione atriale.

Un recente studio ha dimostrato l’esistenza di una relazione tra i valori della pressione arteriosa sistolica (la pressione massima) e il rischio di fibrillazione atriale: un aumento di 20 mmHg di pressione arteriosa sistolica è risultato associato a un aumento medio del 21% del rischio di manifestare questo tipo di aritmia nel corso del tempo.

Questa relazione è risultata ancora più forte nelle donne, per cui a ogni aumento di pressione arteriosa sistolica di 20 mmHg corrisponde un aumento del rischio di fibrillazione atriale del 26%, contro il 16% riscontrato negli uomini.

Tenere monitorata la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca, con controlli abituali, a casa o in farmacia, è quindi molto importante.

Se non trattata, infatti, la fibrillazione atriale comporta un aumento del rischio di cardiopatia ischemica, scompenso cardiaco, ictus ischemico ed emorragico, malattia renale cronica, arteriopatia periferica e demenza vascolare.

E a un generale aumento del rischio di eventi fatali.

Si stima che circa un quarto dei casi di ictus tromboembolico sia dovuta alla fibrillazione atriale.

LE TRE FORME DI FIBRILLAZIONE ATRIALE

  • Parossistica: in questo caso il battito cardiaco torna spontaneamente alla normalità.
    Gli episodi possono avere una durata variabile da pochi minuti a ore, ma si risolvono senza interventi terapeutici.
  • Persistente: gli episodi terminano con un intervento di cardioversione elettrica o con terapia farmacologica.
  • Permanente: in questo caso le terapie non sono efficaci.

TERAPIA ANTICOAGULANTE

Individuare la presenza di fibrillazione atriale è importante per impostare una terapia anticoagulante, con l’obiettivo non di guarire la malattia, ma di prevenirne le conseguenze.

In alcuni casi possono essere associati degli antiaritmici.

Per la diagnosi di fibrillazione atriale oltre all’elettrocardiogramma vengono in genere prescritti Holter pressorio, ecocardiografia, esami del sangue.

La terapia anticoagulante si basa, in parte ancora oggi, sul farmaco tradizionalmente utilizzato a questo scopo appartenente alla categoria dei dicumarolici; il trattamento richiede però un frequente monitoraggio dei tempi di coagulazione e conseguente aggiustamento del dosaggio.

Il paziente deve inoltre attenersi a una serie di regole riguardanti l’alimentazione e il consumo di alcuni cibi, in particolare quelli ad alto contenuto di vitamina K, poiché possono interagire con il farmaco alterandone l’effetto.

Tra i cibi da evitare le verdure a foglia verde come cicoria, lattuga, spinaci, broccoli, cime di rapa, cavoletti di Bruxelles, rucola, verza, oltre a olio di soia, tè verde, tè nero.

Non tutti i pazienti possono, però, essere sottoposti a terapia anticoagulante , per esempio chi ha già avuto emorragie in precedenza o chi soffre di ulcera in quanto aumenta il rischio di emorragia.

In anni recenti sono stati introdotti altri farmaci anticoagulanti, dotati di un diverso meccanismo di azione.

Si tratta dei nuovi anticoagulanti orali che sono a dose fissa e hanno una azione indipendente dalla vitamina K, e in molti casi sono prescritti come terapia di prima scelta.

CARDIOVERSIONE ELETTRICA

Tra le possibili terapie per la fibrillazione atriale esistono anche interventi mirati alla risoluzione del problema: la cardioversione elettrica, una procedura messa in atto con un defibrillatore che riporta il ritmo del battito cardiaco alla normalità, e l’ablazione transcatetere.

Quest’ultima consiste in un intervento chirurgico per rimuovere l’area di tessuto cardiaco responsabile dell’alterazione del battito cardiaco, e viene utilizzata solo in casi selezionati, per cui terapia farmacologica e cardioversione elettrica non abbiano dato risultati.

STILE DI VITA

Per prevenire l’insorgenza della fibrillazione atriale, le regole sono quelle che caratterizzano uno stile di vita sano: seguire una alimentazione equilibrata senza eccessi di alcol e sale, non fumare, fare attività fisica regolare, tenere il peso nella norma.


di Marina Franceschi